Kirill sempre più “putiniano”. Ecco perché ha “licenziato” Ilarion

La sostituzione improvvisa del "ministro degli Esteri" ortodosso, mostra l'allineamento del patriarca di Mosca con la politica aggressiva del presidente

Il 7 giugno scorso si è tenuta a Mosca la sessione sinodale del patriarcato ortodosso, che ha preso una serie di decisioni piuttosto rilevanti, di cui la più clamorosa è stata la sostituzione improvvisa del primo vicario del patriarca, il metropolita Ilarion (Alfeev), un personaggio abbastanza noto anche all’estero per la sua funzione di presidente del dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne. La riunione è stata anche chiamata il “Sinodo dei vincitori”, perché ha assorbito nella giurisdizione moscovita la Chiesa della Crimea, che era rimasta alle dipendenze di Kiev anche dopo l’annessione del 2014.

L’avviso di Mosca agli ucraini

Il patriarcato ha anzitutto fornito una replica autoritaria alla decisione dell’analogo sinodo tenuto qualche giorno prima dai confratelli ucraini, membri della Chiesa presieduta dal metropolita Onufryj (Berezovskij) che era sempre rimasta in comunione con Mosca, e ora ha dichiarato la propria indipendenza. Nella decisione dell’assise presieduta dal patriarca Kirill (Gundjaev) si esprime «il disappunto per le pressioni sulla Chiesa in Ucraina [“Upz”, Ukrainskaja Pravoslavnaja Zerkov, per distinguerla dalla “Pzu”, Pravoslavnaja Zerkov Ukrainy che distingue la Chiesa autocefala], manifestando il nostro sostegno a coloro che sono stati costretti a omettere il nome del patriarca nella liturgia», e per questo «si ricorda che la decisione di cambiare lo status della Upz può essere presa solo all’interno della procedura canonica, che comprende la deliberazione del Concilio locale della Chiesa Ortodossa Russa».

Al di là del curiale linguaggio burocratico, Mosca avverte che gli ucraini non possono auto-determinare la propria dimensione ecclesiale, «provocando un nuovo scisma» dopo quello avvenuto nel 2019, quando il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo (Archontonis) concesse il Tomos di autocefalia, la dichiarazione di autonomia ecclesiastica, alla Chiesa Pzu presieduta dal metropolita di Kiev Epifanyj (Dumenko).

“La Crimea è nostra”

Anche Kirill ha deciso dunque di proclamare “la Crimea è nostra”, Krym Naš!, il famoso grido di vittoria di Vladimir Putin sulla piazza Rossa la sera del 18 marzo 2014, quando il referendum crimeano decise l’annessione alla Russia. Allora il patriarca contestò il trionfo con la sua assenza dal raduno, e lasciò Sebastopoli in mano a Onufryj; oggi lo minaccia di scomunica se renderà efficace la dichiarazione di indipendenza, modificando gli statuti che legano la sua Chiesa a Mosca.

In realtà, la Upz è autonoma già da tempo, in quanto fin dagli anni Novanta ottenne da Mosca di potersi gestire da sola, proprio per non lasciare agli “autocefali” l’arma del nazionalismo ucraino. Il patriarcato di Mosca ha conservato soltanto un primato d’onore, per ricordare comunque il legame indissolubile tra russi e ucraini, che costituisce la motivazione principale della “operazione militare speciale” iniziata il 24 febbraio.

Tutte le contraddizioni del mondo russo

A capo della metropolia della Crimea è rimasto l’arcivescovo Lazar (Švets) di Simferopoli, 83 anni, nuovo eroe nazionale della “resistenza” alle influenze esterne e alle tentazioni di scisma. Gerarca di lungo corso, era diventato vescovo nel 1980 in Argentina ai tempi di Pinochet, diventando esarca patriarcale per l’America latina, dove arrivò a celebrare nel 1988 il Millennio del Battesimo della Rus’, l’inizio della rinascita religiosa del post-comunismo, fino a rinominare la piazza di Buenos Aires vicina alla Chiesa russa come “piazza del santo principe Vladimir”.

