La critica al gender alla sbarra

Quattro donne, femministe e cristiane, hanno perso lavoro e reputazione per le loro idee sul sesso biologico. Rischi del ddl Zan. “Il movimento dell’identità di genere sta cancellando la libertà di parola e accademica di chiunque non sia in linea”, ha appena sostenuto Donna Hughes,  docente di Studi di genere all’Università del Rhode Island. Ora la sua cattedra è in bilico.  E’ la paura dietro a queste legislazioni che si prefiggono di combattere la “transfobia”, ma che rischiano di ostracizzare chiunque rivendichi il diritto naturale e una visione femminista classica. E’ in gioco la libertà di parola di chi non canta in coro.

“La parola ‘orwelliano’ a volte è usata con troppa disinvoltura, ma qui è d’obbligo. Questo caso ricorda la neolingua del ministero della Verità”. Non capita tutti i giorni di sentire queste parole in un’aula di tribunale. Le ha pronunciate a Londra il team legale di Maya Forstater. Lavorava come ricercatrice al Center for Global Development di Londra e aveva l’abitudine di usare i social. Non sapeva che sarebbe finita al centro di una tempesta mediatica, con una delle scrittrici più famose al mondo (J. K. Rowling) al suo fianco. “Espandere radicalmente la definizione legale di ‘donne’ in modo che possa includere sia maschi sia femmine lo rende un concetto privo di significato”, aveva scritto sui social. Ha subito ricevuto una mail dalla propria società che la informava che non le avrebbero rinnovato il contratto, “con effetto immediato”. Forstater ha citato in giudizio la società per averla discriminata, ma il giudice James Taylor ha dichiarato che la sua “visione assolutista” giustificava il licenziamento. Adesso c’è l’appello. Una controversia legale vista come un banco di prova decisivo se una visione critica del gender è protetta ai sensi della legge, specie nel paese della Magna Carta. “La convinzione che le donne trans siano uomini è tutelata dalla legge”, ha confermato la commissione inglese per l’Uguaglianza e i diritti umani. Un punto a favore di Forstater, che in aula ha detto che “il sesso biologico è reale, importante, immutabile e non deve essere confuso con l’identità di genere”.

Forstater si appella all’Equality Act del 2010, che protegge le convinzioni filosofiche. Un libro di interviste è stato soppresso dalla Oxford University Press, “solo perché stavo per essere inclusa nel libro”, ha detto la filosofa inglese Kathleen Stock, anche lei femminista critica del gender. E quando le è stato chiesto di parlare al Royal Institute of Philosophy, cinquemila persone hanno firmato una petizione dicendo che non avrebbe dovuto essere invitata. Päivi Räsänen, medico e già ministro dell’Interno finlandese, andrà a processo per “crimini d’odio”, ovvero per la sua opposizione al matrimonio gay. Aveva criticato la partecipazione della chiesa luterana  (di cui è membro) ai festival lgbt e aveva citato la Bibbia (“maschio e femmina li creò”) sui social. “Non mi considero colpevole di minacciare, calunniare o insultare alcun gruppo di persone. Più tacete su temi controversi, più si restringerà lo spazio per la libertà di parola”, ha detto Räsänen. Inghilterra, Finlandia e Stati Uniti. “Il movimento dell’identità di genere sta cancellando la libertà di parola e accademica di chiunque non sia in linea”, ha appena sostenuto Donna Hughes,  docente di Studi di genere all’Università del Rhode Island. Ora la sua cattedra è in bilico.

E’ la paura dietro a queste legislazioni che si prefiggono di combattere la “transfobia”, ma che rischiano di ostracizzare chiunque rivendichi il diritto naturale e una visione femminista classica. E’ in gioco la libertà di parola di chi non canta in coro.