“Il virus c’è, ma serve un’assunzione di responsabilità”. Parla Alberto Zangrillo

Oggi una persona, appena scopre di avere una linea di febbre, cerca spasmodicamente di verificare se ha contratto il virus o meno, spesso non riuscendoci in tempi brevi. E questo fa perdere tempo prezioso: la battaglia contro Sars-CoV-2 passa dalla diagnosi e dalla terapia medica tempestiva. Ogni medico deve essere allora in grado, ed essere messo in grado, di assumersi la responsabilità del caso, prima di tutto parlando con il paziente per cercare di catturare elementi utili a escludere il ricovero, e procedere alla cura domiciliare, o per indirizzare al contrario il paziente in ospedale. Le persone sono spaventate, ma vanno seguite a casa prima di tutto”.

Chi arriva in Pronto soccorso da solo, chi non riesce a fare il tampone, chi si spaventa per il lessico “guerresco”

E’il giorno in cui si discute del passaggio di alcune regioni in area più severa, e in cui il presidente della Federazione nazionale dell’ordine dei medici chiede il lockdown totale in tutto il paese. E se le speranze si concentrano sul vaccino (ieri Pfizer ha annunciato l’efficacia al 90 per cento nella sperimentazione), da più parti si descrive la situazione come “guerra”.

Un lessico che non piace ad Alberto Zangrillo, primario di Terapia intensiva al San Raffaele di Milano e prorettore dell’Università Vita-Salute. L’uomo che il 31 maggio scorso ha pronunciato le parole “il virus in questo momento è clinicamente inesistente”, quelle che, dice ora, hanno provocato “sciacallaggio” nei suoi confronti. Ammette di aver usato toni forti, di fronte a quella che considera una “diminuzione delle manifestazioni cliniche” del virus, ma dice “non ho mai negato nulla. Il virus circola, l’infezione da Sars-CoV-2 che colpisce l’Italia sta colpendo tutto il mondo, ma si esprime in modo diverso rispetto a marzo”.

Erano sbagliate le previsioni? “Noi abbiamo sperato che la seconda ondata fosse più blanda, ma ci sono considerazioni molto importanti da fare a monte”. La prima, per Zangrillo, “riguarda questa continua evocazione della guerra e di scenari terrificanti da parte di persone che hanno ruoli istituzionali, cosa a mio avviso controproducente per via dell’effetto panico che provoca. La uso anche io, ora, per spiegare: che cosa prevede la battaglia? Se la seconda e la terza linea alzano bandiera bianca, si arriva a combattere solo nel fortino – che sarebbe l’ospedale. E questo è il limite: le persone, spaventate, non seguite a domicilio, arrivano tutte in ospedale. Un iper-afflusso, visibile dai codici di accesso”. Per l’area metropolitana di Milano, dice Zangrillo, “nelle settimane tra il 23 ottobre e il 6 novembre, tra le persone arrivate in ospedale (gruppo San Donato) il 60-70 per cento sono codici bianchi e verdi, e il tempo medio di dimissione è di 21 ore. In questa situazione, i pazienti, in Pronto soccorso, coabitano con quelli arrivati per patologie non Covid e con quelli che hanno una sintomatologia Covid intermedia o grave, cioè i codici gialli e rossi. Questo porta alla saturazione”. Per liberare il Pronto soccorso, allora, “bisogna passare per un lavoro di rimodulazione dei ricoveri in reparto, per poter dedicare più letti ai pazienti che non possiamo dimettere subito. In un sistema organizzato, questo è il punto, molti tra i pazienti che necessitano di ossigeno-terapia potrebbero essere gestiti anche a domicilio”. Poi c’è, dice Zangrillo, “l’altro drammatico disguido, la corsa al tampone: oggi una persona, appena scopre di avere una linea di febbre, cerca spasmodicamente di verificare se ha contratto il virus o meno, spesso non riuscendoci in tempi brevi. E questo fa perdere tempo prezioso: la battaglia contro Sars-CoV-2 passa dalla diagnosi e dalla terapia medica tempestiva. Ogni medico deve essere allora in grado, ed essere messo in grado, di assumersi la responsabilità del caso, prima di tutto parlando con il paziente per cercare di catturare elementi utili a escludere il ricovero, e procedere alla cura domiciliare, o per indirizzare al contrario il paziente in ospedale. Le persone sono spaventate, ma vanno seguite a casa prima di tutto”.

A questo proposito, Zangrillo parla di “alta percentuale di arrivi autonomi in ospedale: il 54 per cento, sempre nel periodo tra ottobre e novembre preso in esame. Persone che chiamano l’ambulanza o si presentano in macchina, addirittura in autobus”. Come intervenire? “Ognuno faccia la sua parte. Due giorni fa abbiamo raccolto, per esempio, il grido di aiuto di Monza. Deontologia professionale, punto”. Altro problema l’accento esclusivo sulle terapie intensive: “La terapia intensiva non è soltanto assistenza al sistema respiratorio ma anche a quello di altri organi e apparati. Sappiamo che c’è un’evidenza clinica dell’effetto protrombotico dell’infezione – che produce danni sistemici. Ma io stesso ho assistito decine di pazienti a domicilio. La pandemia può essere gestita responsabilmente, ripeto, cioè con assunzione di responsabilità: comprendo che il paziente ha bisogno di profilassi ma comprendo anche che non è da ospedale. Intanto lo curo a casa e lo monitoro”.

E però da più parti si invoca intanto il lockdown: “Il lockdown in alcuni casi può essere indispensabile, ma bisogna leggerlo come fallimento. Vediamo già un 30 per cento in meno di pazienti con patologie non correlate al Covid: molti rimandano esami e visite. Ma spesso non c’è tempo, e questo avrà un prezzo. Non si può vivere di sola medicina difensiva”.