La città in piazza per Sant’Agata Il rito «sociale» che unisce Catania

Fra le feste cristiane più partecipate al mondo

La prima cosa che tutti sanno o dovrebbero sapere è che la festa di Sant’Agata è Catania e Catania è la festa di Sant’Agata.

Il fatto che pochi sanno è che si tratta di una delle feste cristiane più straordinarie e partecipate al mondo. Un’autorappresentazione collettiva, che culmina in tre giornate campali, dal 3 al 5 febbraio. Dunque va da sé che una fotografia come quella realizzata da Fabrizio Villa, scattata dall’alto su piazza del Duomo oceanica e intasata, ribollente come l’Etna, è la sola immagine plastica capace di rendere l’enormità di questo rito collettivo che si consuma da molti secoli per le vie della città: le cui processioni, quella interna e quella esterna, si compiono su uno sfondo di parole scandite ossessivamente in coro dai fedeli agatini vestiti di saio penitenziale bianco («u saccu») con cordone e copricapo nero («u cirillu»): «Cittadini, semu tutti devoti tutti!».

All’attrazione di sant’Agata non sfugge nessuno (credente o laico che sia), specie da quando, all’alba, si apre il cancello di ferro dietro cui sono protette le reliquie della Santa: le chiavi sono tre, conservate da persone diverse — il tesoriere, il cerimoniere e il priore del capitolo della Cattedrale — incaricate di lasciar uscire dalla cameretta il busto dorato nel tripudio generale. Qualcuno dice che il momento più emozionante è la Messa dell’Aurora, che dà il benvenuto alla martire; qualcuno è pronto a scommettere che la fase di entusiasmo più travolgente è quella che costringe a tirare il fercolo (la «vara») di corsa su per la salita di San Giuliano, dove lo sforzo è immane e la prova (atletica e pia insieme) sempre pericolosa. I bambini, invece, vanno in delirio, in piazza, allo scoppio dei fuochi d’artificio più imponenti che hanno mai visto e che mai vedranno. I luoghi del martirio della Santuzza vengono lambiti dai devoti dotati di «candelore» (altissime costruzioni in legno dorato sormontate da ceri accesi), che un tempo rappresentavano le corporazioni e i mestieri: il tutto a gran velocità, quasi a evitare alla martire il ricordo penoso della sofferenza.

Povera Agata, giovane patrizia catanese vissuta nel III secolo: la quale, secondo l’agiografia tradizionale, si consacrò prestissimo alla vita religiosa, ma finì vittima delle pretese del proconsole Quinziano, che se ne invaghì chiedendole di rinnegare la sua fede e di sposarlo. Le fu fatale il rifiuto, cui seguirono la cattura, la prigionia, la resistenza indomita alle torture: allo strappo dei seni con delle tenaglie pose rimedio San Pietro apostolo in persona. Infine, la morte dentro una fornace da cui rimase illeso miracolosamente il velo bianco della giovane.

Era il 5 febbraio 251 e l’anno seguente l’Etna in eruzione si arrestò solo davanti allo sventolio del velo bianco di Agata. Che da quell’anno divenne la patrona della città, e si può immaginare lo sconforto allorché le reliquie nel 1040 furono trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace e portate a Costantinopoli, prima di venire restituite ottant’anni dopo da due eroici soldati della corte imperiale. Gli agiografi narrano che la futura Santa Lucia si consacrò a Cristo dopo un pellegrinaggio al sepolcro di Sant’Agata per chiedere la guarigione di sua madre Eutychia.

«A Catania — scrisse Giovanni Verga — la quaresima vien senza carnevale; ma in compenso c’è la festa di Sant’Agata, — gran veglione di cui tutta la città è il teatro — nel quale le signore, ed anche le pedine, hanno il diritto di mascherarsi, sotto il pretesto d’intrigare amici e conoscenti, e d’andar attorno, dove vogliono, come vogliono, con chi vogliono, senza che il marito abbia diritto di metterci la punta del naso».

Era il lato profano della festa: il cosiddetto rito delle «’ntuppatedde», (letteralmente le lumache), che concedeva alle donne, coperte di nero e dunque in incognito, qualche ora di libertà e di allegria in ricordo di una vergine che aveva negato sé stessa ai desideri del maschio aggressore.