Il Papa e il palazzo di Londra: «Abbiamo scoperchiato la pentola»

Francesco di rientro a Roma dopo il viaggio di sette giorni in Thailandia e Giappone. «La Santa Sede ha dimostrato di avere le forze per chiarire cosa non va al suo interno». Sui temi internazionali: «L’Onu? Meglio renderlo più efficace e sono per non usare il nucleare fino a quando non è del tutto sicuro»

Sette giorni tra Thailandia e Giappone, una ventina di discorsi, ventisettemila chilometri, 35 ore di viaggio, sei aerei di cui tre solo domenica. Eppure Francesco, 83 anni il mese prossimo, non tradisce stanchezza. Anzi, arriva in fondo all’aereo che lo riporta a Roma ed è lui a dire ai giornalisti da tutto il mondo che lo hanno seguito nel viaggio : «Il lavoro è stato pesante, mi sono sentito vicino a voi». Il volo NH1965 ha lasciato da poco Tokyo e il Papa affronta tranquillo le questi più delicate, «grazie di aver fatto domande dirette, questo fa sempre bene». Sul palazzo londinese e l’ultimo scandalo finanziario, fa notare: «È la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro e non da fuori, il sistema di controllo ha funzionato». Dice che è legittimo cercare «un buon investimento» per far fruttare i soldi dell’obolo di San Pietro, «metterli nel cassetto è cattiva amministrazione», purché sia etico e non troppo lungo: «I soldi vanno spesi». Parla anche delle rivolte a Hong Kong ed il suo tono suona quasi sarcastico rispetto alle pressioni occidentali sulla Chiesa perché parli: «Cosa ne penso? Ma non è solo Hong Kong. Pensa al Cile o alla Francia, la democratica Francia, un anno di gilet gialli…». Osserva che le rivolte in America Latina dipendono anche da «governi deboli, molto deboli, che non sono riusciti a mettere ordine e pace dentro». Ribadisce che l’uso e il possesso delle armi nucleari è immorale e «questo dovrà essere inserito nel catechismo». Quanto all’energia nucleare, aggiunge: «La distinguo dalle armi, ma io non la userei fino a che non ci sia una totale sicurezza dell’uso».

 

Santità, la gente legge che la Santa Sede ha acquistato immobili per centinaia di milioni di euro nel cuore di Londra e rimane un po’ sconcertata dall’uso delle finanze vaticane, in particolare quando viene coinvolto l’obolo di San Pietro. Lei sapeva di queste operazioni? È corretto l’uso che viene fatto dell’obolo di San Pietro? Lei spesso ha detto che non si devono fare i soldi con i soldi, ha denunciato l’uso spregiudicato della finanza poi però vediamo che queste operazioni coivolgono anche la Santa Sede e questo scandalizza, lei come la vede questa? «Prima di tutto, la buona amministrazione normale: ti viene la somma dell’obolo, e cosa faccio, la metto nel cassetto? No, questa è una cattiva amministrazione. Cerco di fare un investimento e quando ho bisogno di dare, quando in un anno ci sono le necessità, si prendono i soldi e quel capitale non si svaluta, si mantiene o cresce un po’ e questa è una buona amministrazione. L’amministrazione del cassetto è cattiva, si deve cercare una buona amministrazione o un buon investimento: chiaro? Da noi si dice un investimento da vedove, due qua, tre là, se cade uno c’è l’altro, in modo che non si rovini e sia sempre sicuro e morale. Certo se tu fai un investimento con l’obolo di san Pietro su una fabbrica di armamenti non va. Se tu fai un investimento e per anni senza toccare il capitale non va, l’obolo si deve spendere in un anno, un anno e mezzo, fino a che arriva l’altra colletta che si fa mondialmente e questa è buona amministrazione, sul sicuro. E si può anche comprare una proprietà, affittarla e poi venderla, ma sul sicuro con tutte le sicurezze per il bene delle gente e dell’obolo. Poi è successo quello che è successo, uno scandalo, e hanno fatto cose che non sembrano pulite. Ma la denuncia non è venuta da fuori. Quella riforma della metodologia economica che aveva già iniziato Benedetto XVI è andata avanti ed è stato il Revisore dei conti interno a dire: qui c’è una cosa brutta, qui c’è qualcosa che non funziona. È venuto da me. Gli ho detto: lei è sicuro? E lui: sì, cosa devo fare? Ma c’è la giustizia vaticana, ho detto: vada e faccia la denuncia al Promotore giustizia. E in questo io sono rimasto contento perché si vede che l’amministrazione vaticana ha le risorse per chiarire le cose brutte che succedono dentro, come in questo caso. Non è il caso dell’immobile di Londra, perché ancora questo non è chiaro, ma lì c’erano casi di corruzione. Il Promotore ha studiato la cosa, ha fatto le consultazioni e ha visto che c’era uno squilibrio nel bilancio e poi ha chiesto a me il permesso di fare le perquisizioni. E io ho firmato le autorizzazioni. È stata fatta la perquisizione in cinque uffici. Sebbene ci sia la presunzione di innocenza, ci sono i capitali che non sono amministrati bene, anche con corruzione. Credo che in meno di un mese inizieranno gli interrogatori delle cinque persone che sono state bloccate perché c’erano indizi di corruzione. Lei potrà chiedermi: ma questi cinque sono corrotti? No, la presunzione è una garanzia per tutti, un diritto umano, ma c’è corruzione e si vede. Si vedrà se sono colpevoli o no. È una cosa brutta e non è bello che succedano queste cose in Vaticano, ma è stato chiarito dai meccanismi interni che cominciano a funzionare e che papa Benedetto aveva iniziato a fare. Di questo io ringrazio Dio, non che ci sia la corruzione, ma che il sistema di controllo vaticano funzioni bene».

