Il vescovo senza cattedrale

La battaglia per salvare Notre-Dame, la lotta sui temi bioetici e contro la laïcité. Intervista a mons. Michel Aupetit, l’arcivescovo di Parigi che Libération definì “un conservatore radicale”. Sulla crisi della fede che attraversa un’Europa sempre più secolarizzata, l’arcivescovo risponde con ottimismo: “Molti, nella generazione dei ventenni e dei trentenni di oggi, stanno ritrovando progressivamente la fede, in reazione a una società dura e individualista. Bisogna creare  dei luoghi di fraternità, attraverso le reti e le parrocchie, che non sono soltanto dei luoghi dove si dice la messa, ma dei luoghi dove vengono tessuti dei legami spirituali, di vita. Bisogna crearla la fraternità: è questa la priorità, la chiave del futuro”.

“Lo sa che da un anno sto imparando l’italiano?”. Ci accoglie così monsignor Michel Aupetit, arcivescovo di Parigi, in quella che da quasi due anni è diventata la sua residenza, lo splendido hôtel de Viart-Rambuteau, sede ufficiale dell’arcidiocesi parigina dal 1905, anno della legge sulla separazione tra stato e chiesa. Siamo nel Settimo arrondissement, a rue Barbet-de-Jouy, a pochi passi dall’ambasciata italiana e da Matignon, il palazzo del governo guidato da Édouard Philippe, con cui Aupetit si è intrattenuto più volte negli ultimi tempi, in seguito al dramma che lo ha reso un “sans église fixe”, come ha scritto Libération, “un arcivescovo senza cattedrale”: l’incendio di Notre-Dame dello scorso 15 aprile.

“Siamo attualmente in una fase di riparazione, consolidamento e diagnosi. Per dire con certezza quanto dureranno i lavori e quanto costeranno in totale bisognerà aspettare giugno 2020”, dice al Foglio Aupetit, in merito al cantiere di ricostruzione della cattedrale gotica parigina che, secondo le stime degli esperti, potrebbe richiedere più tempo rispetto ai cinque anni annunciati dal presidente Macron. Sui costi, Aupetit fornisce tuttavia alcune cifre. “Sono già stati spesi 36 milioni di euro e a giugno del prossimo anno, cioè prima ancora di iniziare la ricostruzione, la fattura arriverà a 85 milioni”, afferma l’arcivescovo di Parigi. A fine settembre, Bernard Arnault, capo del gruppo del lusso Lvmh, ha concretizzato la sua promessa di donazione di 200 milioni di euro per Notre-Dame. E una settimana dopo sono arrivati anche i 100 milioni promessi dall’altro magnate del lusso, François Pinault, fondatore di Kering. Numeri che rincuorano Aupetit, il quale tiene però a sottolineare che tutti i cittadini, e non solo le grandi fortune, stanno dando il loro contributo.

Interrogato sulle polemiche provocate dalla frase dell’inquilino dell’Eliseo, che si è detto favorevole, pochi giorni dopo l’incendio, a un “gesto contemporaneo” per la ricostruzione di Notre-Dame, l’arcivescovo di Parigi ci risponde così: “Il presidente della Repubblica ha evocato la possibilità di un ‘gesto contemporaneo’ nella ricostruzione della guglia, e soltanto della guglia”. “La questione, lo so bene, sta suscitando molti dibattiti. Per quanto mi riguarda, desidero soltanto poter entrare nella cattedrale per celebrare la messa e accogliere i fedeli come prima dell’incendio, e dunque la cattedrale deve essere rifatta identica al passato”, dice Aupetit, aprendo invece a una ricostruzione moderna della celebre flèche, divorata dalle fiamme lo scorso 15 aprile. “Non è la guglia l’essenziale, è la cattedrale. La guglia è subalterna e risale al Diciannovesimo secolo, mentre la cattedrale è del Tredicesimo. Notre-Dame non è stata costruita per la guglia, ma affinché le persone potessero entrare, sentirsi a loro agio e venire a pregare. Simbolicamente la flèche è molto importante, e veglierò affinché non vengano fatte cose strane, qualora si decidesse di non ricostruirla come in precedenza. Ma non sono attaccato all’identità esatta di ciò che è stato fatto da Viollet-le-Duc nel Diciannovesimo secolo, non ho idee precostituite, e non sono contro, a priori, a una guglia moderna, purché sia degna e rispettosa. Credo in ogni caso che la flèche verrà riedificata tale e quale, perché c’è un certo rispetto delle cose”, aggiunge l’arcivescovo di Parigi. Molti parigini si sono preoccupati osservando i progetti bislacchi di ricostruzione del tetto immaginati da alcuni studi di architettura, tra cui spiccano la piscina proposta dagli svedesi di Ulf Mejergren Architects e la serra etica concepita dai francesi di Studio Nab. Ma Aupetit li liquida come “deliri e fantasie di architetti cui nessuno ha chiesto nulla” e assicura che “il governo francese, cui appartiene la cattedrale poiché è dello stato, non ha alcuna intenzione di autorizzare esperimenti di questo tipo”.

