La crisi partorisce il contratto di governo. E Renzi resta a metà tra il Conte ter e lo spariglio

Si conclude la prima giornata di colloqui alla Camera col presidente Fico. Poche sorprese. Entro martedì si dovrà definire un nuovo patto di governo: lo stesso che è fermo da più di un anno. Il nodo rimosso del Mes

Il leader di Iv non si sbilancia: dà 50 possibilità su 100 a un governo politico, e 50 a uno istituzionale. Da qui a martedì si discuterà sul nuovo programma: la strada per dare la spallata a Giuseppi si stringe. Lo scetticismo di Zinga, l’incognita del M5s. Di Maio intanto rottama Dibba

Che sia difficile dire come finirà, lo conferma lui stesso. Che, parlando coi suoi parlamentari di Italia viva, invita a non sbilanciarsi: che insomma ci sarebbero il 50 per cento di possibilità che tutto si risolva con un governo politico (e qui, oltre a quello di Giuseppe Conte, Matteo Renzi sussurra anche i nomi di Roberto Fico e Stefano Patuanelli), e al 50 per cento governo istituzionale.

Del resto, a prendere alla lettera le pretese che confida ai suoi interlocutori più fidati, ci sarebbe da pensare a giornate di passione. Perché nell’elenco delle “cose da cambiare” di Matteo Renzi ci finisce dentro un po’ tutto: la cancellazione della norma sulla prescrizione e la testa di Alfonso Bonafede, la ridefinizione della struttura commissariale e del ruolo di Domenico Arcuri, una svolta sulle politiche economiche da applicare attraverso la rimozione immediata di Roberto Gualtieri, da rimpiazzare magari con una figura tecnica, un cambio di passo sulla scuola col conseguente siluramento di Lucia Azzolina. Poi però, dal podio del Salone della Regina, al termine del colloquio col presidente della Camera Roberto Fico, il senatore di Scandicci usa toni compassati, quasi concilianti per chi invece dovrebbe tentare la spallata a Giuseppe Conte. Perfino sul Mes, invocato un paio d’ore prima da Vito Crimi come uno di quegli “argomenti divisivi” che sarebbe meglio accantonare, evita la polemica. E però, come aveva anticipato ai suoi parlamentari in mattinata, “esigerò un contratto alla tedesca”. E infatti è quella la richiesta: “Un documento scritto in cui si dica chi fa cosa e in che tempi, così che si tolga qualsiasi alibi”. Segno insomma che, arrivato ormai a metà del guado, avendo ottenuto un risultato che molti dei suoi gli consigliano di accettare come “il massimo che potevamo ottenere”, Renzi è indeciso sul da farsi: “Continuiamo a preferire un governo politico, ma non a tutti i costi. E se si dovesse arrivare a un governo istituzionale daremo comunque la nostra disponibilità”.

Al Nazareno, e non solo lì, sospettano che in verità sia proprio quella, la prima scelta del Rottamatore: un esecutivo che possa consentire un allargamento della maggioranza anche a Forza Italia, o a qualche suo pezzo. E non è un caso che Renzi – contento per il fatto che dal mondo azzurro inizino a palesarsi segnali incoraggianti, come le prese di distanze di Mara Carfagna dall’Aventino sovranista – sia tornato a parlare con l’assiduità di bei tempi col Cav.: lo lusinga, lo tenta. “Pensa come sarebbe bello, un governo Cartabia con Draghi all’economia”. Fin troppo bello, però, per essere vero. E così non resta che questo “contratto di governo”, come terreno di confronto e di possibile scontro da qui a martedì, quando Fico salirà al Quirinale a riferire sull’esito del suo mandato esplorativo.

E certo, visto così, questo “cronoprogramma”, questo “patto di fine legislatura”, pare un po’ il topolino prodotto dalla montagna della crisi. E infatti nella delegazione del Pd, all’uscita dalle consultazioni a Montecitorio, regnava per lo più lo scetticismo. Nicola Zingaretti aveva la faccia di chi avrebbe preferito stare ovunque nel mondo, che non a dover gestire una baruffa che lui ha subito e a cui, per invito abbastanza categorico del capo dello stato, il suo Pd è chiamato a trovare una soluzione. E intanto Andrea Orlando e i capigruppo Andrea Marcucci e Graziano Delrio si guardavano tra loro perplessi: “Tutta questa strada per arrivare di nuovo fino a qua”. Ai tavoli di programma, al confronto sulle riforme da approvare e sull’agenda da ridefinire: una mezza pantomima che va avanti dal novembre del 2019, a intermittenza, e che finora ha prodotto poco o nulla.

E così Fico spera di risolverla in modo quasi indolore. Ha chiesto ai rappresentanti dei partiti di maggioranza la disponibilità a un secondo giro di consultazioni singole in tempi rapidi, magari già domani sera, dopo aver consultato anche i vari gruppuscoli del Misto. E infine, un incontro collegiale nella giornata di lunedì, per scrivere l’accordo. Insomma quel che non si è fatto in un anno e più, lo si dovrà fare nel giro di quarantott’ore. Ed è proprio in questa strettoia che Renzi si ritrova a sgomitare, a meditare una nuova possibile mossa del cavallo. Alzare l’asticella sui temi, certo. E, nel farlo, innescare la polveriera dei risentimenti nei gruppi parlamentari del M5s. Perché è vero, come ha confidato Luigi Di Maio a qualche suo fedelissimo, che Dibba con le sue dimissioni ha dimostrato più che altro la sua irrilevanza, visto che nessuno o quasi lo ha seguito. E però l’antirenzismo è un sentimento diffuso e pericoloso, specie tra i senatori grillini. Un ministro, richiesto di fare un calcolo a spanne, la butta lì: “Sono venti, forse venticinque, che sono al livello massimo di sopportazione, che alla prossima provocazione di Renzi si chiamerebbe fuori”. E il leader di Italia viva forse è proprio lì che vorrà battere: perché se il M5s si spacca, un allargamento della maggioranza dovrà passare per forza per un coinvolgimento di un pezzo del centrodestra. Difficile da fare, in tre giorni. Ma chissà. A Zingaretti, che ha fatto un richiamo alla lealtà, Renzi ha replicato con fermezza: “Lealtà è dire in pubblico quello che si dice nelle riunioni private”. Una punta di veleno, certo. Che però forse dimostra che, senza il sostegno più o meno tacito del Pd, sparigliare, per il leader di Iv, da qui a martedì sarà difficile