Il peggio deve ancora venire

Il governo giallorosso è una ibridazione politica. Per il centrodestra si apre una stagione interessante, a certe condizioni. La fragilità di questo nascente governo ha comunque un vantaggio sul primo: la scottatura cocente dell’esperimento gialloverde fortifica la prudenza. L’altra cosa che può far crescere maturità nel centrodestra è l’articolazione di una opposizione chiara, forte, moderna. Il primo step di una formula nuova consiste nell’azzardare una progettualità che mostri competenza e attenzione vera alle istanze popolari sino al punto di riformularle in un linguaggio culturale e politico comprensibile che abbandoni la retorica vuota della sinistra e i toni declamatori del populismo I furbetti del quartierino solitamente hanno vita breve.

Dimenticano una cosa importante: la furbizia non è astuzia e l’astuzia ha bisogno di maturità e buoni maestri per tradursi in intelligenza politica. I politici della vituperata Prima Repubblica (Fanfani, Moro, Andreotti, Craxi, solo per citare i più noti) non erano degli improvvisatori e conoscevano bene la macchina politica. Ciò non toglie che vi fu un governo Fanfani che durò appena 12 giorni (19 gennaio-30 gennaio 1954) segnando il record assoluto di brevità.

Ma i tempi e la stoffa dei leader erano tali da non muovere di un millimetro l’asse della stabilità istituzionale a guida Dc. Tra i vertici dei partiti (Dc, Pci, Psi) e il popolo dei loro sostenitori vi era un fortissimo collante ideologico che, dopo il crollo del Muro, ha iniziato seriamente a sgretolarsi. Erano altre ere geologiche, si dirà, e al crollo del tradizionale assetto contribuì in modo brutale l’esperienza di Mani pulite.

Ricordiamo senza ipocrisia che la discesa in campo di Silvio Berlusconi rilanciò lo spirito di una nuova epoca politica suscitando la speranza di una inedita esperienza. Dopo di che, partendo dall’eurogoverno Monti che pareva molto promettere, si è cominciato a capire che l’austerity e la revisione della spesa non equivalgono ad investimenti e a ossigeno per una economia che conosce la stagnazione e la chiusura di molte imprese italiane, terribilmente inchiodate da pressione fiscale, vincoli burocratici, difficoltà del credito, disoccupazione giovanile.

Il governo gialloverde, sin dall’inizio, ha messo nel cassetto i veri problemi e ha peccato di estremismo che, diceva Lenin, è la malattia infantile del comunismo. Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno trasferito la loro radicale incompatibilità di natura politica, antropologica e culturale in un Contratto di governo stilato da Giacinto Della Cananea, già allievo di Sabino Cassese, e comunque senza alcuna esperienza politica. È già qui, in nuce, il seme della discordia e dei pasticci che oggi sono sotto gli occhi di tutti. La fragilità di un accordo che ha fatto dire, più volte, rispetto a urgenze evidenti, «ma non è nel contratto». Si sono sprecati mesi e soldi, si è dato spettacolo di dilettantismo e incompetenza. I due vicepremier, dapprima sorridenti e giulivi, sono poi riusciti a trattarsi a pesci in faccia diventando risentiti e livorosi.

La complessità dei problemi economici, sociali, politici non è stata nemmeno sfiorata: i rosari, il Papeete, il No/Sì alla Tav, il giustizialismo d’accatto, Carola Rackete eroina d‘Europa perché sfida (su comando) Salvini, tutto è diventato spettacolo da caravanserraglio negli ultimi due mesi. Se fosse finita qui, amen e così sia. Ma il peggio deve ancora venire. Il governo giallorosso è una ibridazione politica che non ha avuto germinazione sufficiente e che solo l’artificio di accordi sotterranei iniziati da tempo può aver facilitato. La fragilità di questo nascente governo ha comunque un vantaggio sul primo: la scottatura cocente dell’esperimento gialloverde fortifica la prudenza.

L’altra cosa che può far crescere maturità nel centrodestra è l’articolazione di una opposizione chiara, forte, moderna. Il primo step di una formula nuova consiste nell’azzardare una progettualità che mostri competenza e attenzione vera alle istanze popolari sino al punto di riformularle in un linguaggio culturale e politico comprensibile che abbandoni la retorica vuota della sinistra e i toni declamatori del populismo. Le dichiarazioni di Berlusconi al termine della consultazione con Sergio Mattarella è un’autocandidatura autorevole a perno di un centrodestra che esprime chiarezza di intenti e di programma.

Essere vigilanti sulle tendenze giustizialista, sul limitare il perimetro dello Stato, sull’alleggerimento fiscale equivale a ribadire un ruolo di quei soggetti della società civile che riflettono gli orientamenti‚ liberali, cattolici e riformisti. Il nuovo governo che ancora deve definire gli uomini e gli assetti verosimilmente sarà molto spostato a sinistra e non è vero quanto ha dichiarato Di Maio, cioè che oggi si è post ideologici: né di destra né di sinistra.

Sul lavoro, scuola, educazione, giustizia, temi etici sarà evidente la coesione culturale, questa si, che ha radici comuni. Una cultura elitaria, radical socialista, estranea ai fermenti liberal popolari ancora presenti nel Paese. Berlusconi, tuttavia, deve riconoscere che una nuova destra non può nascere per incanto ed esige innanzitutto il sacrificio di mettere da parte protagonismi e rancori accumulati. Vi sono sulla scena formazioni nuove, tentativi magari ancora acerbi ma interessanti. L’idea di una confederazione che valorizzi fermenti ideali rivitalizzando un Centro capace di guardare ovunque novità politiche affiorino, che nutra simpatia collaborativa e progettuale con espressioni dei corpi intermedi può già essere la pietra di un nuovo inizio. Forte per tutti è il richiamo ad un serio e determinato impegno politico, possibilmente unitario.