C’è preoccupazione, nelle ultime settimane su ciò che sta succedendo nelle finanze del Vaticano. Secondo alcuni c’è una guerra interna su chi deve controllare i soldi. La maggior parte dei membri del consiglio di amministrazione dell’Aif si è dimesso. Il gruppo Egmont ha sospeso il Vaticano dalle comunicazioni sicure dopo il raid del primo ottobre. Il direttore dell’Aif è ancora sospeso e ancora non c’è un Revisore generale. Cosa può fare o dire lei per garantire alla comunità internazionale finanziaria e ai fedeli in generale che sono chiamati a contribuire all’obolo di San Pietro che il Vaticano non tornerà a essere considerato un Paese di cui non fidarsi e che le riforme non si fermeranno e che non si tornerà alle abitudini del passato? «Il Vaticano ha fatto passi avanti nella sua amministrazione. Per esempio, lo Ior oggi ha la accettazione di tutte le banche e può agire come le banche italiane, normale, cosa che un anno fa ancora non c’era. Ci sono stati dei progressi. Poi, il gruppo Egmont: è una cosa non ufficiale, internazionale, è un gruppo che appartiene all’Aif. Il controllo internazionale non dipende dal gruppo Egmont. Il gruppo Egmont è un gruppo privato che ha il suo peso, ma è un gruppo privato. Moneyval farà l’ispezione. L’ha programmata per i primi mesi dell’anno prossimo e la farà. Il direttore dell’Aif è sospeso perché c’erano dei sospetti di non buona amministrazione. Il presidente dell’Aif ha fatto forza con il gruppo Egmont per riprendere la documentazione. E questo la giustizia non può farlo. Davanti a questo io ho fatto la consultazione presso la magistratura, a un magistrato italiano di livello: cosa devo fare? La giustizia davanti a una accusa di una corruzione è sovrana, in un Paese, è sovrana: nessuno può immischiarsi lì dentro, nessuno può dire al gruppo Egmont “le vostre carte sono qui”. No, devono essere studiate le carte per quello che sembra una cattiva amministrazione nel senso di un cattivo controllo. È stato l’Aif a non controllare, sembra, i delitti degli altri. Il suo dovere era controllare. Io spero che si provi che non è così, perché ancora c’è la presunzione di innocenza. Ma per il momento il magistrato è sovrano perché deve studiare come è andata, perché al contrario un Paese avrebbe una amministrazione superiore che lederebbe la sovranità del Paese. Il presidente dell’Aif scadeva il 19. Lo chiamai alcuni giorni prima e lui mi ha detto che non se n’è accorto che lo stavo chiamando, e ho annunciato che il 19 lasciava. Io ho trovato già il successore, un magistrato di altissimo livello giuridico, economico, nazionale e internazionale e al mio rientro prenderà in carico l’Aif e continuerà così. Sarebbe stato un controsenso che l’Autorità di controllo fosse sovrana sopra lo Stato. È una cosa non facile da capire. Ma quello che ha un po’ disturbato è il gruppo Egmont. È privato. Aiuta tanto, ma non è l’autorità di controllo di Moneyval. Moneyval studierà i numeri, le procedute, come ha agito il promotore di giustizia, studierà come giudice e i giudici hanno determinato la cosa. So che in questi giorni inizierà, o è iniziato, l’interrogatorio dei cinque che sono stati sospesi. Non è facile, ma non dobbiamo essere ingenui, non dobbiamo essere schiavi. Qualcuno mi ha detto che con questo abbiamo toccato il gruppo Egmont, la gente si spaventa. Si sta facendo un po’ di terrorismo. Lasciamo da parte questo. Noi andiamo avanti con la legge, con Moneyval, col nuovo presidente dell’Aif. E il direttore è sospeso, magari fosse innocente. Lo vorrei perché è una cosa bella se una persona è innocente e non colpevole. Ma è stato fatto un po’ di rumore con questo gruppo che non voleva che toccassero le carte che appartenevano al gruppo».

