Il Sogno cinese è finito?

La propaganda di Pechino minimizza: nessun problema per l’economia cinese. Ma forse è molto peggio

Il contenimento del nuovo coronavirus è uno choc economico per la seconda economia del mondo, nell’anno in cui la sua crescita economica si è attestata ai minimi da quasi trent’anni. Limitazione dei viaggi durante il Capodanno cinese (59 milioni di persone in quarantena) soprattutto nella regione industriale dello Hubei e poi fabbriche e uffici chiusi per contenere il contagio, produzione ferma e debiti che aumentano. Nonostante il tentativo di minimizzare, la preoccupazione è che le misure emergenziali e le decisioni della comunità internazionale potrebbero avere conseguenze ben più significative di quanto previsto dagli analisti.

Il presidente cinese Xi Jinping, mostrandosi con il volto coperto da una mascherina l’altro giorno a Pechino, aveva detto che “lo sviluppo economico cinese sul lungo termine resterà lo stesso” e che l’impatto sarà solo sul breve termine se tutti faranno uno sforzo: “Bisogna prestare molta attenzione all’occupazione ed evitare i licenziamenti di massa”, ha detto il leader. Parole simili ieri le ha pronunciate anche il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang: “Riteniamo che i fondamentali dell’economia cinese e la tendenza positiva sul lungo termine non cambieranno a causa dell’epidemia”. “Certi risultati positivi dimostrano al mondo che l’economia cinese ha una resilienza sufficiente per far fronte alle incertezze e che i fondamentali economici rimarranno invariati”, ha scritto He Yin sul Quotidiano del popolo. La narrativa è dunque quella della minimizzazione, eppure secondo fonti di Reuters lo stesso Xi, durante una riunione del Comitato permanente dell’ufficio politico del Partito, la scorsa settimana, aveva chiesto ai funzionari cinesi di evitare “ulteriori misure restrittive” che potrebbero causare danni irreversibili all’economia cinese.

Con il prossimo inizio della fase due del negoziato sulla guerra commerciale con l’America, la Cina non può permettersi di mostrarsi in una posizione di svantaggio. La forza di Pechino, sul tavolo negoziale con Donald Trump, finora è stata quella della seconda economia del mondo che può aspirare al primo posto.

Il punto è che ormai, rispetto all’epidemia di Sars del 2003, non solo la Cina è un pezzo fondamentale della produzione internazionale ma lo è soprattutto dell’economia asiatica. Lo spiegava ieri sul Nikkei Asian Review l’analista James Crabtree: la produzione cinese è cambiata, ora città come Wuhan “producono sistemi complessi e li vendono direttamente all’estero”: “Produttori di paesi come la Malesia e la Thailandia fanno sempre più affidamento sui componenti Made in China”. Giappone e Corea del sud sono dipendenti, per il settore auto dall’area dello Hubei e sembra stiano già cercando soluzioni altrove per far ripartire la produzione delocalizzata.

Per ora le conseguenze sono soprattutto sull’economia reale, e Pechino sta provando a predisporre delle misure contenitive. Già il 1° febbraio scorso la Banca centrale cinese aveva ordinato agli istituti di credito sia di sospendere le richieste di pagamento delle rate di rimborso alle società che sono state colpite dall’emergenza, sia di abbassare adeguatamente i tassi di interesse per chi avesse bisogno di prestiti. Sono stati messi a disposizione 43 miliardi di dollari per finanziare le banche dello Hubei, scriveva ieri Caixin – uno dei più famosi media economici cinesi, con una autorevole tradizione di giornalismo d’inchiesta – e il Consiglio di stato ha abolito tasse e interessi per le compagnie che lavorano nella produzione delle forniture mediche. Ma potrebbe non bastare. E “le autorità non hanno lavorato solo sull’economia reale, ma hanno anche cercato di rassicurare i mercati finanziari”, scrive Caixin. Sappiamo dalla guerra commerciale con l’America quanto un rallentamento cinese influisca sull’economia globale