Italiani sotto stress da coronavirus. Il grido d’allarme degli psicologi

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“Dare voce alla salute”: in piazza per sollecitare un intervento dello stato

Non si può sapere, oggi, quanto ancora si dovrà avere a che fare con il Covid e con le sue implicazioni che, ormai è chiaro, riguardano la salute intesa nella sua totalità, ma risulta evidente l’esigenza di un intervento tempestivo da parte delle istituzioni per tutelare il diritto alla salute psicologica che appare ancora appannaggio di pochi ma invece è una necessità che riguarda molti.

Proprio per porre all’attenzione dei decisori politici questo argomento, il Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi è sceso in piazza, davanti alla Camera dei deputati, il 18 novembre.

“Dopo nove mesi di emergenza per la salute psicologica non è stato fatto nulla. Tante parole ma fatti zero. Noi abbiamo fatto tante proposte, concrete e fattibili, ma nessuno ci ha ascoltato. Il nostro è un gesto estremo, di denuncia, sottolineato dall’indossare un bavaglio che vuol mostrare come oggi le esigenze di salute psicologica della popolazione non hanno voce in capitolo”. Così si sono espressi il presidente del Cnop, David Lazzari, con la vicepresidente Laura Parolin e i membri dell’esecutivo nazionale, spinti dall’urgenza di essere ascoltati dalla politica che dovrebbe farsi garante della salute del paese.

Proprio dalle pagine di questo inserto, Lazzari aveva sollevato il tema di una “crisi psicologica diffusa, con livelli di stress mai visti” generata dalla pandemia in corso, e le sue parole si inseriscono in un contesto ancora più ampio, che riguarda cioè tutte quelle patologie che sono state travolte dal magma del Covid e che sembrano quindi essere sparite ma che invece non solo continuano a esistere, ma che rischiano di peggiorare se non prese adeguatamente, e tempestivamente, in carico.

Nello specifico, il Centro Studi CNOP tramite l’Istituto Piepoli ha monitorato i livelli di stress degli italiani, e i risultati mostrano che per il 51 per cento risulta essere tra 70 e 100, cioè il massimo; il dato si legge con ancor più urgenza se confrontato con quello di gennaio 2020, quindi a poche settimane dall’inizio della pandemia, quando a raggiungere questo livello di stress era il 30 per cento della popolazione. L’impennata c’è, è evidente e porta con sé il bisogno di interventi efficaci e urgenti che se non applicati avranno effetti impattanti a breve e a lungo termine sulla salute dei cittadini.

Per questo è fondamentale “Dare voce alla salute”, che è anche lo slogan della manifestazione di ieri che, si continua a leggere nella nota, non è un’azione contro un sistema ma, al contrario vuole “sollecitare governo, Parlamento e Regioni a dare ascolto alle esigenze di salute psicologica della popolazione. Chiediamo di imparare da quello che è successo.  Gli psicologi – continua la nota – si sentono drammaticamente impotenti perché non vengono messi nelle condizioni di poter aiutare una popolazione che sta passando dal disagio a situazioni di dolore psicologico, di angoscia e depressione”.

Quante volte si è sentito dire, negli ultimi tempi, che da questa situazione di quasi costante emergenza degli ultimi nove mesi si sarebbero tratti degli insegnamenti, e delle buone pratiche per consentire al paese di migliorare? Molte, ma a una prima fase nella quale le speranze di tutti sono convogliate in grandi aspettative, è necessario ne segua una seconda fatta di concretezza e di azione. Appare dunque fondamentale che su tutto il territorio vengano attuate le azioni necessarie non solo a contenere le emergenze, ma a prevenirle e a gestirle tempestivamente.

“Il presidente Conte rileva la gravità della crisi psicologica del paese, ma poi l’esecutivo non fa nulla per garantire il necessario supporto ai cittadini e agli operatori sanitari che stanno subendo un fortissimo stress. In questi mesi si registrano zero fatti, zero investimenti, zero iniziative per garantire il sostegno psicologico” continua Lazzari, che evidenzia dunque anche l’aspetto importantissimo della presa in carico degli operatori sanitari, gli eroi della prima ondata, che ogni giorno si relazionano con situazioni drammatiche dietro le quali ci sono persone, vite, affetti, e che sono molto esposti a situazioni potenzialmente difficili da sostenere psicologicamente.

L’invito è dunque al dialogo e al confronto, per trovare soluzioni fattibili a breve termine e accogliere le persone che hanno bisogno di supporto psicologico e che dovrebbero poter contare su un servizio territoriale solido e funzionale. Perché ad oggi la salute mentale è una cosa da ricchi, e questo è innegabile visto che l’alternativa agli psicologi del Ssn, che sono pochissimi e distribuiti in modo non omogeneo sul territorio italiano, è il ricorso alle prestazioni private che richiedono un’importante disponibilità economica.

I cittadini sanno aspettare, pazientano, si adeguano: la prima ondata è stata un esempio virtuoso di comportamento e di rispetto delle regole, e una recente indagine dell’Istituto Piepoli ha rilevato dei dati interessanti rispetto a questa seconda fase, in particolare in relazione alla suddivisione della Penisola in diverse zone di colore. Emerge che il 55 per cento degli intervistati è d’accordo con la suddivisione in zone per favorire il contenimento dei contagi, è che il 61 per cento lo è rispetto al colore attribuito nella propria zona di residenza. Il dato interessante è anche nelle zone rosse, quelle dunque dove le restrizioni sono più severe, la percentuale delle persone soddisfatte supera quella di chi è scontento.

Questa lettura offre il fotogramma di una popolazione che, seppur comprensibilmente più stanca rispetto a marzo, quando l’eccezionalità degli eventi aveva creato una sorta di filo invisibile che faceva sentire unite le persone, si sacrifica per un bene comune. Dopo nove mesi il sacrificio però pesa di più, soprattutto perché il famoso “andrà tutto bene” che si è visto sui balconi, sui social network, sui media, comincia a scricchiolare sotto la consapevolezza del fatto che se ne uscirà, prima o poi se ne uscirà, ma come se ne uscirà non è dato saperlo e allora bisogna attingere a tutte le risolse materiali e psicologiche per far fronte alla quotidianità.

A tutte queste persone, oggi più che mai, va garantito il diritto alla salute sancito anche dall’articolo 32 della nostra bellissima Costituzione, e ormai è chiaro che della salute faccia parte anche quella mentale. Negli ultimi dieci anni (dati Censis) la percentuale delle persone che ritengono che la sfera psicologica sia al centro della salute è salita dal 40 al 60 per cento, un aumento significativo che rivela una consapevolezza che ora necessita di una presa in carico.

Gli psicologi hanno manifestato con il bavaglio per dimostrare “come oggi le esigenze di salute psicologica della popolazione non hanno voce in capitolo”, e l’auspicio è che presto quel bavaglio si possa togliere per far sentire le voci dei professionisti che si fanno interpreti dei bisogni dei cittadini, ai quali andrebbe restituita la fiducia che stanno dimostrando di avere verso le istituzioni.