Il vescovo invoca la «pace giusta», smentendo i pacifisti

In un’intervista all’Ansa, mons. Vitalii Kryvytskyi, vescovo di Kiev-Zhytomyr, ha parlato della benedizione data ai soldati che si recano al fronte per il dovere di «difendere il proprio Paese» dall’aggressore, smentendo la retorica dei pacifisti senza se e senza ma. Ha detto parole di buon senso sul perdono. E chiarito che la legittima difesa si deve accompagnare alla pietà cristiana, senza provare odio.

“Li benedico, è un mio diritto farlo, e tutta la comunità prega per loro quando sono al fronte”. A dirlo in un’intervista all’Ansa è monsignor Vitalii Kryvytskyi, vescovo latino della diocesi di Kiev-Zhytomyr, il quale rivela che alcuni soldati prima di andare al fronte si recano da lui per ricevere una benedizione. I pacifisti – cioè coloro che, anche tra i cattolici, esigono la pace senza se e senza ma e che dunque consegnano tutto, patria, averi, fede e libertà, all’ingiusto aggressore – già avrebbero di che storcere il naso: non si può benedire chi uccide il fratello. Puoi benedire le coppie gay, ma chi difende la propria Patria no.

A costoro mons. Kryvytskyi così risponde nell’intervista: “Non abbiamo scelto di fare la guerra, ma siamo stati costretti. Difendere il proprio Paese è una responsabilità civile, non solo militare, e tutti siamo tenuti a farlo. Oggi anche noi abbiamo cominciato a capire che cosa significa benedire qualcuno che deve andare alla guerra per servire il suo popolo”. Assassinare, ossia uccidere l’innocente, è sempre un male; difendere, di suo, è un atto buono che può diventare malvagio quando gli effetti dannosi superano di gran lunga quelli positivi, ossia quando la difesa diventa inefficace (qui un approfondimento sul concetto di guerra giusta o difensiva). Un caso potrebbe essere quello in cui la difesa non ha speranza di successo: in tale ipotesi mandare al fronte i soldati sarebbe un sacrificio inutile, anzi dannoso.

Ma torniamo a Kryvytskyi, il quale spiega che “dobbiamo ottenere la pace giusta”. E, dopo aver ricordato il passo del Vangelo in cui Gesù dice che “tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada”, così continua: “Se il Venerdì Santo avete ascoltato bene la Passio c’erano i discepoli con le spade. E non servivano per sbucciare le mele. Secondo voi come dobbiamo altrimenti difenderci?”. Parole drammatiche perché è la realtà della guerra ad essere drammatica. Per chi non è coinvolto in prima persona è facile parlare di pace. Ed è per questo che il vescovo usa l’espressione “pace giusta”: l’autentica pace non può che essere giusta e la giustizia è la virtù che assegna a ciascuno il suo. In quel “suo” confluiscono non solo i territori, ma anche i risarcimenti e la giusta pena per l’ingiusto aggressore. La pace non può prescindere dalla giustizia e quindi non può con un colpo di spugna condonare gravi debiti, chiudere gli occhi sul passato come se non fosse mai esistito.

Detto ciò, il vescovo però tiene a sottolineare: i soldati “non devono torturare i russi, devono seppellire i morti. Ogni soldato è al fronte per difendere il Paese ma non per provare odio”. Tre concetti densi di significato. Il primo: la tortura è un male intrinseco, quindi non si può torturare qualcuno anche a fin di bene, ad esempio per difendere la Patria. In secondo luogo seppellire i morti è un’opera di misericordia corporale e quindi atto doveroso per il cristiano. Infine il vescovo giustamente fa capire che imbracciare il fucile contro l’ingiusto aggressore può significare volontà di difendere il proprio Paese oppure volontà di odiare il nemico. Un’intenzione cattiva può dunque assegnare un particolare significato negativo alla medesima azione materiale di uccidere.

Molti commentatori, anche cattolici, parlano di riconciliazione e perdono. In merito al primo aspetto Kryvytskyi dichiara: “Ora dobbiamo rispondere con la difesa, poi ci sarà una via di riconciliazione. Ma se adesso l’esercito russo viene a prendere altri pezzettini di terra non è tempo di discutere di questo”. Parole che sono proiettili per le anime belle, ma che in realtà sono solo ricche di buon senso: se un malvivente vi ha sequestrato, mentre dura il sequestro potreste mai iniziare un percorso di riconciliazione? Questo semmai inizierà dopo che è finito il sequestro. La riconciliazione è una mano tesa che incontra un’altra mano tesa. Ma per far questo occorre, tra le altre, soddisfare anche la seguente condizione: la riconciliazione è possibile solo con chi ammette i propri torti. Di contro chi sta compiendo il male, nella generalità dei casi, non ammette di essere nel torto. Quindi come riconciliarsi con chi attualmente sta portando avanti una guerra ingiusta perché guerra di aggressione?

Riguardo poi al perdono che viene invocato da molti, il vescovo di Kiev appunta: “Tu non puoi perdonare al posto di un altro. Qui, purtroppo, quando parliamo di perdono non è una discussione astratta. Sarà un percorso lungo e difficile”. Esiste un perdono, potremmo dire, di testa e uno di cuore. Il primo è un atto della volontà e ha un valore fondamentale, nel senso che è la premessa perché un giorno arrivi il perdono del cuore. Il primo è un perdono dato anche se tutta la sfera emotiva, sentimentale, psicologica è impregnata di astio e odio. L’intelletto vede il bene, nonostante la sfera sensibile tenda al male. Perché quest’ultima possa uniformarsi a ciò che ha deciso l’intelletto ci vuole tempo, perché è un esercizio di virtù perdonare e le virtù si acquisiscono ripetendo nel tempo atti buoni. Se il perdono d’intelletto può essere, per ipotesi, anche istantaneo, il perdono di cuore necessita di tempo. Quindi, facile predicare di perdono quando non sei la persona a cui il nemico ha ucciso marito e figli.

Infine vogliamo citare una frase del vescovo di Kiev per farne una nota di costume e di sociologia: “I giovani vengono da me e mi dicono: è il momento di andare in prima linea”. Vengono in mente i nostri giovani italici che li vedi in giro ancora con la mascherina per paura di un contagio che per loro sarebbe assolutamente innocuo (e non ci vengano a dire che lo fanno per i nonni). Una generazione imbelle che, in buona parte dei casi, è capace solo di difendere i propri interessi (anzi, esigono che altri difendano i loro interessi), non certo gli interessi patri. Anche perché della Patria, il più delle volte, non gli importa nulla