Il pellegrinaggio del Papa tra i martiri del nostro tempo

Francesco in Iraq salda un debito che durava da più di vent'anni, quando Saddam proibì a Giovanni Paolo II di recarsi a Ur

Un piccolo altare improvvisato, due candele, una croce. La messa celebrata lì dove per tre anni i fanatici del Califfato islamico si esercitavano a sparare, con manichini piazzati in quelle che erano le navate della cattedrale dell’Immacolata concezione di Qaraqosh. “L’emozione di celebrare in questo luogo è paragonabile a quella che si prova quando si celebra nelle catacombe di Roma, luogo di sepoltura dei martiri. Qui si può toccare con mano cosa hanno dovuto patire i cristiani dell’Iraq per poter restare fedeli alla propria fede”, disse nel 2017 l’allora vescovo di Carpi, Francesco Cavina, dopo aver consacrato il pane e il vino nell’antica chiesa devastata e vandalizzata dall’orda jihadista e da poco restituita al culto.

Faceva effetto vedere quell’immagine, un vescovo con camice e stola viola tra le macerie, i banchi accatastati, le colonne con i fori dei proiettili, la polvere ovunque. Il tabernacolo insozzato da slogan di morte, statue della Madonna decapitate. Quattro anni dopo, in quella stessa cattedrale, domenica mattina il Papa reciterà l’Angelus. Due mesi fa, sul campanile ricostruito, è stata collocata una nuova statua della Vergine.

Basterebbe questa immagine a spiegare il viaggio in Iraq di Francesco, che in tre giorni lo porterà a toccare Baghdad, la piana di Ninive, Ur con la ziggurat illuminata per la prima volta nei suoi quattromila anni di storia. Viaggio che è un pellegrinaggio nella terra dei testimoni della fede, tra le moderne catacombe perché, diceva il Papa, “non c’è cristianesimo senza martirio”. Terre, quelle irachene, dove le case dei cristiani sono state marchiate con la “N” di nazareno, avvertimento e  al contempo invito a convertirsi o a sloggiare. E in tanti l’hanno fatto: a Qaraqosh i cristiani erano il 90 per cento della popolazione quando nel 2014 la città fu conquistata dalle milizie nere del califfo Abu Bakr al Baghdadi. Liberata due anni più tardi, il controesodo c’è stato solo in parte: a oggi si stima che il 46 per cento di quanti erano scappati è rientrato. Al di là dei tanti significati condensati nella rapida trasferta irachena – e ce ne sono parecchi – forse il pellegrinaggio nei luoghi del martirio è quello più significativo. Ci saranno i discorsi di rito e i gesti protocollari, ma è il fatto semplice del Papa presente lì a dare la cifra dell’evento. Il valore della testimonianza è una costante nella predicazione di Francesco, perché “i martiri sono quelli che portano avanti la chiesa, sono quelli che la sostengono, e oggi ce ne sono più dei primi secoli”.

“Questa –  diceva il Papa – è la gloria della chiesa e il nostro sostegno e anche la nostra umiliazione”. Perché i testimoni non sono solamente quelli finiti chissà dove, in qualche fossa comune nel deserto o sotterrati da qualche altra parte, in qualche orto o campo. Sono anche i vivi, quelli che sono rimasti patendo l’impossibile nel biennio nero e che oggi si danno da fare per rimettere in piedi le case e le chiese, non avendo più nulla ma decidendo di scolpire una statua della Madonna e issarla sul punto più alto della città. Un bel messaggio anche ai tanti “cattolici culturali”, per dirla con il cardinale lussemburghese Hollerich; quei cattolici delle nostre latitudini che dopo la prima ondata pandemica non sono più andati a messa: “Hanno visto che la vita è molto comoda, possono vivere molto bene senza dover venire in chiesa”, diceva il porporato. Che differenza rispetto ai cristiani marchiati della piana di Ninive e di Aleppo, che in chiesa ci andavano anche sotto le bombe e i missili, finché possibile e fino a quando le sacrestie non erano state trasformate in celle di detenzione e le immagini sacre usate alla stregua di target da colpire per impratichirsi. Francesco ha voluto questo viaggio a tutti i costi, nonostante i dubbi – eufemismo – della Segreteria di stato, che fino a pochi mesi fa segnalava tutti i rischi che la trasferta avrebbe comportato e il dilagare del Covid-19 di certo non ha reso più agevole la questione. C’era un debito vecchio di ventidue anni da saldare, quando Giovanni Paolo II fece il possibile e quasi l’impossibile per andare a Ur, patria di Abramo e delle tre grandi religioni monoteiste, per inaugurare il Grande giubileo. Non c’erano ancora i venti di guerra post 11 settembre, ma le tensioni erano già tutte presenti, complici sia l’eterno conflitto tra l’Iraq e l’Iran e la Prima guerra del Golfo terminata solo pochi anni prima. Alla fine non se ne fece nulla e il desiderio di visitare la culla delle religioni abramitiche restò tale. Il ventennio successivo aveva fatto sembrare la volontà del vecchio Wojtyla un’utopia, tra dissolvimento statale, conflitti internazionali, guerre intestine, agguati califfali. “Il popolo iracheno ci aspetta; aspettava san Giovanni Paolo II, al quale è stato vietato di andare. Non si può deludere un popolo per la seconda volta”, ha detto mercoledì scorso Francesco al termine dell’udienza generale. Il debito ora viene saldato, anche se l’Iraq di oggi non è più quello della fine del millennio scorso, soprattutto perché sono venuti meno i cristiani. Non ci sono più, parecchi se ne sono andati e i monasteri dove si pregava nell’aramaico di Cristo si sono svuotati, così come i cimiteri sventrati dai fondamentalisti che nella loro avanzata fanatica non hanno risparmiato neppure i sepolcri dei musulmani considerati eretici.

Sbaglierebbe, però, chi volesse rivestire d’una patina meramente politica la visita papale: non si tratta di puntellare un ruolo per così dire “sociale” né di dare visibilità al ruolo dei cristiani nel paese. Si tratta “solo” di un pellegrinaggio ed è proprio in questo che risiede tutta l’importanza storica e l’enormità del viaggio che inizierà oggi. Nel segno della fratellanza, con l’enciclica Fratelli tutti chiamata a essere non solo un freddo testo da mettere ai piedi della ziggurat di Ur, ma un proposito concreto di convivenza civile.