In Russia lo choc per i giovani che sognano di andarsene

Un Paese che, almeno in parte, ha imboccato la lenta strada del cambiamento. Giovani generazioni che iniziano ad assumere attitudini diverse rispetto a quelle di soli cinque anni fa. Parlare di crisi per il presidente della Repubblica, Vladimir Putin, è ancora presto. Ma di sicuro, a vent’anni dalla sua presa del potere, la sua popolarità non è più quella di un tempo e le maggiori criticità si incontrano proprio fra chi è nato e cresciuto mentre lui governava la Russia.

Un recente sondaggio pubblicato nei giorni scorsi sembra aver confermato una tendenza ormai in atto da alcuni mesi. Secondo Levada, la società di ricerche più indipendente del Paese, il 53% dei giovani fra i 18 e i 24 anni vorrebbe trasferirsi all’estero. Nel 2014, quando il Presidente Putin era all’apice del suo potere, questa percentuale si aggirava attorno al 20%. Voglia di andarsene anche per la fascia fra i 25 e i 39 anni, dove il 30% pensa a lasciare la Russia. Sono numeri importanti, su cui pesano sostanzialmente due fattori. Il primo è una situazione economica sempre più incerta, dove la crescita del Pil che ha trainato gli ultimi 20 anni ha iniziato a rallentare. In aggiunta, alcune riforme promosse dallo stesso Putin, prima fra tutte quella che innalza l’età pensionabile di 5 anni, hanno diffuso un senso di incertezza nei confronti del futuro di cui i russi, almeno per qualche anno, si erano dimenticati.

Ma a determinare questo lento cambiamento c’è anche una consapevolezza della mancanza di diritti all’interno del Paese, esplosa con forza con le manifestazioni degli scorsi mesi, che hanno visto scendere in piazza nel centro di Mosca migliaia di persone. Si trattava soprattutto di millennials, che protestavano contro l’esclusione delle candidature di alcuni esponenti dell’opposizione dalle elezioni amministrative, che si sono tenute e settembre e che hanno visto per la prima volta il partito del presidente perdere diversi consensi.

Una minoranza, per il momento, ma che rappresenta una breccia all’interno di quella ‘generazione Putin’ intrisa di fedeltà ai valori nazionali e al presidente, che dovrebbe rappresentare il futuro del Paese. «Ci sono diversi caratteri che possiamo evidenziare all’interno della gioventù russa – spiega ad Avvenire Denis Volkov, vicepresidente dell’Istituto Levada –. Per prima cosa, un ruolo fondamentale è giocato da internet, tramite il quale i più giovani possono entrare in contatto non solo con informazioni che non trovano sui media di Stato, ma anche con loro coetanei, soprattutto quelli che si sono esposti in prima persona durante le proteste della scorsa estate. Ma c’è un secondo aspetto im- portante: i più giovani stanno dimostrando un’attitudine positiva verso l’Occidente, l’Europa e gli Stati Uniti, vengono presi come modello, segno che la globalizzazione internazionale sta dando i suoi frutti».

Il ruolo delle proteste della scorsa estate, concorda anche la sociologa, Olga Zeveleva. «Sono state manifestazioni di importanza capitale per la Russia per due motivi. Il primo è che in piazza sono scesi giovani cresciuti nella Russia di Putin. Questo significa che la vecchia narrativa del Cremlino sui pericoli e l’instabilità propri del periodo politico prima di Putin sta perdendo la sua efficacia. In secondo luogo le campagne di solidarietà hanno reso i millennials più visibili dai loro coetanei».

