Il Papa affida l’umanità alla Madonna: “Liberaci da ogni pericolo, torni la gioia dopo questa prova”

Videomessaggio di Francesco durante la messa del vicario De Donatis al Santuario del Divino Amore per la Giornata di preghiera e digiuno per i malati di coronavirus: «Chiediamo a Maria di liberarci dall’angoscia» Liberaci da ogni pericolo», «possa tornare la gioia e la festa dopo questo momento di prova». Nel giorno in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara come «pandemia» la diffusione del coronavirus, Papa Francesco affida alla Vergine Maria l’intera umanità, in particolare i malati e i sofferenti, messa in ginocchio da questa inaspettata piaga che ha colpito 114 Paesi.

«Liberaci da ogni pericolo», «possa tornare la gioia e la festa dopo questo momento di prova». Nel giorno in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara come «pandemia» la diffusione del coronavirus, Papa Francesco affida alla Vergine Maria l’intera umanità, in particolare i malati e i sofferenti, messa in ginocchio da questa inaspettata piaga che ha colpito 114 Paesi.

Con un videomessaggio, trasmesso in diretta dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico, divenuto il luogo di comunicazione con i fedeli, Papa Francesco interviene virtualmente alla messa per la Giornata di preghiera e digiuno voluta dal cardinale vicario Angelo De Donatis nel Santuario romano del Divino Amore.

Di spalle, con lo sguardo rivolto ad una copia della icona della Madonna custodita nel Santuario settecentesco, Francesco scandisce la sua breve orazione: «O Maria, tu risplendi sempre nel nostro cammino come segno di salvezza e di speranza. Noi ci affidiamo a te, Salute dei malati, che presso la croce sei stata associata al dolore di Gesù, mantenendo ferma la tua fede. Tu, Salvezza del popolo romano, sai di che cosa abbiamo bisogno e siamo certi che provvederai perché, come a Cana di Galilea, possa tornare la gioia e la festa dopo questo momento di prova. Aiutaci, Madre del Divino Amore, a conformarci al volere del Padre e a fare ciò che ci dirà Gesù, che ha preso su di sé le nostre sofferenze e si è caricato dei nostri dolori per condurci, attraverso la croce, alla gioia della risurrezione. Amen».

Segue l’atto di supplica: «Sotto la Tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta», dice il Papa alla Madonna del Divino Amore. È ai piedi della stessa effige che si inginocchiò Pio XII, nel 1944, insieme a tutto il popolo di Roma, per implorare la salvezza dell’Urbe durante la ritirata delle truppe naziste. Settantasei anni dopo un altro Papa torna a reclamare l’aiuto della Madre di Dio per affrontare un’altra emergenza, i cui effetti, seppur per certi versi invisibili, sono devastanti quanto quelli di una guerra.

Il cardinale De Donatis, che celebra la funzione a porte chiuse, senza popolo, nel rispetto delle misure precauzionali che vietano assembramenti per limitare il contagio di Covid-19, si associa alla preghiera del Pontefice. Offre la messa anzitutto per i malati e per il personale sanitario che si prodigano con generosità e sacrificio per assisterli e curarli. A loro andranno le offerte della raccolta diocesana straordinaria avviata con la celebrazione di oggi.

«Siamo qui per gridare: “Salvaci Signore per la tua misericordia”», esordisce il cardinale nella sua omelia, «Maria è qui con noi e chiediamo la sua intercessione potente» per «essere liberati dal male del virus».

«Siamo qui con tanta fede ai tempi del coronavirus, ma anche siamo qui – lo dobbiamo confessare – con tanta angoscia. La vediamo nei volti delle persone», dice il porporato. È la stessa angoscia provata da Gesù prima della Passione: «Egli però confida nel Padre», ha la «consapevolezza permanente che nessuno ha il potere di strapparlo dalle mani di Dio». La stessa consapevolezza ognuno di noi deve custodirla «nel cuore» in questi tempi difficili: «L’antidoto, la terapia all’angoscia del momento presente», afferma De Donatis, «è affidarsi alle mani di Dio. Siamo nelle sue mani e nessuno può strapparci da esse».

Affidandoci al Signore, dice il vicario di Roma, che cita nella sua omelia anche la testimonianza di Etty Hillesum, scrittrice ebraica morta a 29 anni ad Auschwitz, Egli «ci spingerà in tempi di distanza forzata a stringerci gli uni agli altri, a trovare nuove vie con cui vivere la fraternità senza competizione o la tentazione di salvare noi stessi infischiandocene della vita degli altri». Anzi, proprio in questo frangente siamo chiamati ad «un di più di cura e attenzione», a quella «fantasia della carità che non è mai mancata ai cristiani, agli abitanti di questa città».