La battaglia delle madri russe: «Putin, restituisci i nostri figli»

L’associazione nata in Urss durante la guerra in Afghanistan lotta legalmente per ottenere il congedo dei giovani volontari a contratto: «È solo un loro diritto poter lasciare il fronte»

Valentina è consapevole del rischio. «Non posso dare cifre o citare casi specifici. È vietato dal codice penale. Se dico una parola di troppo, posso finire in prigione», afferma via Telegram. Valentina Melnikova, rappresentante dell’Unione dei comitati delle madri dei soldati russi, tuttavia, accetta ugualmente di parlare. «Su molte questioni dovrò essere vaga, ma è meglio di niente». Negli ultimi mesi, l’Unione è diventata punto di riferimento dei militari determinati a lasciare il campo di battaglia in Ucraina. «Parecchi si rivolgono a noi. Non tanti quanti ci contattarono durante la prima guerra cecena, quando ricevemmo 10mila lettere in un anno. Ora ne arrivano anche venti al giorno. Poi, a differenza di allora, ci sono i messaggi nei vari canali online», aggiunge una delle fondatrici dell’organizzazione, creata oltre tre decenni fa, alla fine del conflitto afghano. Valentina non voleva che il fronte risucchiasse i figli, di 16 e 17 anni. «Non ero la sola. C’erano altre madri che vivevano il mio stesso dramma. Ho cominciato a contattarle e insieme abbiamo costituito i primi comitati ». Trentatré anni e dodici guerre dopo, l’associazione spontanea si è trasformata in una galassia di 52 gruppi e centinaia di attivisti. Insieme a loro, Valentina prosegue la propria battaglia per difendere i diritti umani dei soldati. In primis quello a non combattere, se non lo vogliono. «Ormai abbiamo una certa esperienza e sappiamo come muoverci».

 

Cosa non facile data l’opacità con cui Mosca porta avanti la cosiddetta “Operazione militare speciale”. Il presidente Vladimir Putin non ha dichiarato finora la mobilitazione generale. Settimana dopo settimana, man mano che i tempi dello scontro si vanno allungando e le “perdite” aumentano, le autorità hanno incrementato il reclutamento delle cosiddette “truppe a contratto”. Alla fine di maggio, è stato abolito il limite di 40 anni di età per entrare nell’esercito. Nelle ultime settimane, gli uffici di arruolamento hanno incrementato gli sforzi attraverso un’intensa campagna pubblicitaria, basata in un abile dosaggio di minacce e persuasione. Una pioggia di ordini di convocazioni ha raggiunto i veterani e chiunque abbia esperienza militare. Questi ultimi possono essere obbligati a presentarsi non, però, ad accettare il contratto che viene loro proposto con insistenza, facendo leva sul salario. A chi accetta, vengono garantiti stipendi equivalenti a una somma compresa tra i 3.500 e i 3.700 dollari, quasi dieci volte la paga base di un soldato in “tempi normali”.

 

Molto spesso, però, rivelano fonti umanitarie, il denaro promesso non arriva poiché i contratti presentano una serie di eccezioni che sfuggono ai sottoscrittori. Nonostante le garanzie presidenziali, inoltre, anche i militari di leva – a cui sono obbligati tutti i maschi tra i 18 e i 27 anni – vengono spediti al fronte. I volti dei ragazzini in divi- sa presi prigionieri sono immortalati e ampiamente diffusi dalle forze armate ucraine. Non sorprende, dunque, che alla prima licenza, tanti facciano di tutto per rimanerci e non tornare più al fronte. La gran parte bussa alle porte dell’Unione. «La legge lo consente. I soldati a contratto hanno diritto di lasciare. È sufficiente presentare una richiesta scritta in cui sono esposte le motivazioni della rinuncia. Molto spesso, però, i comandanti non accettano le dimissioni e fanno pressione perché restino. Li intimidiscono agitando lo spettro di conseguenze pensali. Dicono loro che rischiano addirittura il carcere. In realtà non è vero ma vari non lo sanno. Noi li sosteniamo dal punto di vista psicologico perché, affinché il procedimento vada a buon fine, il soldato deve mantenersi fermo. Assicuriamo, soprattutto, assistenza legale. Li aiutiamo a scrivere lalettera in modo inoppugnabile. E spieghiamo loro che è importante rivolgersi al più alto in grado, non ai sottoposti. Finora le nostre istanze sono state sempre accettate grazie all’esperienza maturata sulle crisi in Cecenia e in Donbass, dove ci siamo trovate ad affrontare casi simili », racconta Valentina, stando attenta a non fornire alcuna cifra. L’intelligence ucraina parla di migliaia di casi. Addirittura, sostiene che in varie unità, come la 150esima divisione dei fucilieri motorizzati dell’ottavo esercito del sud, tra il 60 e il 70 per cento delle truppe abbia lasciato. I dissidenti russi sono più cauti e calcolano gli abbandoni in circa un migliaio.

 

Il Cremlino, proprio come sui morti in combattimento, tace. Le motivazioni per dismettere la divisa variano. «Alcuni non sopportano lo stress, altri hanno una parte di famiglia in Ucraina, altri ancora non avevano ben chiare le condizioni che avrebbero affrontato. Loro ci indicano la causa e noi suggeriamo come esporla nel modo più efficace, solo questo». L’Unione, in realtà, cerca anche di aiutare le famiglie a rintracciare i militari dispersi e a riportare a casa i corpi dei deceduti. Al momento, questi ultimi non hanno nessun servizio di consulenza legale per orientarsi nel labirinto kafkiano del ministero della Difesa. Un caos burocratico paragonabile all’assedio di Grozny del 1994 quando i cadaveri dei soldati russi restarono giorni e giorni per le strade a causa del divieto del Cremlino di raccoglierli. Solo all’inizio di giugno c’è stato il primo scambio ufficiale di 160 salme fra Mosca e Kiev. Una settimana dopo, ce n’è stato un secondo lungo le linee di Zaporizhzhia

 

Un numero incalcolabile, però – la guerra di cifre fra i due Paesi prosegue di pari passo a quella reale – resta accumulato negli obitori ucraini. Solo nelle celle frigo di Kharkiv, migliaia di corpi attendono da mesi di essere restituiti alle famiglie, forse ancora ignare.

Ha collaborato Maryna Prykhodko