Diventato sacerdote a quarantaquattro anni, dopo aver esercitato la professione di medico per dodici, Aupetit è da sempre molto attivo sul fronte della bioetica, dal fine vita alla Pma (Procreazione medicalmente assistita). Su quest’ultimo tema, in particolare, ha alzato la voce per manifestare la sua ostilità, dopo che l’Assemblea nazionale, lo scorso 15 ottobre, ha approvato il progetto di legge bioetica della ministra della Salute Agnès Buzyn, che estende la pratica alle single e alle coppie lesbiche. “Stiamo mettendo in discussione la filiazione naturale. Le leggi vengono messe al servizio del desiderio”, spiega Aupetit, che per la sua opposizione alla cosiddetta “Pma per tutte” è stato tacciato di essere “retrogrado” e “omofobo”. L’arcivescovo ricorda che anche la prestigiosa Académie de médecine e la celebre femminista Sylviane Agacinski, “che non è cattolica”, si sono espresse contro l’estensione della Pma alle single e alle coppie lesbiche. Secondo l’Académie, ogni bambino ha bisogno di un “padre” per una crescita e uno sviluppo psicologico equilibrato: “E’ un’opinione datata e forse ideologica”, ha risposto la ministra Buzyn. La Agacinski, invece, non ha potuto pronunciare nemmeno una parola all’Università di Bordeaux III, perché dei collettivi di estrema sinistra hanno costretto il direttore ad annullare la sua conferenza sui temi bioetici programmata lo scorso 24 ottobre. “Ciò dimostra che la cosiddetta ‘parole libre’ non è poi così ‘libre’ in Francia. Contrariamente a ciò che si sostiene, esiste una forma di censura. Chi ha un’opinione diversa dal pensiero maggioritario non può esprimersi serenamente nei luoghi pubblici o gli viene addirittura proibito di parlare, come è successo a Sylviane Agacinski”, afferma Aupetit.

Sulla crisi della fede che attraversa un’Europa sempre più secolarizzata, l’arcivescovo risponde con ottimismo: “Molti, nella generazione dei ventenni e dei trentenni di oggi, stanno ritrovando progressivamente la fede, in reazione a una società dura e individualista. A Lourdes (dal 5 al 10 novembre si è riunita in assemblea plenaria la Conferenza episcopale francese, ndr) ho lavorato e parlato molto con dei giovani militanti ecologisti. Ecco, questi giovani hanno riscoperto qualcosa di essenziale: in una società dominata dall’individualismo, l’ecologia permette loro di capire che esiste una responsabilità comune. Si passa dall’‘io’, ‘io’, ‘io’, al ‘noi’, da un individualismo esacerbato a una coscienza collettiva. Questo movimento di giovani deve essere accompagnato spiritualmente dalla chiesa, bisogna dare un senso profondo a questa responsabilità collettiva. C’è una sete di spiritualità diffusa”, dice al Foglio Aupetit. E poi, cosa manca oggi? “La fraternità. Nel luglio 2018, la Francia l’ha riconosciuta come principio costituzionale. L’ecologia ci permette di ritrovare una coscienza collettiva, ma non basta. Bisogna creare allo stesso tempo dei luoghi di fraternità, attraverso le reti e le parrocchie, che non sono soltanto dei luoghi dove si dice la messa, ma dei luoghi dove vengono tessuti dei legami spirituali, di vita. Bisogna crearla la fraternità: è questa la priorità, la chiave del futuro”.