«Io scafista, come Mosé». Storie di trafficanti di uomini

Mentre sulle coste italiane anche ieri sono arrivate centinaia di immigrati irregolari, l'ONU richiama alla gravità del traffico clandestino di esseri umani che alle organizzazioni criminali transnazionali fruttano oltre 10 miliardi di dollari l'anno. Non solo la traversata del Mediterraneo, si tratta di reti complesse con decine di basi lungo rotte di terra che si estendono per migliaia di chilometri, con attività che vanno dalla contraffazione dei documenti al marketing. E chi fa il trafficante si sente anche un benefattore: «Realizzo sogni», dice il pakistano Kabir. E il siberiano Alexsandr: «Mosé è stato il primo scafiusta della storia, io sono come lui». E quelli che muoiono nel tragitto? «Conoscono i rischi e li accettano».

È approdata il 25 gennaio ad Augusta, Sicilia, la nave Ocean Viking dell’ong Sos Mediterranée. Trasporta 373 emigranti illegali che avevano iniziato il viaggio via mare su quattro gommoni. Erano stati trasferiti a bordo della nave mentre si trovavano al largo delle coste libiche. Non si sa che ne sia stato dei gommoni e di chi li pilotava. Verosimilmente sono tornati in Libia dove organizzeranno nuove partenze.

Quando si parla di immigrati illegali si trascura quasi sempre, almeno in Italia, di considerare il ruolo determinante delle organizzazioni criminali a cui almeno il 90 per cento degli emigranti ricorrono per compiere il viaggio e giungere a destinazione.

Molti sanno solo dell’esistenza degli scafisti che li imbarcano sulle coste africane e turche e li portano in Europa, senza rendersi conto che gli scafisti fanno parte di reti transnazionali complesse con decine di basi lungo rotte di terra che si estendono per migliaia di chilometri in quattro continenti e decine di migliaia di dipendenti con diverse mansioni: intercettare i potenziali clienti, negoziare con loro prezzo e modalità di pagamento, organizzare le varie tappe del viaggio, di paese in paese, di città in città, fino all’imbarco per effettuare la traversata del Mediterraneo o dell’Oceano Atlantico e, se necessario, al trasferimento nel paese europeo scelto come meta finale.

L’Ufficio Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc) spiega che il contrabbando di uomini segue le stesse dinamiche di altri traffici criminali transnazionali e quindi prevede attività di promozione, di vero e proprio marketing per attirare clienti, convincerli a emigrare, dando rassicurazioni sul viaggio e sul suo esito, fornendo descrizioni seducenti dei vantaggi di vivere nel paese che propongono come meta. Di solito inoltre i trafficanti incaricati del primo contatto contano per guadagnare fiducia sul fatto di appartenere alla stessa etnia, alla stessa comunità degli emigranti.

Sono loro, i trafficanti, che incoraggiano a emigrare tanti giovani africani e asiatici descrivendo l’Eldorado che li attende oltremare, persuadendo le famiglie che il costo del viaggio vale la pena, che i dollari spesi saranno presto ricuperati e tanti ne frutteranno non appena il familiare arrivato in Europa incomincerà a spedire denaro.

L’Unodc stima che il traffico frutti fino a 10 miliardi di dollari all’anno e anche di più. Rende milionari i capi delle organizzazioni e assicura allettanti introiti a tutti. I viaggi infatti costano migliaia di dollari: cifre che variano in funzione della lunghezza del viaggio, delle difficoltà da superare, dal numero di frontiere che occorre attraversare, dai mezzi di trasporto impiegati, dalla quantità di documenti – di viaggio, matrimonio, lavoro, identità…  – falsi, contraffatti o ottenuti in maniera fraudolenta e dal rischio più o meno elevato di intercettazione da parte delle forze dell’ordine degli stati attraversati. Inoltre gli importi variano in funzione delle caratteristiche degli emigranti, soprattutto della loro situazione economica. Chi dispone di più denaro può infatti assicurarsi viaggi più sicuri e comodi.