Tornato in patria, fu protagonista della riapertura di chiese e monasteri in Ucraina, dove si candidò perfino al parlamento nel 1990, prima della fine dell’Urss. L’indipendenza di Kiev avvenne mentre presiedeva la diocesi di Odessa e Kherson, una delle zone più interessate dal conflitto attuale, e sostenne attivamente la richiesta di autocefalia che gli ucraini rivolsero a Mosca nel 1992, ma allo stesso tempo chiese che la sua diocesi rimanesse «alle dipendenze dirette del patriarca di Mosca». Lazar incarna quindi tutte le contraddizioni attualmente in gioco a livello ecclesiastico, perfino quelle del “mondo russo” in tutti i continenti, laddove il patriarcato di Mosca si propone come unica vera Chiesa ortodossa per tutti i popoli.

Chi è Ilarion

All’esaltazione di Lazar si contrappone la destituzione di Ilarion, che incarna invece la “nuova generazione” degli ortodossi post-sovietici, in una ideale staffetta di restaurazione del vecchio al posto del nuovo, ben più significativa di quella con il giovane metropolita Antonij chiamato a prendere il posto del “ministro degli esteri” patriarcale.

Ilarion, 58 anni, è stato consacrato vescovo nel 2001, agli albori del putinismo, e anch’egli vanta un’importante missione estera. Inviato come vicario del leggendario metropolita di Surož Antonij (Bloom) in Inghilterra, in poco tempo ridusse a nulla la sintesi di ortodossia russa e cultura anglosassone che caratterizzava la Chiesa in quelle terre, dimostrando di essere il perfetto “agente speciale” della russificazione del mondo. Per questo Kirill, diventato patriarca nel 2009, gli cedette il suo posto al dipartimento degli esteri, che Ilarion ha quindi presieduto in questi 13 anni.

L’ipotetico prescelto

Il dipartimento ha sede al monastero moscovita di San Daniele, la cui restituzione fu uno dei primi segnali del disgelo nei confronti della religione, ancora prima di Gorbačev negli anni Ottanta. Kirill lo ha usato per anni come la vera sede del potere ecclesiastico, lasciando al suo predecessore Aleksij II (Ridiger) soltanto i modesti uffici vicini alla cattedrale di Cristo Salvatore, eredità dell’emarginazione dei tempi sovietici. La presa di possesso del grande monastero faceva naturalmente di Ilarion il “prescelto” anche nella ipotetica linea di successione patriarcale, che comunque è ancora lontana dal giungere a uno snodo decisivo.

Kirill ha peraltro adottato con il suo erede una politica a lui molto congeniale, quella della “giravolta dei fedelissimi”: dopo averlo spostato per anni da una sede all’altra, quando lo ha messo ai vertici del San Daniele gli ha tolto quasi tutti i poteri, smembrando l’elefantiaca struttura del dipartimento in una serie di altri dicasteri, dove mettere altri suoi discepoli, rimanendo l’unico padrone di tutta la macchina.

I buoni rapporti col Vaticano

Il ruolo diplomatico di Ilarion doveva quindi rimanere soltanto onorifico, limitandosi a eseguire gli ordini del capo supremo e seguendolo come un’ombra, come avvenne nello storico incontro all’Avana con papa Francesco del 12 febbraio 2016. Ilarion si è sempre attenuto al copione, cercando però di aggiungere elementi che spostassero su di lui qualche riflettore.

Nel 2009 ha creato l’Istituto per aspiranti e dottori “Cirillo e Metodio”, un centro di alta specializzazione teologica che si pone al di sopra di tutti i seminari e le accademie della Russia, mettendo a frutto gli anni di Oxford e delle sue ricerche in campo storico-patristico. Avendo alle spalle anche gli studi giovanili al conservatorio, Ilarion si è procurato una certa notorietà come compositore di musica sacra e profana, le cui opere venivano immancabilmente inaugurate in Vaticano, a volte ancor prima che a Mosca.

