Jourová: «Da Russia e Cina attacco sistemico a colpi di disinformazione, l’Italia è nel mirino»

Vera Jourová, vicepresidente della Commissione Ue con delega alle politiche sui valori e sulla trasparenza, è impegnata nella battaglia contro la disinformazione online. Alle piattaforme web l’Ue chiede «più responsabilità e trasparenza perché online non può essere permesso tutto»

La disinformazione online è senza frontiere. E colpisce anche l’Italia. «L’articolo che ha avuto più seguito è stato pubblicato da Sputnik Italia ricevendo 112.800 like, condivisioni e commenti su Facebook, Twitter, Pinterest e Reddit. L’articolo sosteneva falsamente che la Polonia non aveva permesso a un aereo russo con a bordo aiuti umanitari e un team di medici diretto in Italia di sorvolare il proprio spazio aereo». Věra Jourová, ceca, vicepresidente della Commissione europea con delega alle politiche sui valori e sulla trasparenza, è impegnata nella battaglia contro la disinformazione online, che «minaccia la democrazia». «Un secondo caso di disinformazione, con 94 mila interazioni — prosegue nell’intervista rilasciata al Corriere insieme ad altri tre quotidiani europei — è un articolo pieno di teorie complottiste pubblicato in inglese su orientalreview.org: sosteneva che il coronavirus non è una vera pandemia, che l’Italia avrebbe lasciato l’Ue e che Trump e Putin devono fermare le élite e i banchieri dal dominare il mondo». Mercoledì la Commissione presenta una comunicazione sulla lotta alla disinformazione portata avanti durante il periodo del coronavirus, in vista dello European Democracy Action Plan che sarà presentato a fine anno e coinvolgerà le piattaforme web, alle quali si richiede «più responsabilità e trasparenza perché online non può essere permesso tutto».

Lei ha detto, parlando di disinformazione, che l’Europa è sotto un «attacco sistemico». Chi ci sta attaccando e perché?
«L’Ue è un’unione di Stati che è scomoda per alcuni attori stranieri. Soprattutto la Russia usa la propaganda per disturbare la nostra stabilità e democrazia. Vengono prodotte in modo sistematico fake news e disinformazione finalizzate a sfruttare l’ansia e la paura delle persone e indebolire la fiducia nelle istituzioni. Con il Covid abbiamo visto anche aumentare la propaganda della Cina, con la narrazione di un’Unione debole incapace di proteggere i propri cittadini. Non è sempre facile identificare chi c’è dietro questa disinformazione: non mi riferisco a chi produce le fake news sulle piattaforme ma all’individuazione di chi ha l’intenzione di destabilizzare le nostre società. Ci sono molti attori interni che sono disponibili a sfruttare questa disinformazione».

Quando parla di Russia e Cina intende i governi?
«Per la Russia mi riferisco ai programmi dei media e dei network, non stiamo accusando il governo russo che comunque sostiene questo approccio, non abbiamo le prove. Ma il governo russo ha aggiunto la disinformazione alla sua dottrina militare e abbiamo pubblicato molti casi documentati di disinformazione diffusa da media pro Cremlino».

Cosa chiedete alle piattaforme web di fare contro la disinformazione?
«Non sono solo le piattaforme, anche se hanno un ruolo estremamente importante. Ma ci sono un numero di impegni per differenti attori. Per il Covid è molto pericoloso se le persone possono leggere consigli sbagliati sulla salute. Vogliamo dalle piattaforme un report mensile su cosa fanno, sulla fonte e dove avviene e altro. Devono aprirsi al pubblico. Vogliamo che diano maggiore spazio alle informazioni che provengono dalle autorità e da fonti sicure e se necessario rimuovano i contenuti pericolosi per la salute. C’è una buona cooperazione in atto con le piattaforme e con gli Stati membri».

Si è complimentata con Twitter per avere oscurato alcuni messaggi del presidente Trump. È la scelta giusta?
«L’approccio di Twitter — oscuramento e fact checking – si avvicina molto al modo che riteniamo possa far diminuire l’impatto della disinformazione. Non vogliamo la censura e non c’è nella nostra Comunicazione né ci sarà nel Democracy Action Plan che stiamo preparando».

Ha detto che l’Ue ha bisogno di «una comunicazione più strategica». Non c’è il rischio di una «propaganda» europea?
«Non è nostra intenzione rispondere con gli stessi metodi della propaganda sporca: non risponderemo alla disinformazione con altra disinformazione. Non avere una comunicazione sufficiente, che porta fatti e numeri, e che sia verificabile lascia spazio alla disinformazione. In questo memento di crisi è necessario ricostruire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni».

Il populismo europeo è stato indebolito dal coronavirus?
«Il populismo si nutre di promesse che saranno mantenute nel futuro. Ma ora le persone non hanno bisogno di promesse bensì di azioni da parte degli Stati e i populisti non hanno niente da offrire. È importante convincere le persone a leggere le informazioni da fonti affidabili. Ora è necessaria un’informazione strategica perché dobbiamo difendere la nostra democrazia e le nostre istituzioni».

La sentenza della Corte costituzionale tedesca sulla Bce ha infranto i trattati? La Germania rischia una procedura di infrazione?
«Stiamo ancora analizzando la sentenza. Per noi però è chiaro che la Corte di giustizia dell’Ue è l’interprete del diritto europeo e lo stabilizzatore del sistema, e riconosciamo l’indipendenza della Bce. La procedura di infrazione arriva quando tutte le altre possibilità di dialogo sono esurite. È uno strumento legale che dobbiamo usare quando sono stati rotti i ponti della legge Ue e inizia con una lettera a cui segue una risposta. Ma non siamo a questo punto».

Il prossimo bilancio Ue prevede un legame tra il rispetto dello Stato di diritto e l’accesso ai fondi Ue. Non c’è il rischio che Polonia e Ungheria si oppongano?
«La Commissione ha proposto un voto a maggioranza qualificata inversa per far attivare la condizionalità. Non vogliamo ripetere il meccanismo dell’articolo 7 che richiede l’unanimità. Abbiamo bisogno di uno strumento che sia un forte deterrente. Quanto al negoziato per l’approvazione della proposta della Commissione, ho sentito per anni dire a Polonia e Ungheria che nei loro Paesi non c’è un problema di Stato di diritto (nei confronti di Varsavia la Commissione ha avviato una procedura di infrazione a fine aprile, ndr). Non vogliamo punire i beneficiari del bilancio Ue: gli agricoltori, i cittadini, i sindaci, coloro che hanno bisogno dei soldi, ma vogliamo creare una situazione scomoda per i governi che non rispettano lo Stato di diritto. La proposta della Commissione è equa».

C’è un rischio democratico in Polonia e Ungheria con l’adozione di poteri speciali per il Covid da parte dei governi?
«Stiamo monitorando la situazione. I poteri straordinari forse necessari durante questo periodo, devono però essere usati in modo proporzionato e limitato al periodo di crisi. L’Ungheria ha detto che lo stato di emergenza finirà il 20 giugno. Da quella data i controlli sul rispetto della legge Ue saranno rafforzati».

In questi giorni le proteste contro il razzismo dagli Usa hanno raggiunto anche le capitali europee. Com’è la situazione nell’Ue?
«Nell’Unione c’è il principio della tolleranza zero verso ogni tipo di discriminazione. Nelle regole europee e nelle leggi nazionali c’è questo principio, ma c’è un gap di applicazione di queste norme. Dobbiamo fare molto lavoro in Europa per infrangere gli stereotipi e i pregiudizi, contrastare i discorsi d’odio online contro le minoranze».