Il Papa incontra medici e infermieri della Lombardia: “Colonne portanti per l’Italia durante la pandemia”

Prima udienza in Vaticano dopo il lockdown al personale sanitario delle regione, tra le più colpite dal Covid-19. Il governatore Fontana invita il Papa in Lombardia: «La sua presenza una luce contro le tenebre di questi mesi»

CITTA’ DEL VATICANO. «Colonne portanti» per il Paese, «angeli» per i pazienti contagiati dal Covid, «persone di famiglia» per i malati che, per mesi, non hanno potuto incontrare neppure i parenti stretti. È grande la gratitudine del Papa per medici, infermieri e operatori sanitari della Lombardia, la regione in Italia maggiormente colpita dal coronavirus, a partire da quel 21 febbraio quando a Codogno è stato individuato il “paziente 1” che ha fatto sprofondare la nazione nei giorni bui della pandemia.

Francesco li ha ricevuti in mattinata in Vaticano, nella prima udienza pubblica dopo il lockdown: in totale erano 55 i presenti (a distanza e con mascherina), inclusi i vescovi di Bergamo, Brescia, Cremona, Crema e Lodi, accompagnati dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini e dal governatore Attilio Fontana, il quale ha invitato il Papa a visitare la Lombardia «affinché possa portare consolazione alle famiglie delle vittime e ai tanti malati che hanno sofferto in questi mesi». All’udienza hanno partecipato pure rappresentanti di Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna, altre regioni messe in ginocchio dal Covid, insieme ad esponenti dello Spallanzani di Roma.

Per questa gente «in prima linea nello svolgimento di un servizio arduo e a volte eroico», Francesco ha riaperto le porte della Sala Clementina, una delle principali aule delle udienze nel Palazzo Apostolico, rimasta serrata in questi mesi. Un segno dell’importanza che il Papa ha attribuito all’incontro. Come non accogliere, d’altronde, con tutti gli onori professionisti che hanno lavorato duramente, fino allo stremo, per salvare vite umane? «Sono stati segno visibile di umanità che scalda il cuore», ha detto il Papa. «Molti di loro si sono ammalati e alcuni purtroppo sono morti, nell’esercizio della professione».

Francesco è poi tornato indietro ai «mesi travagliati» della pandemia: «Nel turbine di un’epidemia con effetti sconvolgenti e inaspettati, la presenza affidabile e generosa del personale medico e paramedico ha costituito il punto di riferimento sicuro, prima di tutto per i malati, ma in maniera davvero speciale per i familiari, che in questo caso non avevano la possibilità di fare visita ai loro cari».

Negli operatori sanitari, tanta gente disorientata e disperata ha trovato «quasi delle altre persone di famiglia, capaci di unire alla competenza professionale quelle attenzioni che sono concrete espressioni di amore. I pazienti – ha aggiunto il Papa – hanno sentito spesso di avere accanto a sé degli “angeli”, che li hanno aiutati a recuperare la salute e, nello stesso tempo, li hanno consolati, sostenuti, e a volte accompagnati fino alle soglie dell’incontro finale con il Signore».

Sono stati «silenziosi artigiani della cultura della prossimità e della tenerezza», espressa anche nelle piccole cose: «Nelle carezze, anche con il telefonino, collegare quell’anziano che stava per morire con il figlio, con la figlia per congedarli, per vederli l’ultima volta; piccoli gesti di creatività di amore… Questo ha fatto bene a tutti noi», ha aggiunto il Papa a braccio.

«Il mondo ha potuto vedere quanto bene avete fatto in una situazione di grande prova», ha rimarcato, «anche se esausti, avete continuato a impegnarvi con professionalità e abnegazione. Quanti, medici e paramedici, infermieri, non potevano andare a casa e dormivano lì, dove potevano perché non c’erano letti, nell’ospedale! E questo genera speranza». «Siete stati una delle colonne portanti dell’intero Paese. A voi qui presenti e ai vostri colleghi di tutta Italia vanno la mia stima e il mio grazie sincero, e so bene di interpretare i sentimenti di tutti», ha affermato Jorge Mario Bergoglio.