Un vero e proprio cambiamento di pro- S spettiva, insomma, che ha preso avvio, quasi paradossalmente, subito dopo che la politica estera di Putin è diventata più aggressiva, soprattutto dopo i contrasti con l’Ucraina e l’annessione della Crimea. La vera scommessa, è capire se si sia trattato di un risveglio momentaneo di una parte della società o se siano le premesse per un cambiamento più radicale. Quasi una ‘meglio gioventù’ russa, dove, fino ai 25 anni si tratta di giovani sempre più curiosi, attratti dall’estero. Meno impegnati politicamente in senso stretto, ma attenti alla condizione dei diritti nel loro Paese. La fascia invece dal 25 ai 35 anni riflette in modo più critico sul deterioramento della democrazia interna e sulle possibili risposte che si possono trovare per arginare questo fenomeno. Sono coloro che hanno vissuto il boom economico russo e il livellamento del benessere sul territorio nazionale, ma si tratta di una crescita che non ha portato effetti duraturi e della quale saranno fra i primi a pagare le conseguenze. In realtà, per quanto riguarda la libertà di espressione, la tendenza è generale. Un sondaggio di due settimane fa evidenziato come ben il 58% dei russi consideri la possibilità di esprimere le proprie idee come un valore non negoziabile. Questa percentuale, due anni fa, era appena del 39%. Il 64% degli intervistati inizia a dare più importanza anche a diritti fondamentali come quello a un giusto processo. Insomma, una parte della Russia di Vladimir Putin a 20 anni dalla sua presa del potere, inizia a tenere sempre più in considerazione i pilastri su cui si fonda una democrazia completa.

«I l fatto importante – continua Volkov – è che i giovani inizino a chiedersi con sempre maggiore insistenza quanto siano liberi i loro mezzi di comunicazione. Per quanto riguarda l’attenzione alla vita politica, è importante considerare che sono nati in Un Paese che da 20 anni ha lo stesso assetto. Il presidente Putin è visto ancora come l’unico leader possibile anche dalle giovani generazioni, ma non si tratta più di un consenso appassionato, quanto dalla mancanza di alternative e dalla con- sapevolezza che comunque, sotto il suo governo, la Russia, almeno nella percezione di tutti i giorni, è cambiata radicalmente. I giovani più vicini ai movimenti politici alternativi come quello di Navalny rimangono ancora una minoranza». C’è poi l’altra Russia, quella che continua a sostenere il presidente e che anziché al futuro, guarda al passato. Le statistiche mostrano che la nostalgia per l’ex Unione Sovietica è aumentata e l’indice di gradimento di Josif Stalin, un dittatore che ha oltre 30 milioni di vittime sulla coscienza, non è mai stato così alto. In parte si tratta di una reazione alla situazione economica, dove il sovietismo non viene ricordato per la privazione sistematica della democrazia, ma per le politiche assistenzialiste e stataliste che davano una parvenza di parità.

«L a situazione in Russia non è semplice – conclude Volkov –. Siamo sicuramente in un momento di transizione ma è difficile dire se le protesta dell’estate scorsa potranno lasciare un segno e incidere in modo duraturo nella vita politica del Paese.

Quello che è certo è che hanno rappresentato un punto di svolta per capire che la Russia sta cambiando dalla sua base e da quelle che danno le generazioni future ». Molto analisti, però, concordano nell’affermare che il Presidente sta sottovalutando non solo la portata delle proteste, ma soprattutto queste nuove aspirazioni che pervadono una parte delle generazioni più giovani. Il primo test, salvo imprevisti o altre proteste di massa, sarà nel 2021, quando si terranno le elezioni legislative per il rinnovo della Duma, la Camera Bassa del Parlamento. Solo allora si capirà se la leadership del partito del presidente Russia Unita, sia davvero in pericolo. «Credo che l’impatto più forte di questa protesta – chiosa Zeveleva – è stato fare vedere ai giovani come gli arresti possano avvenire vicino a loro. La durezza della repressione non è quale cosa che dimenticheranno facilmente e sicuramente influenzerà le loro scelte politiche in futuro. Come, però, è ancora presto per dirlo». Intanto però i giovani russi stanno imparando a fare rete fra di loro e qualche timido risultato si vede. Ieri la Procura di Mosca da deciso di sospendere la pena detentiva nei confronti di Yegov Zhukov, studente universitario di 21 anni e uno dei protagonisti delle proteste della scorsa estate.