Il tempo come dono agli altri

La vita di san Martino de Porres alla luce delle riflessioni del Pontefice

Quello che stupisce dei santi è la loro attualità. E sono splendidamente attuali perché vivono il Vangelo. È il messaggio evangelico a essere sempre nuovo per tutte le epoche, incarnandosi nella società e negli uomini, nelle problematiche che sorgono o si ripetono, offrendo una chiave di lettura e un modo di vivere per questo nostro mondo.San Martino de Porres — del quale abbiamo appena celebrato la memoria liturgica lo scorso 3 novembre — è un santo più che mai attuale, perché parla anche all’uomo di oggi. Possiamo riassumere con due parole chiave la vita di Martino: disponibilità e sorriso. La disponibilità come dono del tempo, delle sue cure, sia a livello concreto, sia donando il tempo del suo riposo nella preghiera e offrendosi ad imitazione del Crocifisso per amore dei suoi fratelli. Il sorriso di Martino. Notato da tutti. Un sorriso che risplende di luce, non il sorriso che si spegne perché va e viene con l’andamento delle cose terrene, che si vela di dolore solo al contatto con il dolore degli altri.

Nasce a Lima il 9 dicembre 1579 da padre spagnolo, Giovanni de Porres, e madre di origine africana, Anna Velasquez. Il padre inizialmente non riconosce il figlio, a causa del colore della pelle, e solo dopo alcuni anni arriverà ad accettarlo e riconoscerlo. La mancanza, nel primo periodo della sua vita, della figura paterna, segna Martino. Da bambino, infatti, quando la mamma lo manda in città per fare alcune commissioni, resta fuori di casa intere mattine, perché appena vede una chiesa vi entra. La mancanza di un padre terreno fa nascere nel piccolo un precoce amore per il Padre celeste. Ed è nella scoperta di questa paternità che Martino impara il valore della vera fraternità.

Infatti, come dice Papa Francesco nella sua enciclica Fratelli tutti: «Come credenti pensiamo che, senza un’apertura al Padre di tutti, non ci possano essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità» (272). La coscienza di non essere orfano è in Martino un richiamo forte a volgersi verso l’umanità più povera e sofferente già dai primi anni della sua vita. Come accennato prima, quando la mamma lo manda a fare le commissioni, non solo non torna mai a casa, ma ci torna anche con il paniere vuoto e senza soldi, perché appena incontra un povero gli dona tutto quello che ha!

Martino decide di fare il barbiere che, a quei tempi, era anche medico, chirurgo e farmacista. Si mette alla scuola, impara la professione e ben presto la sua fama si diffonde per tutta la città di Lima. Inoltre non tiene nulla per sé, quello che guadagna lo dona ai poveri: a lui basta il necessario per vivere, ben sapendo che il Signore non gli farà mancare nulla. Un giorno quattro uomini portano nella bottega del maestro un indiano malmenato e sanguinante e, sconcertati, vi trovano solo Martino. Non nascondono la delusione di trovare un ragazzo e di dovergli affidare un uomo in quelle condizioni, ma ogni diffidenza cade non appena lo vedono all’opera. I verbi con cui descrivono l’operato di Martino sono gli stessi verbi che troviamo nella parabola del buon samaritano a cui fa riferimento Fratelli tutti: si avvicina, ha compassione, cura le ferite, le fascia. Il messaggio evangelico si incarna in gesti concreti.

Sento risuonare fortemente le parole «La vita non è tempo che passa ma tempo di incontro» (Fratelli tutti, 66): il samaritano della parabola ha donato il suo tempo perché passa accanto, vede, rinuncia al suo progetto e ha compassione. Compie un’apertura del cuore ma anche un atto di giustizia perché ciascuno abbia il suo e non ci sia essere umano privato della cosa più preziosa: la dignità di essere figlio. Che cosa è il mio tempo di fronte alla sofferenza del fratello? Per cosa vivo? Per chi vivo? Queste sembrano essere le domande risuonate nel cuore di Martino, che considera tutti degni di ricevere “il dono del suo tempo”: si lascia incontrare ed incontra veramente l’altro, il fratello.

Queste qualità le troviamo ancora di più quando il giovane decide di entrare come “donato” nel convento domenicano della città. I donati facevano parte del Terz’Ordine domenicano, ma erano considerati il grado più basso della dignità religiosa, al di sotto anche dei conversi. Servo dei servi: ecco quello che vuole essere, non cedendo nemmeno di fronte alle pressioni paterne che l’avrebbe voluto chierico. Farà poi, alcuni anni dopo, professione nell’Ordine come frate cooperatore. È interessato a fare della sua vita un dono totale in risposta all’amore del Cristo, crescendo nella via della perfezione evangelica. Fermezza e coerenza nella sua scelta di vita, fino alle estreme conseguenze, nei lavori più duri e umili, facendo tutto in funzione di una crescita spirituale. Più Martino si abbassa, più cresce in lui la vita nello Spirito. Copre numerosi incarichi e il suo segreto è esserci tutto in tutto quello che fa, momento per momento, ben consapevole che il Signore dona la Sua grazia per il momento presente e che il tempo è un dono che ci viene fatto gratuitamente e che si può decidere a nostra volta di donarlo, come la cosa più preziosa che possediamo e che non ci tornerà mai indietro.

Ma qual è il segreto di Martino nel vivere tutto questo? Possiamo affermare che egli attinge a tre amori: Maria, che come Madre lo custodisce, lo istruisce, e con lei Martino intesse un rapporto di amore filiale e di tenera devozione, è la sua confidente; l’Eucaristia è il suo nutrimento e il Crocifisso è, come lo è stato per san Domenico, il libro della carità.

Possiamo riassumere con due parole chiave la vita di Martino: disponibilità e sorriso. La disponibilità come dono del tempo, delle sue cure, sia a livello concreto, sia donando il tempo del suo riposo nella preghiera e offrendosi ad imitazione del Crocifisso per amore dei suoi fratelli. E poi disponibilità di ascolto, di consiglio. Nonostante egli non abbia mai studiato, ha il dono della “scienza dei santi” e possiede la capacità di dire parole che hanno peso perché sono vita, esperienza.

Il sorriso di Martino. Notato da tutti. Un sorriso che risplende di luce, non il sorriso che si spegne perché va e viene con l’andamento delle cose terrene, che si vela di dolore solo al contatto con il dolore degli altri. È il sorriso di chi ha fisso il suo sguardo alla meta e di chi sa che la sua dignità è quella di essere figlio e quindi fratello, che vive in relazione con altri, che costruisce con la sua vita la società dell’amore, lasciandosi completare il cuore: «L’amore che è autentico, che aiuta a crescere, e le forme più nobili di amicizia abitano cuori che si lasciano completare» (Fratelli tutti, 89).