Guardando al futuro, ha citato i “Promessi Sposi” di Manzoni e citato il discorso nel lazzaretto di Fra Felice: «Con quanto realismo guarda alla tragedia, guarda alla morte, ma guarda al futuro e porta avanti». Ecco, ha detto il Papa, «adesso, è il momento di fare tesoro di tutta questa energia positiva che è stata investita. È una ricchezza che in parte, certamente, è andata “a fondo perduto”, nel dramma dell’emergenza; ma in buona parte può e deve portare frutto per il presente e il futuro della società lombarda e italiana. La pandemia ha segnato a fondo la vita delle persone e la storia delle comunità. Per onorare la sofferenza dei malati e dei tanti defunti, soprattutto anziani, la cui esperienza di vita non va dimenticata, occorre costruire il domani: esso richiede l’impegno, la forza e la dedizione di tutti».

Si tratta di «ripartire dalle innumerevoli testimonianze di amore generoso e gratuito, che hanno lasciato un’impronta indelebile nelle coscienze e nel tessuto della società, insegnando quanto ci sia bisogno di vicinanza, di cura, di sacrificio per alimentare la fraternità e la convivenza civile». È così che «potremo uscire da questa crisi spiritualmente e moralmente più forti». «Non da soli, però», ha chiarito Francesco, «ma insieme e con la grazia di Dio». «Stiamo attenti», ha ammonito il Papa, «perché, appena passata l’emergenza, è facile ricadere in questa illusione» e «dimenticare alla svelta che abbiamo bisogno degli altri, di qualcuno che si prenda cura di noi, che ci dia coraggio».

Il Pontefice ha poi applaudito ai sacerdoti rimasti giorno dopo giorno accanto al popolo: non pochi sono deceduti, altri sono guariti; in ogni caso «sono stati segno della presenza consolante di Dio». In particolare il Papa ha lodato la «creatività» che «ha vinto alcune, poche, espressioni “adolescenti” contro le misure dell’autorità, che ha l’obbligo di custodire la salute del popolo». Un chiaro riferimento a quei sacerdoti che, nei primi giorni della pandemia, denunciavano alcune misure a loro dire «dittatoriali» come la sospensione delle messe e si sono lanciati pure in celebrazioni clandestine.

Solo pochi i casi: «La maggior parte sono stati obbedienti e creativi» ha sottolineato il Papa, confidando di aver «ammirato lo spirito apostolico di tanti sacerdoti, che andavano con il telefono, a bussare alle porte, a suonare alle case: “Ha bisogno di qualcosa? Io le faccio la spesa…”. Mille cose. La vicinanza, la creatività, senza vergogna». Francesco ha quindi ringraziato «tutto il clero italiano che ha dato prova di coraggio e di amore alla gente».

Di coraggio ha parlato pure Fontana nel suo saluto iniziale, riferito agli «uomini e donne che hanno donato il proprio lavoro, tempo e professionalità per aiutare altrettanti uomini e donne, sconvolti da una malattia inattesa e imprevedibile». «Siamo qui, Santità. Arriviamo al termine di uno dei momenti più difficili della nostra vita: abbiamo perso nonni, genitori, figli, amici, parenti. Non abbiamo potuto seppellirli pregando; non abbiamo potuto tenere la mano dei nostri cari mentre tornavano al Padre. È stata una prova così umanamente dura, così pesante, così inaspettata – e parlo da uomo prima che da governatore – che più volte mi sono trovato a boccheggiare alla ricerca di un’aria che parlasse di speranza, che mi desse un segnale, non solo a parole, che ce l’avremmo fatta» ha detto, con la voce tremante per la commozione.

«La guerra al virus è stata una lotta psicologica prima che sanitaria», ha aggiunto il presidente leghista. Ora «siamo qui per “ripartire”». Dalle istituzioni ha invocato «uno sforzo enorme affinché non si generino nuove povertà ed emarginazioni». Al Papa ha chiesto invece di recarsi nella regione: «Le immagini dei volti stravolti dei nostri infermieri e medici, dei pazienti intubati in terapia intensiva, dei camion dei militari che trasportavano vite spente, sono impresse nella nostra memoria. La sua visita in Lombardia sarebbe, per tutti, noi, luce contro le tenebre che ci hanno avvolto in questi mesi».