Il virus del contrappasso

Uno spettro si aggira per le strade di casa. Forse sui pianerottoli. Nei tinelli. Da Wuhan a Codogno il passo è lungo, il percorso misterioso

Uno spettro si aggira per le strade di casa. Forse sui pianerottoli. Nei tinelli. Da Wuhan a Codogno il passo è lungo, il percorso misterioso, ma il virus perde la lontananza esotica delle impronunciabili località asiatiche e assume la familiarità fin qui innocua di Fiorenzuola. Diventando infine davvero minaccioso: invisibile, ma tangibile. La reazione collettiva tende a disinteressarsi delle cause, ma a spaventarsi per gli effetti. E allora eccoli, nel modo più preoccupante perché insondabile: non possiamo determinare che cosa li lega, cause ed effetti. Potenzialmente: tutto e chiunque. In una parola: la vita.

Nel caso del più temuto dei contagi precedenti, l’Aids, era stato terribile constatare che a propagarlo fosse l’amore, o qualcosa che gli assomigliava. Fallito il tentativo di ridurlo a forme di amore ritenute contrarie a una definizione soggettiva di natura o a quelle mercenarie, di risolverlo come peccato a cui seguiva la condanna, ci si era accorti che ogni atto d’amore poteva trasmetterlo attraverso i fantasmi degli amori passati, rendendolo incontrollabile.

Ora l’allargamento del contagio da coronavirus estende a macchia d’olio il numero delle attività e degli atteggiamenti considerati, a torto o a ragione, a rischio. Il pericolo viene segnalato dietro ogni comportamento che si definisce sociale, in ogni slancio di umanità, di ricerca dell’altro. L’esame dell’agenda del “paziente uno” di Codogno ha portato a cerchiare in rosso questi momenti: cene con gli amici, incontri con colleghi, partite di calcio. L’avesse fatto, si sarebbero aggiunte all’elenco frequentazioni di cinema, teatri o palestre, partecipazione a riunioni di massa (fossero dimostrazioni o carnevali), assemblee di condominio. Provate a togliere tutto questo dalla giornata di una persona qualsiasi, toglietelo dalla vostra e vedete che cosa resta: il sonno e la veglia in un ambiente ristretto, frequentato da pochi, sempre gli stessi. Fino alla scoperta che neppure questo sarà bastato.

Già viviamo in un mondo sterilizzato. Chi più suona alla porta di un amico, anche del migliore che ha, con la spontaneità e lo slancio adolescenziale, senza avergli prima telefonato? Chi gli telefona senza avergli prima mandato un messaggio chiedendo il permesso di farlo? È educazione o sono barriere contro il contatto, quello vero e non virtuale? Contro l’arte perduta di vivere insieme, nel tempo in cui “sentirsi” non significava comunicare a distanza, ma sfiorarsi? Nel suo monologo dal significativo titolo I ragazzi che si amano l’attore Gabriele Lavia evoca il filosofo Karl Jaspers sintetizzandone il pensiero: “Definiva l’essere con questa parola: l’abbracciante”. Con paradossale consequenzialità, potremmo dire che non abbracciare l’altro significa non essere. Vuol dire smarrirsi nel labirinto delle paure, dell’io che concepisce soltanto la propria sopravvivenza a ogni costo, inclusa la desertificazione del mondo intorno. Il simbolo del tempo diventa così l’hikikomori, l’esemplare di adolescente asiatico che non esce mai dalla propria cameretta, trasformata in trincea contro la minaccia degli altri. È già arrivato in Italia pure lui, in versione modificata. Lo vedi per le strade, sfreccia su una fiammante bicicletta elettrica a noleggio, indossa una mascherina di garza sul viso mentre parla nell’auricolare del telefonino per lasciare un messaggio vocale a qualcuno che gli risponderà alla stessa maniera. Ha una vita sociale intensa, ma in una dimensione alternativa. Tanto è velato nella realtà, quanto è scoperto nell’universo virtuale.

È un perfetto contrappasso: nel tempo in cui i più si rendono visibili a tutti in ogni momento della propria storia, dichiarando i contatti, mostrando le azioni, ecco sorgere un avversario invisibile, che segue canali non dichiarati. E che azzera ogni restante forma di condivisione autentica. Il veleno assoluto. Esiste un antidoto? Di solito la vita trova il rimedio al male che si autoinfligge e con le stesse forme. La storia è la più grande ricetta omeopatica. Nell’attesa il panico è naturale, ma a chi fugge dalle Codogno va ricordato che magari sta correndo verso Samarcanda, il luogo dove la morte attendeva il soldato che vi si era rifugiato credendo di averla vista altrove. E che a cercarlo, proprio dove stava, era stata la salvezza.