La gente può stare tranquilla? Cosa può dire alla gente? «È la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro non da fuori. Da fuori tante volte. Ma in questo Papa Benedetto è stato saggio, ha incominciato un processo che è maturato e adesso le istituzioni funzionano… Che il revisore abbia avuto il coraggio di fare una denuncia scritta contro cinque persone, significa che sta funzionando. Davvero non voglio offendere il gruppo Egmont che fa tanto bene e aiuta, ma in questo caso la sovranità appartiene allo Stato, anche la giustizia è più sovrana del potere esecutivo. Non è facile da capire ma vi chiedo di capire questa difficoltà».

Sul volo da Bangkok a Tokyo ha mandato un telegramma a Carrie Lam di Hong Kong. Che cosa pensa della situazione lì, con le manifestazioni e dopo le elezioni comunali? E quando possiamo accompagnarla a Pechino? «I telegrammi si mandano a tutti i Capi di Stato, è una cosa automatica, è anche un modo cortese di chiedere permesso di sorvolare il loro territorio e questo non ha un significato né di condanna né di appoggio, è una cosa meccanica che tutti gli aerei fanno quando tecnicamente entrano: avvisano, stiamo entrando, e noi lo facciamo con cortesia, salutiamo. Questo non ha alcun valore nel senso che lei domanda, soltanto valore di cortesia. Mi chiede cosa penso. Ma non è soltanto Hong Kong. Pensa al Cile, pensa la Francia – la democratica Francia, un anno di gilet gialli – pensa al Nicaragua , altri paesi latinoamericani, il Brasile, che hanno dei problemi del genere, e anche a qualche Paese europeo. È una cosa generale. Cosa fa la Santa Sede davanti a questo? Chiama al dialogo, alla pace. Ci sono varie situazioni che hanno dei problemi e che io in questo momento non sono capace di valutare. Io rispetto la pace e chiedo la pace per tutti questi Paesi che hanno dei problemi. Problemi così’ ci sono anche in Spagna. Conviene relativizzare le cose e chiamare al dialogo, alla pace, perché si risolvano i problemi».

E Pechino?… «Mi piacerebbe andare a Pechino , io amo la Cina».

La società e la Chiesa occidentale hanno qualcosa da imparare da società e Chiesa orientale? «C’è una cosa che mi ha illuminato tanto, un detto: lux ex Oriente, ex Occidente luxus. La luce viene da Oriente e il lusso, il consumismo viene da Occidente. C’è proprio questa saggezza orientale che non è soltanto saggezza di conoscenza, ma saggezza di tempi, di contemplazione, e che aiuta tanto la società occidentale, sempre troppo di fretta: imparare un po’ di contemplazione, a fermarsi, a guardare anche poeticamente le cose. Questa è una opinione personale, ma credo che all’Occidente manchi un po’ di poesia in più. Ce ne sono, di cose poetiche bellissime, ma l’Oriente va oltre, l’Oriente è capace di guardare le cose con occhi che vanno oltre. Non vorrei usare la parola trascendente, perché alcune religioni orientali non fanno accenno alla trascendenza tanto, ma a una visione oltre il limite della immanenza senza dire trascendenza. Oltre. Per questo uso poesia, che è gratuità, è cercare anche la propria perfezione nel digiuno, nelle penitenze e anche nella lettura della saggezza dei saggi orientali. Credo che a noi occidentali farebbe bene fermarci un po’ e dare tempo alla saggezza. La cultura della fretta o la cultura del: fermati un po’, fermati. Non so se serve questo per illuminare la differenza, ma è quello che noi avremmo bisogno».

