La Brexit è compiuta. Il Regno Unito esce dall’Ue

Il Parlamento europeo ha votato a favore del piano di uscita del Regno Unito dall’Ue proposto dal governo Johnson e già approvato dal Parlamento britannico. Ufficialmente la Brexit avverrà domani, 31 gennaio, ma è già decisa. È un precedente storico, utile per comprendere il futuro del processo di integrazione europea. Quando la parola è passata ai Conservatori britannici, i principali fautori della Brexit, abbiamo potuto udire ancora una volta le ragioni della rottura. Il più chiaro è stato Daniel Hannan: l’opinione pubblica britannica ha incominciato a voltare le spalle all’Europa quando è diventata palese “l’aspirazione a trasformare l’Ue in un embrione di Stato”. Perché al Regno Unito “sarebbe bastata una relazione solo commerciale”, ad ogni tappa del percorso di integrazione europea. Adesso, uscendo dall’Ue e cercando l’accordo di libero scambio, “State perdendo un cattivo inquilino, ma guadagnando un bravo vicino di casa”.

Sulle note di Auld Lang Syne (noto in Italia come “Valzer delle candele”), cantato in coro da tutti gli eurodeputati, si è compiuta la Brexit. Il Parlamento europeo ha votato a favore del piano di uscita del Regno Unito dall’Ue proposto dal governo Johnson e già approvato a maggioranza assoluta dal Parlamento britannico. E’ stato un voto quasi unanime: 621 a favore, 49 contrari. Ufficialmente l’uscita avverrà il 31 gennaio (domani, per chi legge), ma con questo ultimo voto nel Parlamento Europeo non ci sono più ulteriori passaggi politici. D’ora in avanti resta da definire quali rapporti intercorreranno fra l’Unione e l’ex Stato membro, ma saranno due entità ormai separate.

L’uscita del Regno Unito dall’Ue pareva un processo destinato a durare in eterno, o a non compiersi affatto. In realtà, la vittoria del conservatore Boris Johnson, con una maggioranza chiara in Parlamento, ha portato alla sua conclusione in meno di due mesi. Ciò dimostra che il problema fosse nella leadership, più che nella complessità della Brexit in sé. Il problema era Theresa May, molto più della frontiera di terra in Irlanda, dei diritti degli emigrati europei e di ogni altra questione complessa oggetto di dibattito. L’ex premier conservatrice era un problema perché, con le elezioni anticipate, da lei stessa volute, aveva perso una maggioranza chiara nel Parlamento britannico. Ma soprattutto perché la ex premier era indecisa sulla Brexit, avendo fatto campagna per restare nell’Unione fino almeno al 2016.

Da parte europeista, il momento dell’uscita è stato accolto con professionalità e una punta di nostalgia. Le sciarpe “Sempre uniti” con le due bandiere, il canto suggestivo del valzer finale, dopo il voto, la scritta del gruppo dei Socialisti e Democratici “Non è un addio, è un arrivederci” sono tutti espliciti segni di amicizia. Saranno anche costruiti ad arte e probabilmente celano più di un mal di pancia fra gli eurodeputati contrari alla Brexit, ma comunque lanciano all’opinione pubblica europea un segnale importante: se si vuole, si può uscire pacificamente e con metodi democratici dal progetto di Unione. E’ la prima volta che accade, il precedente è importantissimo. L’unificazione politica dell’Europa non è un percorso storico irreversibile. Composto anche il discorso di Guy Verhofstadt, portavoce del Parlamento Europeo nel processo di Brexit: “è triste veder uscire un Paese che per due volte ha dato il sangue per liberare l’Europa”. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen (rappresentante proprio del Paese contro cui è stato versato due volte il sangue degli inglesi), ha dichiarato che l’accordo di uscita è “solo un primo passo”, verso un nuovo rapporto di partnership fra Ue e Regno Unito.

Quando la parola è passata ai Conservatori britannici, i principali fautori della Brexit, abbiamo potuto udire ancora una volta le ragioni della rottura. Il più chiaro è stato Daniel Hannan: l’opinione pubblica britannica ha incominciato a voltare le spalle all’Europa quando è diventata palese “l’aspirazione a trasformare l’Ue in un embrione di Stato”. Perché al Regno Unito “sarebbe bastata una relazione solo commerciale”, ad ogni tappa del percorso di integrazione europea. Adesso, uscendo dall’Ue e cercando l’accordo di libero scambio, “State perdendo un cattivo inquilino, ma guadagnando un bravo vicino di casa”. Per Nigel Farage, fondatore dell’Ukip e poi del Brexit Party, un brexiter da tempi non sospetti (sin dal 1999) afferma che “Voglio che la Brexit avvii un dibattito in tutta Europa. Dobbiamo chiederci: cosa vogliamo dall’Europa?” E ribadisce il concetto che “commercio, amicizia, cooperazione e reciprocità” fra le Nazioni possono esserci anche senza “tutte queste istituzioni e tutto il loro potere”.

Gli europei continentali, a destra come a sinistra (su questo il consenso è ormai bipartisan), non concepiscono un rapporto di buon vicinato, di libero scambio di persone, merci e capitali senza uno Stato continentale che regoli il tutto dall’alto. E’ una passione centralista e regolatrice che sta portando rapidamente all’erosione del principio di sussidiarietà, base di ogni sano decentramento. Ed è inevitabile, considerando anche la totale neutralità valoriale delle istituzioni europee. L’Europa medievale poteva fare a meno di un potere centrale, la sua estrema frammentazione coesisteva con un’unità di valori (cristiani), di moneta (l’oro) e di lingua veicolare (il latino). L’Europa attuale non ha nessuno di questi elementi unificanti, fatta eccezione per l’euro, che però è una moneta fiat, emessa da una banca centrale, dietro decisione politica e non è neppure universalmente accettata. Oltre alla lingua veicolare, l’inglese, che da domani non sarà più la lingua madre di alcuno Stato membro. Non avendo alcun elemento unificante, l’Ue non può che ricorrere alla centralizzazione del potere politico e burocratico, se vuol portare a termine il processo di unificazione. I britannici, come da tradizione, sanno ben distinguere fra libero scambio e sovranità e hanno affrontato per tempo il pericolo della centralizzazione del potere. Vogliono il libero scambio, anche al di fuori dell’Ue. Ma proprio per questo motivo, sono anche gelosi della loro sovranità e della loro antica democrazia. Sanno che, se si rinchiudono due dozzine di Stati differenti in un unico condominio, il rischio di veder calpestati i propri interessi (e anche la propria libertà) aumenta, non diminuisce. Il rischio che scoppino rivalità, inimicizie nazionaliste e conflitti, aumenta e non diminuisce. L’Ue può realizzare il contrario dell’ideale europeista, la Brexit è lì a ricordarcelo.