Il vaccino Pfizer funziona contro il Covid? I dati in Israele dicono di sì

I numeri raccolti dal paese con il piano vaccinale più avanzato confermano: tra gli over 60 sottoposti a due dosi solo lo 0,06 per cento si ammala

Vaccino Pfizer

Il vaccino Pfizer sembra dimostrare un’efficacia contro il Covid-19 quasi pari a quella annunciata dalla società farmaceutica dopo la sua sperimentazione. Le prime conferme sulla base di dati raccolti “sul campo” arrivano da Israele, il paese che attualmente vanta la campagna di vaccinazione più avanzata al mondo in quanto a copertura della popolazione.

Secondo un articolo del Jerusalem Post, il verdetto positivo riguardo all’efficacia del vaccino Pfizer BioNTech si può desumere dai numeri snocciolati da Maccabi Healthcare Services, per dimensioni il secondo fornitore di servizi sanitari di Israele, con 2,5 milioni di clienti in totale, dei quali 900 mila già sottoposti al primo ciclo vaccinale e 500 mila anche al secondo.

I dati in questione sono aggiornati a giovedì 4 febbraio e attestano che su 416.900 persone che hanno ricevuto la seconda dose da almeno una settimana (il periodo ritenuto necessario perché si attivi l’immunità dal Covid), soltanto 254 sono risultate contagiate dal coronavirus. Lo 0,06 per cento del totale. E tra queste, solo 4 sono state ricoverate in ospedale: per le altre, i sintomi della malattia si sono manifestati in forma lieve.

A riprova che si tratta di un successo del vaccino, ci sono i test effettuati da Maccabi Healthcare Services sul gruppo di controllo: tra le 778.000 persone non ancora adeguatamente vaccinate, i casi di contagio registrati nello stesso periodo sono stati 12.944.

SINTOMI MENO GRAVI

Ciò significa che il composto anti-Covid prodotto da Pfizer si dimostra efficace al 91 per cento dopo almeno una settimana dall’inoculazione della seconda dose. Non molto lontano dunque dal 95 per cento annunciato dal gruppo farmaceutico.

Non solo: i numeri di contagi sembrano diminuire con il passare dei giorni: 76 dopo una settimana, 44 l’ottavo giorno, 24 il nono, fino a zero casi tra il giorno 22 e il giorno 24. Inoltre, considerato il basso numero di ricoveri tra i vaccinati risultati positivi (4 su 254), le analisi di Maccabi Healthcare Services confermano che il vaccino contribuisce anche ad alleggerire i sintomi del Covid-19.

PROGRAMMA COMPLETO ENTRO MARZO?

Come accennato, i dati che arrivano da Israele sono da leggere attentamente perché si tratta della nazione più avanti di tutte con il programma di immunizzazione della popolazione tramite vaccino. Attualmente, infatti, sono state vaccinate più di 3,1 milioni di persone, 1,8 milioni delle quali hanno già ricevuto la seconda dose. Avanti di questo passo e l’intera popolazione adulta sarà immunizzata entro marzo. Un paio di settimane fa, sempre dallo Stato ebraico, è arrivata anche l’attestazione che «una dose sola di vaccino non basta a immunizzare dal Covid-19».

Classifica dei primi paesi al mondo per dosi di vaccino inoculate ogni 100 abitanti. Dati aggiornati al 1 febbraio 2021. Fonte: Bbc

I DATI DEL GOVERNO

Le conclusioni tratte sulla base dei dati dalle autorità governative sono molto simili a quelle di Maccabi Healthcare Services. Informa il British Medical Journal:

«Le prime risultanze del programma israeliano di vaccinazione contro il Covid-19 indicano che l’impiego del vaccino Pfizer BioNTech sta portando a una diminuzione dei contagi ed è efficace almeno al 50 per cento già fra 13 e 24 giorni dopo l’inoculazione della prima dose.

Le cifre del ministero della Sanità di Israele, riportate dalla Bbc, dicono che su quasi 750 mila ultrasessantenni vaccinati in modo completo [ossia con 2 dosi, ndt], solo 531 sono risultati positivi al Covid-19 (0,07 per cento). Di questi, appena 38 sono stati ricoverati con sintomi moderati, gravi o critici».

VERSO LA FINE DEL LOCKDOWN

Si legge nell’articolo della Bbc a cui fa riferimento il British Medical Journal:

«Il programma di vaccinazione di Israele sta dando segnali di efficacia nel ridurre i contagi e le forme della malattia tra le persone che hanno superato i 60 anni di età. Il calo sembra essere più pronunciato nei più anziani e nelle aree dove il piano di immunizzazione è più avanzato. Questo suggerisce che si tratta di un effetto del vaccino, e non appena del lockdown attualmente in corso nel paese».

A proposito del lockdown – il terzo proclamato da Israele –, il governo si prepara ad allentare le restrizioni nei prossimi giorni, tuttavia i numeri di contagi, ricoveri e decessi, tuttora alti nonostante le vaccinazioni, fanno presagire che «non ci sarà un “momento day after” della pandemia». Potrebbero servire altre chiusure in futuro, magari più blande.

LA MINACCIA DELLE VARIANTI

Come spiega il Times of Israel, uno dei problemi principali è quello delle mutazioni del virus, la cui rapidità di diffusione minaccia di complicare parecchio la situazione.

«Giovedì Netanyahu ha detto che tra gli ultrasessantenni, il primo gruppo a essere vaccinato, i casi di ricovero gravi sono crollati del 26 per cento e ha confermato che i contagi sono diminuiti del 45 per cento negli ultimi 16 giorni. “È una conseguenza diretta delle vaccinazioni”, ha detto. “I vaccini funzionano”.

Ma altri indicatori chiave, tra cui le morti e i nuovi contagi, restano alti, in parte a causa delle varianti del virus che si diffondono più rapidamente, e del mese che richiede il vaccino per mostrare tutti i suoi benefici.

Israele comunica qualcosa come 7.000 nuovi contagi al giorno, uno dei tassi più alti nel mondo sviluppato. Le vittime sono quasi 5.000, oltre un quarto delle quali registrate nel solo mese di gennaio.

Il paese gode di alcuni vantaggi che fanno pensare che il suo successo nelle vaccinazioni potrebbe non essere facilmente ripetibile altrove. È piccolo, con una popolazione di 9,3 milioni di individui. È un sistema sanitario centralizzato e digitalizzato, offerto da soli quattro Hmo [Healt Maintenance Organization, ndt]. E il suo leader, Netanyahu, ha messo il programma di vaccinazioni al centro della sfida per la rielezione a marzo, negoziando personalmente i contratti con i Ceo di Pfizer e Moderna».