Data la natura clandestina dell’attività, i dati disponibili sono incompleti, molto resta da sapere. Dei trafficanti – chi sono, perché hanno scelto di diventarlo, dove e come vivono … – si sa ancor meno. I pochi che accettano di farsi intervistare, ovviamente sotto falso nome, si giustificano, pretendono quasi tutti di “aiutare il prossimo”. Kabir, un pakistano che da anni porta i suoi connazionali in Italia per circa 7.000 euro e ne tiene per sé da 3.000 a 4.500 dopo aver pagato i suoi vari collaboratori, si vanta: “Tutti vogliono andare in Italia. Io aiuto le persone, realizzo sogni”. Un trafficante siberiano, Alexsandr, dice di sé: “Mosé è stato il primo scafista della storia e io sono proprio come lui, come Mosé”.

Omar, un siriano, addirittura dice a DPA Reporter di fare due cose buone: aiuta la gente a vivere al sicuro in attesa che finisca la guerra in Siria e provvede come è suo dovere ai bisogni della sua famiglia. Ha 31 anni, è sposato e ha quattro figli. Prima faceva il muratore, ma ha perso il lavoro quando è scoppiata la guerra. Viveva in un villaggio vicino al confine con la Turchia e così ha deciso di entrare nel business dell’emigrazione illegale: “Ho una famiglia, nella mia situazione si è disposti a fare qualsiasi cosa per guadagnare”. Sa di svolgere una attività illegale, ma dice che, al confronto con altri trafficanti, lui e i suoi colleghi sono altruisti, brave persone perché chiedono meno – anche solo 150 dollari a persona mentre certi gruppi prendono da 500 a 800 dollari – i figli piccoli dei loro clienti non pagano e se qualcuno viene arrestato restituiscono il denaro.

La sua è una piccola “azienda”. Sono in tutto sette, ciascuno con il proprio incarico e non c’è un capo. Spiega che in Siria i trafficanti hanno regole non scritte: ad esempio, “ogni gruppo ha le sue rotte. Non possiamo usare quelle degli altri”. Il loro compito finisce quando i clienti oltrepassano la frontiera e entrano in Turchia, mentre altri gruppi hanno dei corrispondenti in Turchia che si incaricano di portare gli emigranti in Germania, Svezia o in altri stati europei.

L’afghano Elham Noor, che porta in Italia, Francia e Gran Bretagna i propri connazionali, invece è stato a sua volta un emigrante illegale. Alla BBC racconta di aver pagato 5.000 dollari per farsi portare in Gran Bretagna. Mentre era a Calais, uno dei trafficanti gli ha proposto un affare: 100 euro per ogni emigrante che avesse messo in contatto con l’organizzazione. Lui ha accettato e così è iniziata la sua carriera di contrabbandiere di uomini. Adesso ogni cliente gli rende fino a 3.500 dollari, al netto delle spese. È tornato in Afghanistan dove il suo compito è procacciare i clienti. Ha molte richieste perché vanta un alto tasso di successi dato che lavora in una vasta organizzazione. Ammette i costi umani, le vittime in caso di naufragio, ma, dice, i clienti sanno che ci sono dei rischi a emigrare clandestinamente e poi il traffico rende davvero molto: 1.000 dollari per il viaggio dall’Afghanistan alla Turchia, poi 4.000 dalla Turchia alla Serbia e da lì altri 3.500 dollari per arrivare in Italia. In tutto 8.500 dollari.

Il suo lavoro consiste nel fare telefonate, organizzare i trasferimenti di denaro e pagare le mazzette alle autorità afghane. Al momento dell’intervista, realizzata a fine dicembre 2020, si stava occupando di un centinaio di clienti. “Mi scuso molto con i famigliari – dice – se un loro parente muore durante il viaggio. Ma lo dico fin dall’inizio che può succedere di tutto e loro accettano i rischi. Dio deciderà se perdonarmi o no”.