Il santo del tempo della fragilità

A Venezia il patriarca celebra la festa di Rocco da Montpellier

Per tutti — e in particolare per la città di Venezia di cui è compatrono — san Rocco «ottenga giorni di pace e di speranza, segnati, innanzitutto, dalla carità fatta anche di piccoli gesti generosi e sinceri, con un’attenzione più spiccata e meno “ideologica” al bene comune». È la preghiera del patriarca della città lagunare, Francesco Moraglia, durante la celebrazione della messa presieduta nella sala capitolare della Scuola grande di San Rocco domenica mattina, 16 agosto, in occasione della ricorrenza liturgica del santo.

Il presule ne ha rievocato la testimonianza, ricordando che egli nacque a Montpellier, ma fu “legato” in modo speciale a Venezia. Nella chiesa a lui intitolata — e che oggi ne custodisce le spoglie — il santo «guariva sempre nel nome e con il segno di Cristo». Proprio per questo ancora oggi Rocco «invita a rimettere al centro di tutto il Signore Gesù in ogni ambito della vita, perché è Lui il primo, l’unico necessario, il Salvatore o, come lo chiamiamo volentieri noi veneziani, il nostro Redentore».

San Rocco — ha auspicato ancora il patriarca — aiuti a muovere «i passi giusti in questo tempo di “ripresa” così travagliato e difficile in tanti ambiti, per le persone e le loro famiglie, dall’economia alla scuola, dal mondo del lavoro a quello del turismo e della cultura, così importanti per Venezia e per tutta l’Italia». Intanto, ha affermato, è necessario «recuperare la nostra più autentica umanità, che non è quella di chi s’illude di avere, o d’essere lui stesso, la risposta a tutte le domande e la soluzione a tutti i problemi, ponendo la propria persona al posto di Dio». Essere uomini moderni, all’altezza delle problematiche che ci attendono, «vuol dire riscoprire, con umile e decisiva verità, il nostro essere creature consce dei propri limiti e consapevoli di aver bisogno degli altri», riconoscendo che non si può guardare «solo all’efficienza o alla performance, ritrovando così la gioia e la bellezza dell’incontro reale e personale, innanzitutto con l’Altro (Dio) e poi con gli altri (gli uomini), non restando ingabbiati in contorti percorsi virtuali». Da qui l’invocazione al santo, perché ispiri «quell’umanità e quella fraternità senza pregiudizi e discriminazioni; umanità e fraternità che il nostro santo lega alla carità, ossia, alla divina misericordia ricevuta e donata».

Proprio la giustizia e la misericordia, sia pure in diverso modo, erano al centro delle prime due letture della liturgia del giorno. Il patriarca vi ha fatto riferimento, evidenziando che «le virtù teologali, fede, speranza e carità» si esprimono concretamente «nelle opere di misericordia spirituali e materiali». Moraglia ha poi chiesto, attraverso l’intercessione di san Rocco «pellegrino e taumaturgo, il sostegno, il conforto e la guarigione per quanti sono afflitti e colpiti da malattie del corpo e dello spirito». Il santo, infatti, si presentava sempre come “un umile servitore di Gesù Cristo” ed «era conosciuto come l’amico degli ultimi, degli appestati e dei poveri». La sua testimonianza è preziosa «in questo tempo di fragilità, come spesso ci ricorda Papa Francesco», perché «ci invita a ripartire proprio dall’uomo amandolo e rispettandolo nella sua unicità, irripetibile». Soprattutto oggi, san Rocco «ricorda che la vita umana va rispettata dal concepimento fino alla morte naturale, soccorrendola adeguatamente proprio quando fragilità, malattie, difficoltà e disagi bussano alla porta dell’esistenza di ciascuno di noi». Rendere banali «le scelte che riguardano l’intangibilità e il valore della vita umana sempre, dal suo concepimento è sconfitta per tutti credenti e non credenti» ha ribadito il patriarca, invocando in conclusione il Padre misericordioso affinché «conceda di imitare san Rocco nel suo amore e nel suo pellegrinaggio verso Dio e i fratelli, specialmente i più bisognosi, per condividere, un giorno, la vita e la casa stessa di Dio che è, senza esclusioni, per tutti gli uomini e per tutti i popoli».

Al termine della messa, è stato consegnato al direttore generale dell’azienda sanitaria 3 Serenissima, Giuseppe Dal Ben, lo speciale riconoscimento che ogni anno l’arciconfraternita di San Rocco conferisce nel giorno della festa liturgica a personalità distintesi nelle opere umanitarie. La cerimonia si è svolta alla presenza, tra gli altri, di Franco Posocco, “guardian grando” della Scuola. «Nel lontano Medioevo — si legge nella motivazione del premio — un soldato di ventura, Rocco da Montpellier, al diffondersi della peste in Italia e in Europa, deposte le armi, si fece “samaritano” per assistere e curare gli ammalati e i morenti. Ora, nell’anno 2020 in corso, medici, infermieri e addetti all’assistenza ed alla cura, fin dal primo apparire del covid–19 si sono prodigati nella città e nel territorio dell’Ulss 3 Serenissima. Lo hanno fatto per prevenire e combattere gli esiti di un virus aggressivo e sconosciuto. Con dedizione e impegno, e spesso in condizioni di pericolo e di contagio, essi sono riusciti a contenere una pandemia che rischiava di uscire dalle possibilità di controllo e di cura, con esiti sfavorevoli per la comunità