Come si è sentito a Nagasaki e Hiroshima? «Nagasaki e Hiroshima ambedue hanno sofferto la bomba atomica e questo le fa somigliare. Ma c’è una differenza: a Nagasaki non c’è stata solo la bomba atomica ma anche la persecuzione dei cristiani. Nagasaki ha radici cristiane, un cristianesimo antico, la persecuzione dei cristiani era in tutto il Giappone ma a Nagasaki era molto forte. Il segretario della nunziatura mi ha regalato un fac-simile in legno dove c’è il “wanted” del tempo: si cercano cristiani, se ne trovi uno, denuncialo e avrai tanto; se trovi un sacerdote, denuncialo e avrai tanto. Sono stati secoli di persecuzione. Questo è un fenomeno cristiano che relativizza, nel buon senso della parola, la bomba atomica, perché ci sono due cose. Se uno va a Hiroshima, c’è solo la bomba atomica, perché non è una città cristiana come Nagasaki. Per questo sono voluto andare in ambedue. Hiroshima è stata una vera catechesi umana sulla crudeltà. La crudeltà. Non ho potuto vedere il museo di Hiroshima, non c’e stato tempo, quella è stata una giornataccia, ma dicono che sia terribile, terribile, ci sono anche lettere di capi di Stato, di generali, che spiegavano come si potesse fare un disastro più grande. Per me è stata una esperienza molto più toccante che quella di Nagasaki. Nagasaki, è quella del martirio: ho visto il museo del martirio; ma quella di Hiroshima molto toccante. Lì ho ribadito che l’uso delle armi nucleari è immorale: questo deve andare nel catechismo della chiesa cattolica. E non solo l’uso ma anche il possesso. Perché un incidente o la pazzia di qualche governante, la pazzia di uno può distruggere l’umanità. Pensiamo a quel detto di Einstein: la quarta guera mondiale si farà con i bastoni e le pietre».

Lei ha detto che una pace duratura non è realizzabile senza disarmo. Il Giappone gode della protezione militare degli Usa ed è anche produttore di energia nucleare, cosa che comporta un grave rischio per l’ambiente e l’umanità, come è stato tragicamente dimostrato dall’incidente di Fukushima. Il Giappone come può contribuire alla realizzazione della pace mondiale? Dovrebbero essere spente le centrali nucleari? «Nelle industrie nucleari può sempre accadere un incidente e voi lo avete sperimentato, anche il “triplice disastro” (11 marzo 2011: il terremoto di magnitudo 9, lo tsunami, tre esplosioni nucleari nella centrale di Fukushima, ndr) che ha distrutto tanto. Il nucleare è al limite. Le armi lasciamole da parte perché sono distruzione. Ma l’uso di energia nucleare è molto al limite perché ancora non siamo riusciti ad arrivare alla sicurezza totale. Tu potrai dirmi: sì, anche con l’elettricità si può fare un disastro per una insicurezza. Ma è un disastrino piccolo. Un disastro nucleare di una centrale nucleare sarà un disastro grande. E ancora non è stata elaborata la scurezza. Io, ma è un’opinione personale, non userei l’energia nucleare fino a che non ci sia una totale sicurezza dell’uso. Dico una idea: alcuni dicono che è oltre la custodia del creato e distruggerà, che l’energia nucleare deve fermarsi. È in discussione. Io mi fermo sulla sicurezza: non c’è sicurezza per garantire che non ci sarà un disastro. Sì, uno al mondo in dieci anni. Ma poi ha effetti anche sul creato. Il disastro della potenza nucleare sul creato e sulla persona …Distinguo dalla guerra, dalle armi. Ma qui dico: dobbiamo fare ricerche sulla sicurezza, sia per evitare un disastro sia per le conseguenze sull’ambiente. E credo che siamo andati oltre il limite. Oltre il limite. Nell’agricoltura si usano i pesticidi, nell’allevamento dei polli… I medici dicono alle mamme di non dare da mangiare ai bambini polli di allevamento perché sono ingrassati con ormoni…Tante malattie rare ci sono oggi per l’uso non buono dell’ambiente. Malattie rare. La custodia dell’ambiente è una cosa che…o oggi o mai. Tornando sull’ energia nucleare: sicurezza e custodia ambiente».

