La corsa delle vaccinazioni

La gara per immunizzare la popolazione ha due grossi problemi: poche dosi e poco tempo. La partenza in Europa è stata molto differente: male Francia e Olanda, bene Italia e Germania. Ma la vaccinazione di massa sarà un'altra partita

I governi di tutto il mondo sono impegnati nella corsa delle vaccinazioni. Al momento, però, in questa gara hanno due grossi problemi: poco tempo e poco carburante. Il tempo è rappresentato dall’arrivo dell’inverno e quindi dal timore di una nuova ondata, peggiorata dall’esistenza di nuove varianti più contagiose come quella diffusa in Inghilterra. Il carburante sono invece le dosi di vaccino, che sono largamente insufficienti rispetto alle esigenze e hanno due strozzature: da un lato dall’iter autorizzativo, che può sbloccare o meno nuovi vaccini e dall’altro dalla capacità produttiva.

In Europa, con l’approvazione dell’Ema confermata in Italia dall’Aifa del vaccino di Moderna, sono due i vaccini autorizzati. L’Unione europea si è già impegnata con Pfizer/BioNTech per l’acquisto di 300 milioni di dosi, a cui si vanno ad aggiungere gli 80 milioni raddoppiabili dell’accordo con Moderna. Ciò vuol dire che le dosi, da somministrare due volte per ogni paziente, al momento coprono circa la metà dei 450 milioni di residenti europei. Nella speranza che un’iniezione di carburante arrivi dall’autorizzazione di nuovi vaccini, stanno aumentando gli sforzi per far aumentare la produzione dei vaccini approvati: Moderna ha dichiarato che dovrebbe riuscire a raddoppiare la produzione prevista per il 2021 (da 500 milioni a 1 miliardo), mentre Pfizer/BioNTech si stanno impegnando per aprire un nuovo sito produttivo entro febbraio. In questo contesto di disperata corsa contro il tempo e con poca benzina nel serbatoio, diversi stati stanno pensando di modificare in corsa la strategia vaccinale, ad esempio vaccinando quante più persone possibili con la prima dose, ritardando di conseguenza l’inoculazione della seconda dose. E’ la strategia attuata dal Regno Unito, nel tentativo di fornire una minima protezione mentre si diffonde la variante più contagiosa del coronavirus, su cui stanno riflettendo anche Stati Uniti e Canada. Più che una strategia diversa è una sperimentazione, i cui effetti non sono noti e potenzialmente anche controproducenti.

La presenza di un collo di bottiglia nella produzione non esclude però che ce ne sia un altro nella distribuzione. Anzi, gran parte delle campagne di vaccinazione in Europa mostrano che si tratta di un problema serio. Sono numerosi i paesi in estremo ritardo. Un caso clamoroso è quello della Francia che, a distanza di una decina di giorni dal V-day del 27 dicembre, ha vaccinato poche migliaia di persone, con uno dei numeri più bassi d’Europa sia in valore assoluto sia, soprattutto, in rapporto alla popolazione. Nel paese, inoltre, è molto forte lo scetticismo nei confronti del vaccino, con una quota superiore al 50 per cento di persone che non intendono vaccinarsi. Poche dosi disponibili, incapacità del governo di somministrarle ed elevata diffidenza nei confronti del farmaco: un mix potenzialmente esplosivo. Il presidente Emmanuel Macron sta cercando di imprimere un’accelerazione al piano con mosse che appaiono quasi disperate, come l’assunzione di consulenti esterni di McKinsey per fornire nuove soluzioni sulla logistica e l’istituzione di un “collettivo” composto da cittadini estratti a sorte che dovrà monitorare la campagna di vaccinazione.

Le cose vanno molto male anche in paesi solitamente efficienti, come ad esempio l’Olanda dove in pratica le vaccinazioni non sono ancora partite. Il governo ha subito molte critiche anche in Parlamento, dove le opposizioni hanno definito la strategia “caotica e confusa”, perché in pratica non esistono un piano logistico e un sistema informativo. La giustificazione, imbarazzante, del primo ministro Mark Rutte è stata che le autorità si sono organizzate per la distribuzione più semplice del vaccino Oxford/AstraZeneca, che non è stato ancora approvato dall’Ema, invece che per il vaccino Pfizer/BioNTech che necessita di una logistica specifica per una catena del freddo a -70 gradi. Anche il Belgio è in forte ritardo, con pochissime vaccinazioni effettuate, e per questo sta aggiornando il suo piano.

In questo quadro l’Italia, nonostante qualche inciampo iniziale, con le sue circa 380 mila vaccinazioni ha insieme alla Germania un numero di inoculazioni tra i più elevati in Europa sia in valore assoluto sia in rapporto alla popolazione. “Non dobbiamo associare la parola vaccino alla parola ritardo”, ha dichiarato il Commissario straordinario Domenico Arcuri in conferenza stampa, dove ha illustrato i passi del piano strategico italiano. L’obiettivo è quello di raggiungere l’immunità di gregge, ovvero l’80 per cento della popolazione (48 milioni di persone) entro l’autunno. Al momento, riferisce Arcuri il problema principale è la scarsità di dosi in questa prima fase dedicate al personale sanitario e alle Rsa: ne sono state distribuite circa 900 mila e la velocità di crociera deve per le dosi disponibili deve essere di circa 65-70 mila vaccinazioni al giorno, un ritmo che è più o meno quello attuale. Le altre due componenti da affiancare alla disponibilità dei vaccini sono, come dice Arcuri, un piano logistico e organizzativo per la distribuzione e un esercito di medici e infermieri capaci di somministrare i vaccini nel più breve tempo possibile. Al momento questi altri due pilastri della strategia vaccinale, un piano di distribuzione e una capillare per la somministrazione sul territorio, non ci sono ancora e devono essere implementati.

La prima fase, quella della somministrazione al personale sanitario negli ospedali, e la seconda, quella della somministrazione di massa, sono molto diverse tra di loro. Nel primo caso esiste già una rete di strutture sul territorio, chi deve somministrare il vaccino e si sa bene chi deve riceverlo. La fase della vaccinazione del resto della popolazione è molto più complicata e prevederà la realizzazione di nuove strutture, il coinvolgimento di decine di migliaia di operatori (medici di base, pediatri, infermieri e forse farmacisti) e di decine di milioni di pazienti. Aver affrontato bene la prima fase è sicuramente un buon punto di partenza, ma non garantisce risultati per quella successiva che potrebbe arrivare in breve tempo se dovesse sbloccarsi il collo di bottiglia della disponibilità e produzione dei vaccini. Il programma del governo che ha come traguardo l’immunità di gregge in autunno prevede infatti di vaccinare circa 6 milioni di italiani entro marzo, quasi 14 milioni ad aprile e oltre 20 milioni a maggio. Ognuno dovrà ricevere due dosi. Vorrà dire arrivare a 4-500 mila vaccinazioni ogni giorno.