La Corte: Johnson fuorilegge. A Londra riapre il Parlamento

Il premier britannico costretto a rientrare da New York. L’opposizione chiede le dimissioni subito

Un colpo devastante. Ieri sera l’autorità politica di Boris Johnson era in pezzi, dopo che la Corte Suprema britannica aveva dichiarato «illegale» la sua decisione di sospendere il Parlamento per cinque settimane. Il premier britannico è stato investito dalla sentenza mentre si trovava a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite: ed è stato costretto a rientrare immediatamente a Londra, dove arriverà stamattina per trovare le Camere già riconvocate.

 

Johnson si è detto in «profondo disaccordo» con la decisione della Corte ma ha sottolineato che ne rispetterà la sentenza: anche se ha fatto intendere che potrebbe provare a sospendere di nuovo il Parlamento, con la scusa di voler dare il via a un nuovo iter legislativo. Ma soprattutto ha accusato i promotori della causa legale di volere in realtà bloccare la Brexit.

Al suo rientro a Londra Boris dovrà fronteggiare un coro di voci che ne chiede le dimissioni immediate, a partire dal leader laburista Jeremy Corbyn: anche se non sembra che le opposizioni siano intenzionate ad andare immediatamente a un voto di sfiducia.

La Corte suprema ha in sostanza accusato Johnson di aver minato la costituzione britannica, perché ha impedito al Parlamento di svolgere la sua funzione di scrutinio: «L’effetto sui fondamentali della nostra democrazia è stato estremo», ha detto la presidente della Corte, Lady Brenda Hale, che ha concluso sottolineando come «la decisione di consigliare a Sua Maestà di sospendere il Parlamento era illegale, perché ha avuto l’effetto di frustrare o prevenire la capacità del Parlamento di portare a termine le sue funzioni costituzionali senza una ragionevole giustificazione».

 

La Regina

La sentenza mette Elisabetta in imbarazzo: ha dovuto avallare una scelta illegale

La sentenza non è arrivata al punto di dire che Johnson ha mentito alla Regina, cosa che sarebbe stata ancora più grave. Ma comunque mette la sovrana al centro dei riflettori e in una posizione di potenziale imbarazzo: perché Elisabetta ha dovuto avallare una decisione che era illegale. E per una monarca che era riuscita sempre a stare al di sopra della mischia, non si tratta di una esperienza piacevole.

Gli effetti immediati della sentenza sul futuro della Brexit non sono tuttavia clamorosi: perché i deputati erano già riusciti ad approvare la legge che obbliga Boris a chiedere una proroga dell’uscita dalla Ue prevista per il 31 ottobre, se non sarà stato raggiunto un accordo entro il 19. Il premier ha dunque già le mani legate: ma la riapertura delle Camere significa che avrà ancora meno margine di manovra per tentare di aggirare la legge.

Ma quelli che contano sono gli effetti a lungo termine sulla delicata Costituzione britannica, che non è un testo scritto ma un insieme di convenzioni e consuetudini, ora messo a dura prova dalle tensioni sulla Brexit. Nel conflitto che si era aperto fra governo e Parlamento è intervenuta la magistratura, che pure finora si era tenuta alla larga da sentenze «politiche»: ed è prevedibile che ora anche l’autorità giudiziaria sia trascinata nella mischia.