Il nuovo fronte del terrore jihadista è nel cuore dell’Africa Subsahariana

Scissioni storiche, capi ribelli e quadranti operativi enormi. È in Africa subsahariana il nuovo fronte del terrore del Daesh, capace nel Sahel di scendere a patti con il potentissimo Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani, qaedista. Le relazioni fra i due sono complementari e opportuniste. Permettono di saldare gli sforzi contro il nemico comune, lungo l’arco di crisi che si snoda dal sud della Libia, attraversa il Sahel e la Nigeria, e si galvanizza nel bacino del Lago Ciad. È una tendenza strategica da prendere molto sul serio. Fonti attendibili stimano gli affiliati africani al Daesh intorno ai seimila.

La branca più corposa ruota intorno al gruppo successore di Boko Haram, attivo nella regione del Lago Ciad, con circa 3.500 combattenti. L’organizzazione ha una storia rocambolesca, avendo subito una scissione nel 2016. Nel marzo 2015, il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, aveva prestato giuramento ad Abu Bakr al-Baghdadi e al Daesh. Fu allora che sulla carta il nome Boko Haram scomparve, cedendo il posto all’Iswap (Stato islamico della provincia dell’Africa Occidentale), in pratica il Daesh.

Fu un momento che scosse la comunità

internazionale, pronta a ribattezzare l’evento come un “matrimonio infernale”.

Ma le cose cominciarono a incrinarsi nell’agosto 2016, quando emersero le prime frizioni fra l’Iswap e il Daesh centrale sull’interpretazione molto estensiva data da Shekau al concetto di «takfir», o infedeli.

L’Iswap cominciò a colpire anche i musulmani apostati. Shekau fu estromesso dalla testa dell’Iswap con un decreto del Daesh, che scommise le sue carte su Abu Musab al-Barnawi, figlio del fondatore di Boko Haram, Mohammad Yusuf. Shekau continua oggi ad operare vicino alla foresta di Sambisa con una fazione di 1.500 combattenti, sotto il nome internazionale di Boko Haram. Il gruppo diretto da Barnawi e Mamman Nour, ucciso da fuoco amico nel settembre 2018, ha drenato gran parte degli effettivi. Ha un raggio d’azione più ampio, che abbraccia l’intera regione del lago Ciad.

Sotto la loro leadership qualcosa è mutato, in peggio. L’Ufficio delle Nazioni Unite per l’Africa occidentale e il Sahel ha già allertato su una «possibile saldatura di legami fra i gruppi jihadisti nella regione», con movimenti facilitati attraverso le frontiere dell’Ovest e del Sud-Est della Libia. La cosa più preoccupante è che sembra ormai certo che il gruppo abbia un

connubio con il Daesh nel Grande Sahara, i cui attacchi hanno cominciato ad essere rivendicati dall’Iswap. Almeno da luglio 2019, in coincidenza con l’attacco complesso contro la base militare di I-n-Ates, nel nord del Niger, non distante dalla frontiera con il Mali. Il “Site intelligence”, una struttura americana che sorveglia le attività della galassia jihadista sulle reti digitali, ha scoperto che l’attacco è stato rivendicato il 3 luglio da un comunicato firmato dall’Iswap e non dal Daesh nel Grande Sahara. A partire da maggio, la propaganda del Daesh parla dell’area sahariana e del bacino del Lago Ciad con l’unica dizione “provincia dell’Africa occidentale”. Il fatto che l’Iswap rivendichi gli attacchi commessi dal Daesh nel Grande Sahara interroga. Quest’ultimo opera prevalentemente nella fascia sahelo sahariana, in particolare nella regione del Liptako. Ma ha un punto in comune con l’Iswap: attaccare il Niger. I due gruppi jihadisti hanno già un partenariato operativo e logistico, con una base di supporto nella regione nigeriana di Sokoto. L’obiettivo è chiaro: Daesh vuole restare un attore mondiale e il continente africano offre molteplici opportunità alla sua ambizioni