In Cile saccheggiano le chiese…e la chiamano libertà

Mentre il presidente Conferenza episcopale cilena “solidarizza” con la causa dei manifestanti cileni puntando l’indice contro il “malessere sociale” che provoca “rabbia”, a Santiago fanno rabbrividire le immagini di una chiesa saccheggiata. Nel silenzio dei media che raccontano la vulgata di una protesta pacifica per la libertà. 

Bolivia, Argentina, Venezuela, Ecuador e Cile. Il Sudamerica sta diventando una polveriera. Da settimane si susseguono proteste causate da un profondo malcontento sociale. L’escalation di violenze ha toccato il suo apice in Cile, il Paese più ricco e stabile dell’America meridionale. Qui, la decisione di aumentare di 30 centesimi il prezzo del biglietto della metropolitana nella capitale ha aperto il vaso di Pandora di un disagio più radicato, probabilmente anche frutto della frustrazione per l’esito delle elezioni di due anni fa.

Pochi giorni fa il furore ideologico che anima non pochi dei manifestanti più violenti ha dato sfogo ad uno degli episodi più odiosi verificatisi da quando ha avuto inizio la mobilitazione. Nel centro di Santiago, un gruppo di giovani incappucciati ha devastato la chiesa del La Asunción ed ha utilizzato il confessionale, l’organo, le statue di Gesù e della Madonna e le immagini sacre per appiccare il fuoco ed erigere delle barricate. I criminali hanno sporcato le pareti della chiesa con scritte ingiuriose (“stupratori”) ed hanno vandalizzato il crocifisso, spezzando un braccio del Cristo prima di bruciarlo nelle fiamme.

Immagini dolorose per i credenti (e non solo) di tutto il mondo e che, però, sono state ignorate dai principali media internazionali impegnati a raccontare i fatti cileni limitandosi alla narrazione della “protesta sociale pacifica”. Quello avvenuto nel centro della capitale non è un episodio isolato di cristianofobia nell’ambito delle proteste delle ultime settimane: come ha scritto il Comitato permanente della Conferenza episcopale cilena nel comunicato di solidarietà indirizzato all’amministratore apostolico, monsignor Celestino Aós, “altre chiese e luoghi di preghiera di diversi culti sono stati attaccati in molte città”.

A fine ottobre era stata assaltata anche la cattedrale di Valparaiso, con danni alla fonte battesimale e banchi divelti per costruire barricate. In questo caso, però, l’intervento della polizia aveva evitato la devastazione toccata alla parrocchia della Asunción. Quest’esplosione di odio anticristiano che ha accompagnato le azioni dei manifestanti più violenti non è stata scongiurata dalla posizione dei vescovi cileni che di fronte alle proteste hanno più volte rimarcato la necessità di superare le ingiustizie sociali.

Mons. Santiago Silva Retamales, presidente della Conferenza episcopale cilena, non ha mancato di “solidarizzare” con la causa dei manifestanti puntando l’indice contro quel “malessere sociale” che avrebbe provocato “molta frustrazione e rabbia” generando violenza. C’è da dire però che il Cile può vantare dati macroeconomici di un Paese non certo in crisi: il Pil cresce con una media del 5% annuo, il reddito pro-capite è di 24000 dollari (a parità di potere d’acquisto) e basso è anche il debito pubblico.

A riscattare le dolorose immagini degli arredi sacri distrutti dai violenti ci hanno pensato i parrocchiani ed i residenti del quartiere di Santiago che, sull’onda emotiva provocata dalla devastazione, si sono adoperati da subito a ripulire e riordinare la chiesa colpita ed hanno concluso la giornata in preghiera, chiedendo al Signore di perdonare gli autori dell’oltraggiosa azione.