“In Italia 100 mila consumatori coltivano cannabis in casa”

I dati del professor Marco Rossi, docente di Economia politica e di Economia della cannabis, caso unico in Italia, alla Sapienza di Roma

I consumatori e i coltivatori di cannabis, in casa sono in aumento costante da un decennio e stimiamo che siano tra i 50 e i 100mila. Del resto il boom dei negozi, moltiplicati per sette, basta a farlo capire. “Più il consumatore gode di una buona posizione sociale e lavorativa più è probabile che coltivi la cannabis in casa- spiega sul profilo -. Anche l’età tende ad essere più alta tra chi sceglie il fai da te rispetto a chi compra altrove: tra gli over 35, almeno un consumatore su tre sceglie di far crescere la piantina in casa anziché acquistare in giro, mentre tra i giovanissimi lo fa solo il 5%”. Per quanto riguarda le motivazioni, “comprare da uno spacciatore espone a pericoli che chi ha un elevato capitale sociale non vuole correre”.  Un terzo degli studenti italiani, pari a 870.000 ragazzi circa, ha fatto uso di almeno una sostanza drogante durante la propria vita; un quarto, pari a 660.000 studenti, ne ha fatto uso nel solo 2018; gli stupefacenti più diffusi sono i derivanti della cannabis, che sono il 96% delle sostanze sequestrate.

Con le nostre analisi siamo andati oltre e abbiamo delineato il profilo del settore, naturalmente escludendo chi coltiva per vendere e limitandoci all’autoconsumo. E il profilo che emerge è diverso da quello che si è soliti immaginare”, spiega alla Stampa il professor Marco Rossi, docente di Economia politica e di Economia della cannabis, caso unico in Italia, alla facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione della Sapienza di Roma.

Le motivazioni

“Più il consumatore gode di una buona posizione sociale e lavorativa più è probabile che coltivi la cannabis in casa- spiega sul profilo -. Anche l’età tende ad essere più alta tra chi sceglie il fai da te rispetto a chi compra altrove: tra gli over 35, almeno un consumatore su tre sceglie di far crescere la piantina in casa anziché acquistare in giro, mentre tra i giovanissimi lo fa solo il 5%”. Per quanto riguarda le motivazioni, “comprare da uno spacciatore espone a pericoli che chi ha un elevato capitale sociale non vuole correre”. Un terzo degli studenti italiani, pari a 870.000 ragazzi circa, ha fatto uso di almeno una sostanza drogante durante la propria vita; un quarto, pari a 660.000 studenti, ne ha fatto uso nel solo 2018; gli stupefacenti più diffusi sono i derivanti della cannabis, che sono il 96% delle sostanze sequestrate.

Diffusione

“I dati sulla diffusione della droga, in particolare la cannabis, sono allarmanti, eppure c’è una dissociazione dalla realtà da parte delle istituzioni preoccupante”, denuncia il Centro studi Livatino. “A inizio dicembre, – ricorda il Centro studi – il Dipartimento per le politiche antidroga della presidenza del Consiglio ha diffuso la sua annuale relazione al Parlamento, utilizzando i dati relativi al 2018, da cui emerge che un terzo degli studenti italiani, pari a 870.000 ragazzi circa, ha fatto uso di almeno una sostanza drogante durante la propria vita; un quarto, pari a 660.000 studenti, ne ha fatto uso nel solo 2018; gli stupefacenti più diffusi sono i derivanti della cannabis, che sono il 96% delle sostanze sequestrate; la quantità di piante di cannabis sequestrata è cresciuta in un anno del 93,9%; aumentano i ricoveri ospedalieri droga-correlati (+14%), le infrazioni alla guida per uso di droga al volante (+12%), i decessi derivanti dall’assunzione di stupefacenti (+12.8%)”.

Ebbene, sottolinea il Centro studi Livatino: “la relazione, pur diretta al Parlamento, non è stata discussa nell’aula della Camera o del Senato né in alcuna commissione. Pur se il dipartimento che l’ha redatta rientra nella competenza politica del presidente del Consiglio, né il premier né il governo hanno detto una parola su di essa. Ci sono state le risposte istituzionali, ma sono andate nella direzione opposta all’allarme che viene dai dati, dall’emendamento che ha tentato di inserire nella manovra la vendita di hashish e marijuana nei cannabis shop alla sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del 19 dicembre, di cui è stato reso noto il principio di diritto. Preoccupa una tale dissociazione dalla realtà. Essa suona ipocrita”. La recente sentenza della Corte di cassazione sulla cannabis “non è una legge nè una proposta di legge, quindi la politica ha tutto il diritto e la responsabilità di occuparsi di questo tema”, ha replicato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. “C’era stato nella manovra -ha ricordato il premier- un emendamento che è stato un po’ frainteso, perchè è stato letto come liberalizzazione delle droghe leggere, non era questo il tema.

Stiamo parlando di qualche migliaio di imprese, di oltre diecimila agricoltori che sono coinvolti da questo settore di attività, stiamo parlando di dosi di thc che sono molto contenute, quindi non stiamo parlando di sostanze stupefacenti”.  E’ “un tema che possiamo tornare ad affrontare, probabilmente quell’emendamento, al di là del merito, non è stato approfondito a sufficienza, ha provocato qualche reazione di sorpresa anche all’interno delle forze di maggioranza: torneremo a riflettere, auspico che ci sia un tavolo di riflessione molto sereno dove valuteremo tutti i pro e i contro, gli impatti non solo economici ma anche culturali e tutti insieme troveremo una soluzione”.

Negli Stati Uniti

L’Illinois è diventato l’undicesimo stato americano dove la vendita della marijuana a scopi ricreativi è diventata legale. Lunghe code si sono formate prima dell’alba davanti ai 43 negozi dove è autorizzata la vendita, che oggi potevano aprire dalle sei del mattino, riferisce il sito The Hill. I residenti dell’Illinois maggiori di 21 anni potranno ora possedere fino a 30 grammi di marijuana e 5 di cannabis. Per i non residenti i quantitativi vengono dimezzati. Ieri il governatore di questo stato, J.B. Pritzker, ha concesso la grazia ad oltre 11 mila persone condannate per possesso di piccoli quantitativi di marijuana. Il consumo di marijuana a scopi ricreativi è già legale in Alaska, California, Colorado, Maine, Massachusetts, Michigan, Nevada, Oregon, stato di Washington e Vermont. Più di 30 altri stati autorizzano l’uso a fini medici.