Ilarion e Tikhon

Non mancavano quindi i motivi di tensione tra Kirill e Ilarion, in quanto il patriarca mal sopporta che i suoi sottoposti si muovano in modo autonomo e rifulgano, se pur parzialmente, di luce propria. Kirill ha quindi posizionato intorno al suo primo “delfino” una serie di altri suoi stretti collaboratori, a partire dal suo attuale sostituto, il giovanissimo metropolita Antonij (Sevrjuk), 36 anni, vescovo dal 2015, che già nel 2009 egli aveva cooptato come suo segretario personale, tanto da essere definito il “figlioccio di Kirill”. Ilarion è rimasto comunque al suo posto per tutti questi anni, anche perché era il necessario contraltare di un’altra stella emergente del clero ortodosso russo, l’attuale metropolita di Pskov Tikhon (Ševkunov).

Questi proviene da una cerchia assai diversa dalla “ortodossia politica” di Kirill, che a Mosca collaborava fin dai tempi sovietici con le istituzioni statali; Tikhon era un monaco di Pskov, convertito negli anni Ottanta, esponente dell’ala più intransigente dell’Ortodossia, quella appunto dei monasteri. In seguito è diventato famoso come “padre spirituale di Putin”, essendo stato il consigliere del futuro presidente quando questi scelse il cristianesimo come una fede e un’ideologia insieme, che salvava la Russia dalla totale disgregazione.

Ilarion e Tikhon sono quindi rimasti finora i due antagonisti dell’interpretazione del ruolo della Chiesa nel nuovo Stato, il primo più “istituzionale” e il secondo più “ideologico”, tra Kirill e Putin, nella nuova edizione della “sinfonia bizantina” in cui i due poteri dovrebbero essere alla pari con ruoli diversi, tranne le continue volontà reciproche di prevaricazione.

Prese di distanza

Ora Kirill sembra chiaramente allineato con la volontà di Putin, che nella guerra ucraina esprime l’idea aggressiva e apocalittica di una Russia ortodossa che deve salvare i popoli fratelli e il mondo intero. Tikhon si è mantenuto dietro le quinte, avendo già ampiamente espletato negli anni passati il suo ruolo di ispiratore, e si limita a controllare la situazione dalla lontana Pskov, peraltro confinante con la Bielorussia e vicinissima all’Ucraina.

Anche Ilarion ha cerato di tenersi alla larga dalle polemiche, ma le ultime vicende ecclesiastiche gli sono state fatali. Dopo il pronunciamento del sinodo di Kiev per l’indipendenza, egli si è limitato ad affermare che a livello canonico «non era cambiato niente», ed evidentemente questo è stato come una presa di distanza dalla necessità di imporsi sugli ucraini, quasi volesse suggerire di smettere anche le azioni militari.

La saga del patriarca e dei metropoliti

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato poi il viaggio di Ilarion a Budapest il 5 giugno, in cui il metropolita doveva limitarsi a ringraziare il presidente Orban per essersi opposto alle sanzioni contro Kirill; Ilarion ha invece dato ampia diffusione del suo colloquio con il cardinale Peter Erdo, uno dei più autorevoli prelati cattolici attuali, per sottolineare l’importanza di rimanere in contatto con gli interlocutori esteri, magari anche i capi di Stato occidentali.

La saga del patriarca e dei metropoliti è ancora lungi dal concludersi, conoscendo i personaggi e attendendo gli sviluppi di una situazione internazionale sempre più drammatica. Alcuni commentatori interpretano l’esilio ungherese di Ilarion come un’ulteriore opportunità per ritagliarsi un ruolo indipendente da protagonista, o addirittura una mossa concordata dallo stesso Kirill, per avere una carta in più da giocare a seconda degli esiti futuri.

Di certo la Chiesa ortodossa russa ha mostrato, non solo con queste ultime scelte, che la separazione tra la politica e la religione è ancora una questione attuale dell’Europa, e costringe anche i laicissimi occidentali a rileggere la storia, per conoscere il futuro.