Iran-Usa, Trump: «Il generale Soleimani colpito perché stava preparando nuovi attacchi»

Blitz americano in Iraq: ucciso il generale iraniano più influente a Teheran. L’operazione in segna un drammatico cambio di passo dell’amministrazione Usa. Il presidente Usa: «Non vogliamo la guerra ma pronti a rispondere». Sui siti dei media e sulle tv i commentatori spiegano come gli ayatollah abbiano sottovalutato le intenzioni di Trump, pensando che, alla fine, il presidente fosse solo una tigre di carta. Ruggiti nei comizi, ma linea rinunciataria nell’area pericolosamente più instabile del mondo, che va dalla Siria all’Iraq. In realtà l’errore di valutazione è stato generale. Da almeno 7-8 mesi era chiaro come a Washington stesse crescendo il partito dello scontro diretto con l’Iran. La Cia e i servizi segreti militari hanno fornito i dati di partenza. Le forze d’élite di Soleimani hanno partecipato alla distruzione delle raffinerie saudite, ai blitz contro le petroliere in transito nello Stretto di Hormuz e, da ultimo, all’assedio dell’ambasciata statunitense a Bagdad.

È l’ora dei falchi a Washington e, probabilmente, anche a Teheran. L’operazione Soleimani segna un drammatico cambio di passo dell’amministrazione. Donald Trump ha deciso di assecondare l’ala più intransigente dei suoi consiglieri, dando l’ordine di attaccare e uccidere il comandante delle Guardie rivoluzionarie iraniane, cioè la figura chiave delle strategie paramilitari. O, secondo l’intelligence americana e i generali del Pentagono, l’efficiente esecutore delle trame terroristiche contro gli interessi degli Stati Uniti e dei suoi alleati nel Medio Oriente. «Il generale Soleimani stava preparando nuovi attacchi — ha detto Donald Trump parlando da Mar-a-Lago, in Florida —. Il suo regno di terrore è finito». Ma, ha aggiunto parlando per la prima volta in pubblico dopo il raid «non abbiamo ucciso Soilemani per un cambio di regime o per iniziare la guerra. Ma siamo pronti a qualunque risposta sia necessaria. Il futuro dell’Iran appartiene al popolo che vuole la pace, non ai terroristi».

Sottovalutate le intenzioni di Trump

Sui siti dei media e sulle tv i commentatori spiegano come gli ayatollah abbiano sottovalutato le intenzioni di Trump, pensando che, alla fine, il presidente fosse solo una tigre di carta. Ruggiti nei comizi, ma linea rinunciataria nell’area pericolosamente più instabile del mondo, che va dalla Siria all’Iraq. In realtà l’errore di valutazione è stato generale. Da almeno 7-8 mesi era chiaro come a Washington stesse crescendo il partito dello scontro diretto con l’Iran. La Cia e i servizi segreti militari hanno fornito i dati di partenza. Le forze d’élite di Soleimani hanno partecipato alla distruzione delle raffinerie saudite, ai blitz contro le petroliere in transito nello Stretto di Hormuz e, da ultimo, all’assedio dell’ambasciata statunitense a Bagdad.

L’allarme di Hook ignorato dagli europei

Nel giugno scorso Trump aveva bloccato all’ultimo momento la rappresaglia missilistica già pronta dopo che gli iraniani avevano abbattuto un drone. Sembrava si potesse liberare un margine per la diplomazia. Ma la finestra si è richiusa a novembre, quando Brian Hook, inviato speciale del Dipartimento di Stato per l’Iran avvertiva l’Occidente: «L’Iran nasconde materiale nucleare e sta riducendo i tempi per la costruzione della bomba atomica: la situazione è gravissima, ora anche l’Europa deve reagire» (frase tratta da un’intervista con il Corriere). L’allarme di Hook fu semplicemente ignorato dagli europei, ma anche dalla Russia e dalla Cina. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si rispecchiò nella solita paralisi dei veti incrociati. Nessuno fece nulla. A quel punto il Dipartimento di Stato capì che in quelle condizioni era difficile arginare i fautori dello scontro aperto, senza rete. Pompeo, come spesso gli capita, ha fiutato il nuovo clima politico e si è prontamente allineato. Il vice presidente Mike Pence ha verificato che i repubblicani nel Congresso appoggiassero, in generale, l’idea di un’azione punitiva. E il 3 gennaio 2020 alcuni dei senatori conservatori, come Marco Rubio, Tim Cotton e Jim Risch, presidente della Commissione Affari Esteri, hanno pubblicamente giustificato l’eliminazione di Soleimani.