India in quarantena, il dramma di centinaia di milioni di poveri. Gli aiuti delle diocesi

Milioni di persone sono rimaste senza lavoro e tornano a piedi nei villaggi d’origine. Il premier Modi si scusa per le difficoltà causate dal blocco totale. Parrocchie, diocesi e associazioni cristiane assistono migranti, dalit e profughi. Sacerdote: “Li chiamano ‘mangia-topi’. Una benedizione i nostri aiuti”.

Le diocesi di tutta l’India stanno accorrendo per rispondere al dramma dei poveri, che più soffrono a causa della quarantena imposta in tutto il Paese per contenere il contagio del coronavirus. Ad AsiaNews mons. Felix Machado, arcivescovo di Vasai e segretario generale della Conferenza episcopale indiana (Cbci), dichiara: “In tutte le diocesi indiane le piccole comunità cristiane stanno servendo in modo altruista persone, anziani, coloro che sono da soli e nelle periferie. È una rete intensa ed estesa che opera da anni. I leader dei gruppi conoscono le condizioni di coloro che vivono nelle proprie zone, e si assicurano che tutti vengano raggiunti in modo da non escludere nessuno”.

Le fragili condizioni dei poveri stanno provocando una crisi umanitaria. Il blocco del Paese ha lasciato milioni di persone senza lavoro nelle grandi città, in gran parte migranti economici trasferiti dalle zone rurali in cerca di migliori condizioni. Il poco che guadagnano, lo inviano alle famiglie rimaste ai villaggi. Come Goutam Lal Meena, che in Gujarat guadagna 400 rupie al giorno (4,8 euro). Avendo perso il lavoro, e dati i trasporti interrotti su tutto il territorio, egli è tornato a piedi a casa, percorrendo circa 300 km. Social, canali televisivi e giornali sono pieni di queste storie di disperazione, come quella di un gruppo di operai del tessile che ha percorso 500 km da Rahtak (in Haryana), fino a Kanpur (in Uttar Pradesh).

Di fronte a questa tragedia umana, ieri il premier nel discorso settimanale trasmesso via radio si è scusato per le difficoltà provocate dal blocco totale, in particolare per i poveri. Tuttavia, ha aggiunto, “non c’era altro modo” per frenare la rapida diffusione della pandemia. Oggi il numero delle persone infette è salito a 1.164, i morti a 30.

Warner D’Souza, parroco della chiesa di St. Jude di Malad e segretario della Commissione per le iniziative pastorali dell’arcidiocesi di Mumbai, ha avviato programmi per i più bisognosi della comunità. Tra questi: ha sospeso la raccolta dei fondi destinati al welfare sociale per coloro che non possono affrontare la spesa; sta riorganizzando il budget accantonato per le celebrazioni culturali dei prossimi due mesi e vuole riservarlo ai poveri; ha assicurato il pagamento dell’affitto ad una famiglia della comunità di St. Michael che non riesce a pagare la rata da sette mesi.
Mons. Machado riporta che “il clero, i religiosi e le suore di Vasai si stanno occupando di dalit, tribali e migranti di ogni casta e credo, che hanno perso il lavoro e la casa. Molti di loro sono impiegati nelle imprese di costruzioni. La Chiesa è per loro la Madre che si prende cura dei propri figli”.

Anche la diocesi di Nashik, nel Maharashtra, è all’opera con migranti e dalit. Mons. Lourdes Daniel riferisce: “Tutti i nostri sacerdoti e chiese aiutano ogni persona che bussa alla nostra porta. Nessuno sarà lasciato affamato. La Chiesa è per tutti, è rifugio per dalit e tribali senza discriminazioni. La situazione più grave è nel distretto di Ahmednagar, dove vi è un’alta concentrazione di poveri”.

Il braccio sociale dell’arcidiocesi di Nagpur ha distribuito generi alimentari a 350 famiglie di migranti poveri che sono bloccati nella zona e non possono tornare a casa. L’arcivescovo Elias Gonsalves afferma: “Il mio cuore è con coloro che soffrono. Ho ordinato ai direttori delle associazioni di Nagpur e Amravati di iniziare l’assistenza ai lavoratori stagionali e a quelli che sono impiegati nei mattonifici. Che il Signore ci aiuti ad aiutarli”.

Mons. Peter Machado di Bangalore ha avviato la distribuzione di generi alimentari e rifugi temporanei per i profughi bloccati nell’arcidiocesi. Egli sottolinea che “non si può dare un aiuto di facciata, ma è necessario un grande sacrificio da parte nostra”. Per questo ha delineato un piano d’assistenza trasversale: medici, suore e ospedali cristiani si devono prendere cura dei malati e riservare interi reparti alla cura degli infetti; ha riconvertito alcune scuole cattoliche per l’ospitalità dei migranti, senzatetto e profughi; ogni parrocchia deve coinvolgere volontari per portare cibo e altri generi ai poveri delle comunità.

In Uttar Pradesh p. Anand Mathew della Indian Missionary Society sta coordinando varie organizzazioni interreligiose della società nella provincia di Varanasi. Esse hanno distribuito 5 kg di riso, 5 kg di farina di grano, mezzo litro di olio di senape, mezzo kg di lenticchie, verdura, saponette, sale, mascherine, pane e biscotti a circa 1.000 famiglie di ogni appartenenza religiosa e sociale. “Gli emarginati – dice – i dalit e i vulnerabili vengono chiamati ‘mangiatori di topi’ e sono costretti a nutrirsi di erba. Questa campagna è una benedizione per loro”.