La D’Urso contro Don Bruno, una leggerezza che sfocia nella diffamazione

Fin dove può spingersi una trasmissione di infotainment nell’approfondimento di casi come quello di Don Bruno e in che cosa si distingue dai contenitori informativi veri e propri? Barbara D'Urso, che non è neppure giornalista, ha fatto cattivo giornalismo. La sua esternazione, a commento dell'omelia di Don Bruno, è un'offesa sia al sacerdote intervistato che alla Chiesa stessa. 

Fin dove può spingersi una trasmissione di infotainment nell’approfondimento di casi come quello di Don Bruno e in che cosa si distingue dai contenitori informativi veri e propri? E’ sufficiente sentire anche “l’altra campana” per costruire una narrazione equilibrata di un fatto di cronaca oppure la responsabilità di chi la confeziona è anche nell’equilibrio del racconto, che non deve mai lasciar trasparire accanimento, pregiudizio e odio preconcetto?

Barbara D’Urso non è iscritta all’Ordine dei giornalisti anche se questo particolare non di poco conto sfugge a gran parte del suo pubblico, che pensa di trovarsi di fronte a una giornalista d’inchiesta che scava e cerca la verità mediante l’utilizzo di strumenti tipici del mondo dell’informazione, in primo luogo l’intervista. Ma se la navigata conduttrice Mediaset non è assoggettata formalmente agli obblighi della deontologia professionale, la Tv per la quale lavora è tenuta ad applicare tutti quei codici di autoregolamentazione che i broadcaster si sono dati e hanno sottoscritto, al fine di assicurare una programmazione rispettosa dei protagonisti dei fatti e dei diritti degli utenti. Questo equivoco andrebbe superato una volta per tutte, anche per scongiurare il rischio di un ulteriore discredito del mondo del giornalismo. Il ricorrente ritornello sulla D’Urso è: “Tanto non è giornalista, può fare ciò che vuole”.

Non è così, non è affatto così. I principi che devono ispirare programmi come il suo non sono meno vincolanti di quelli delle carte deontologiche, e se è vero che mai la D’Urso potrà essere processata da un consiglio di disciplina, certamente potrebbe mettere nei guai la sua azienda qualora ricevesse una denuncia per diffamazione o altre violazioni dei diritti della personalità altrui o dei codici di autodisciplina prima menzionati, come quello sui processi mediatici, ad esempio. Detto questo, formalmente, la conduttrice, nel servizio mandato in onda su Don Bruno, durante il quale una collaboratrice della D’Urso, dopo aver raccontato una sua omelia giudicata retrograda per le parole utilizzate su divorzio, aborto e omosessualità, ha atteso il parroco di Erba nei pressi della Chiesa per porgli alcune domande sul senso di quelle sue affermazioni, ha concesso il cosiddetto diritto di replica.

Del merito delle dichiarazioni del parroco e della D’Urso si parla in altra sede, ma sul piano formale non si possono non ravvisare alcune scorrettezze tipiche di tali trasmissioni che, in nome del “giornalismo d’inchiesta” (ma la D’Urso non è giornalista e molte delle sue collaboratrici e dei suoi collaboratori neppure), finiscono per calpestare i diritti delle persone, in questo caso di Don Bruno.

Nella sua trasmissione, tempo fa, la D’Urso era stata autrice di analoga filippica, quella rivolta nei confronti di Don Andrea Leonesi, parroco di Macerata, che in una sua omelia aveva difeso il magistero della Chiesa, esprimendo il punto di vista della Chiesa in materia matrimoniale e di tutela del diritto alla vita, peraltro raccogliendo l’apprezzamento del Vescovo Marconi. Nel caso di Erba, alla disinvolta e spregiudicata conduttrice Mediaset si può anzitutto ascrivere l’utilizzo della registrazione presa dal canale YouTube della parrocchia per screditare l’omelia di Don Bruno. Si tratta di vera e propria strumentalizzazione, che niente ha a che fare con il diritto di cronaca e di critica e che, soprattutto, potrebbe integrare gli estremi del reato di diffamazione.

E’ vero che Don Bruno ha avuto modo di esternare all’inviata della D’Urso il suo punto di vista e di spiegare le sue affermazioni pronunciate dal pulpito. Ma a commentarle in studio c’era una Barbara D’Urso esterrefatta, che ha chiaramente esplicitato il suo feroce dissenso, argomentando che “quelle frasi Don Bruno avrebbe fatto bene a pronunciarle da solo in una cameretta e non dall’altare”. Sono parole che offendono Don Bruno e la Chiesa e che sottintendono un’opinione della D’Urso lesiva del messaggio cristiano. Innumerevoli sentenze della Cassazione in materia di continenza della forma espositiva nell’esercizio del diritto di critica ravvisano la presenza degli elementi del reato di diffamazione anche nei casi di allusione ironica e di sottinteso sapiente. Fin dalla sentenza-decalogo del 1984 questo concetto viene esplicitato ed è rimasto un caposaldo della giurisprudenza in materia di tutela dei diritti della personalità nell’esercizio della libertà d’espressione. Quindi la leggerezza che spesso accompagna la valutazione di trasmissioni del genere dovrebbe lasciare il posto a una ponderata analisi degli episodi controversi, mettendo al centro il rispetto delle persone e, in questo caso, anche del credo religioso.