Hakawada Awao è un uomo giapponese già condannato a morte e ora in attesa della revisione del processo ed era presente alla messa a Tokyo, ma non ha avuto modo di parlare con lei. Ci potrebbe confermare se fosse in programma o no un breve incontro con lei? Il tema della pena di morte in Giappone è molto discusso. Poco piu di un mese prima della modifica del catechismo, è stata eseguita la condanna di 13 detenuti e su questo tema non c’è stato un riferimento nei suoi discorsi in questa visita: come mai non si è voluto pronunciare? O ha avuto modo di parlarne con il primo ministro? «Quel caso di pena di morte l’ho saputo dopo. Con il primo ministro ho parlato in genere di tanti problemi di condanne, di processi eterni che non finiscono mai, sia con la morte che senza morte. Ma ho parlato del problema generale, che anche in altri Paesi si dà: le carceri sono sovraffollate e c’è gente che aspetta in una prigione preventiva senza la presunzione di innocenza, aspetta, aspetta… Quindici giorni fa ho fatto un intervento al convegno di diritto internazionale e ho parlato seriamente del tema delle carceri, della presunzione e della pena di morte. È stato detto con chiarezza che la pena di morte non è morale e non si può fare. Credo che questo vada unito a una coscienza che si sviluppa: per esempio, alcuni Paesi non possono deciderne l’abolizione per problemi politici ma fanno una sospensione, ed è un modo di dichiarare senza dichiararlo l’ergastolo. Ma il problema della condanna è che sempre dev’essere per il reinserimento. Una condanna senza finestre, senza orizzonte, non è umana. Anche un ergastolano, si deve pensare come può reinserirsi, dentro o fuori, ma sempre ci sia l’orizzonte: il reinserimento. Lei dirà: ma ci sono condannati pazzi che hanno problemi di malattia, di pazzia, di incorreggibilità genetica. Cerchiamo di fare in modo che almeno producano, facciano qualcosa che li faccia sentire persone. In tante parti del mondo oggi le carceri sono sovraffollate, è un deposito di carne umana che invece di crescere con salute tante volte si corrompe. Dobbiamo lottare contro la pena di morte. Lentamente, ci sono casi che a me danno gioia perché esistono Paesi che dicono: ci fermiamo. Ho parlato con il governatore di uno Stato, l’anno scorso, e lui prima di lasciare il posto ha fatto sospensione quasi definitiva. Sono passi di coscienza umana. Altri Paesi non sono riusciti ancora a incorporarli nella linea della umanità».

Lei ha detto che a vera pace può essere solo una pace disarmata. Ma che succede per la legittima difesa, quando un Paese è attaccato da un altro? In questo caso esiste ancora la possibilità di una guerra giusta? Si è parlato di un’enciclica sulla non violenza: è ancora in progetto? «Sì, il progetto c’è ma la farà il prossimo Papa. Appena ho tempo… Ci sono progetti che sono nel cassetto, quello sulla pace, per esempio. È lì che sta maturando, quando sarà il momento la farò. Ma ne parlo abbastanza. Ad esempio, il problema del bullismo coi ragazzi di scuola: è un problema di violenza! Ho parlato proprio ai giovani giapponesi di questo argomento. È un problema che con tanti programmi educativi stiamo cercando di aiutare a risolvere. È un problema di volenza e i problemi di violenza si devono affrontare. Ma un’enciclica sulla violenza non la sento ancora matura, davvero, devo pregare e cercare la via… Sulla pace e le armi c’è quel detto romano: si vis pacem, para bellum. E lì non siamo stati maturi. Le organizzazioni internazionali non riescono, le Nazioni Unite non riescono. Fanno tante cose, tante mediazioni meritevoli. Un Paese come la Norvegia, per esempio, sempre disposto a mediare, a cercare un’uscita per evitare le guerre. Questo si sta facendo e a me piace, ma è poco. Si deve fare ancora di più. Lei pensi, senza offesa, al Consiglio di sicurezza dell’Onu: c’è un problema con le armi, tutti d’accordo per risolvere quel problema per evitare un incidente bellico, tutti votano sì, ma uno col diritto al veto dice di no e tutto si ferma. Io ho sentito -non so giudicare – che forse le Nazioni Unite dovrebbero fare un passo avanti rinunciando nel Consiglio di sicurezza al diritto al veto di alcune nazioni. Non sono un tecnico in questo ma ho sentito come una possibilità. Non so cosa dire, però sarebbe bello che tutti avessero lo stesso diritto. Ma nell’equilibrio mondiale ci sono argomenti che in questo momento non sono in grado di giudicare. Tutto quello che si fa per fermare la produzione delle armi e fermare le guerre e andare al negoziato, anche con l’aiuto dei facilitatori e aiutatori, questo si deve fare sempre sempre. E dare i risultati. Alcuni dicono che sono pochi, ma incominciamo con poco e poi andiamo oltre. Il risultato del negoziato è risolvere dei problemi. Ad esempio, il caso di Ucraina e Russia, non si parla di armi ma c’è stato il negoziato per lo scambio di prigionieri. Questo è positivo: sempre un passo per la pace. C’è stato adesso un interscambio per pensare la pianificazione di un regime governativo nel Donbass e stanno discutendo. È successa poco tempo fa una cosa bella e brutta. La cosa brutta, devo dirlo, è l’ipocrisia armamentista: paesi cristiani, o almeno di cultura cristiana, paesi europei che parlano di pace e vivono delle armi. Questa si chiama ipocrisia. È una parola evangelica, Gesù la diceva, tante volte nel capitolo 23 di Matteo. Bisogna finirla con quella ipocrisia e che una nazione abbia il coraggio di dire: “Io non posso parlare di pace perché la mia economia guadagna tanto con la fabbricazione delle armi”. Senza insultare e sporcare quel Paese, occorre parlare come fratelli. La fratellanza umana! Fermiamoci ragazzi, fermiamoci perché la cosa è brutta! In un porto, adesso non ricordo bene, è arrivata una nave piena di armi che doveva farle passare in una nave più grande che doveva andare nello Yemen (noi sappiamo cosa succede, nello Yemen). I lavoratori del porto hanno detto no. Sono stati bravi! E la nave è tornata a casa sua. Un caso, ma ci insegna come ci si deve regolare. La pace oggi è molto debole, molto debole! Ma non dobbiamo scoraggiarci»

E la legittima difesa con le armi? «L’ipotesi della legittima difesa rimane sempre. È un’ipotesi che anche nella teologia morale va contemplata, ma come ultimo ricorso, ultimo ricorso con le armi! C’è la legittima difesa con la diplomazia, con la mediazione… Ultimo ricorso: legittima difesa, ma sottolineo ultimo ricorso. Noi stiamo andando verso un progresso etico e a me piace mettere in questione tutte queste cose. Vuol dire che l’umanità va avanti anche per il bene, non solo per il male».

L’America latina è in fiamme. Dopo il Venezuela, abbiamo visto in Cile delle immagini che non pensavamo di rivedere dopo Pinochet. Abbiamo visto la situazione in Bolivia, in Nicaragua, in altri paesi. Rivolte, violenza nelle strade, gente, morti, feriti, anhe chiese violate. Qual è la sua analisi di ciò che sta succedendo in questi Paesi? La Chiesa e lei personalmente, come papa latinoamericano, può fare qualche cosa? Sta facendo qualcosa? «Qualcuno mi ha detto questo: la situazione oggi in America Latina assomiglia a quella del 1974-1980. Cile, Argentina, Uruguay, Brasile, credo che Bolivia pure…avevano l’operativo Condor, in quel momento si chiamava, la situazione così in fiamme, Ma non so se assomiglia. Davvero in questo momento io non sono capace di fare l’analisi totale di questo. È vero che ci sono dichiarazioni precisamente non di pace. Il Cile mi spaventa. Perché il Cile esce da un problema di abusi che ci ha fatto soffrire tanto. E adesso torna un problema del genere che non capiamo bene. Ma è in fiamme, come lei dice. E si deve cercare il dialogo e anche l’analisi. Ancora io non ho trovato una analisi ben fatta sulla situazione in America Latina. Ciò che accade lo si deve anche a governi deboli, molto deboli, che non sono riusciti a mettere ordine e pace dentro. E per questo si crea questa situazione».

Evo Morales ha chiesto la sua mediazione, per esempio. Cose concrete… «Sì, cose concrete. Il Venezuela ha chiesto la mediazione e la Santa Sede è sempre stata disposta, c’è un buon rapporto, noi siamo lì presenti per aiutare quando è necessario. Anche la Bolivia ha fatto qualcosa del genere, ancora non so bene su quale strada ma ha fatto una richiesta alle Nazioni Unite che hanno inviato dei delegati, c’è stato anche qualche paese dell’Unione Europea. Il Cile non so, il Brasile certamente no, ma anche lì ci sono dei problemi. È una cosa un po’ strana e io non vorrei dire una parola di più, perché sinceramente non ho studiato bene il problema»