Il nuovo coronavirus è anche uno choc economico mondiale

La Cina non è più quella del 2003, dalla sua tenuta dipende la crescita globale. Prima la guerra commerciale, adesso il contagio- I festeggiamenti per il nuovo anno lunare, iniziato sabato scorso sotto il segno del topo, sono stati annullati in varie aree anche al di fuori della Cina, per cercare di contenere i costi. Mancano addirittura le mascherine chirurgiche: secondo Reuters quasi tutti gli ospedali cinesi ne hanno troppe poche, e i produttori stanno richiamando i dipendenti per lavorare anche durante questo periodo festivo. Anche le farmacie, soprattutto a Wuhan, hanno finito le scorte

Ci sono almeno ottanta morti accertati, tutti all’interno dei confini cinesi. E sono quasi tremila le persone che hanno contratto il nuovo coronavirus, tecnicamente chiamato 2019-nCoV. La maggior parte si trova nella provincia cinese di Hubei, ma ci sono (pochissimi) casi anche in Thailandia, in Malaysia, in Corea del sud e Giappone, in Vietnam, in Francia e negli Stati Uniti. Il fatto è che più va avanti il contagio, meno sappiamo di questo virus in termini di patogenicità, cioè quanto fa star male e quanto è letale. Per ora siamo passati da un tasso di mortalità del 2 per cento al 3 per cento in pochi giorni. Soprattutto sappiamo poco della sua trasmissibilità: in questi casi gli scienziati si muovono secondo modelli probabilistici, e secondo i calcoli più recenti effettuati dall’Imperial college di Londra, “la trasmissione da uomo a uomo del nuovo coronavirus è l’unica spiegazione plausibile della portata dell’epidemia a Wuhan. […] In assenza di farmaci o vaccini antivirali, il controllo dell’epidemia si basa sulla tempestiva rilevazione e l’isolamento dei casi sintomatici”. Vuol dire: contenimento. Cioè quello che sta facendo la Cina, che il 21 gennaio scorso, una settimana fa, ha iniziato con una specie di quarantena de facto intere metropoli. Sempre secondo l’Imperial college, arrivati a questo punto e con questo ritmo di accelerazione della diffusione del virus, la Cina dovrebbe “bloccare ben oltre il 60 per cento dei contagi per essere efficace nel controllo dell’epidemia”.

A oggi però l’emergenza non riguarda soltanto il contenimento del virus e le notizie che abbiamo in merito. Perché il nuovo coronavirus rischia di essere il colpo di grazia per l’economia cinese, e abbiamo visto con la guerra dei dazi con l’America quanto un rallentamento della seconda potenza economica mondiale influisca sul resto del mondo. Oltre ai morti, e alla paura del contagio, all’emergenza sanitaria soprattutto nell’area di Wuhan – la città dove tutto sarebbe partito – c’è da considerare il fattore economico, e quello che politicamente sta succedendo intorno all’emergenza. I festeggiamenti per il nuovo anno lunare, iniziato sabato scorso sotto il segno del topo, sono stati annullati in varie aree anche al di fuori della Cina, per cercare di contenere i costi. Mancano addirittura le mascherine chirurgiche: secondo Reuters quasi tutti gli ospedali cinesi ne hanno troppe poche, e i produttori stanno richiamando i dipendenti per lavorare anche durante questo periodo festivo. Anche le farmacie, soprattutto a Wuhan, hanno finito le scorte.

Secondo un report della Oxford economics il virus di Wuhan avrà un impatto forte sulla crescita economica cinese nel breve periodo: “Ci aspettiamo che l’impatto sia maggiormente sentito sui consumi (i settori della vendita al dettaglio e del turismo) e in misura minore su altri driver economici (come gli investimenti e l’industria)”. Sabato la China Travel Service Association ha annunciato il blocco dei viaggi di gruppo organizzati, sia all’interno della Cina sia all’estero, ed è un disastro soprattutto per il turismo asiatico, che dipende per larga parte da quello cinese. Secondo Nomura Securities, in Giappone un calo del 10 per cento sul turismo vuol dire un meno 0,1 per cento di pil. Ma l’area più vulnerabile, secondo Oxford economics, è Hong Kong, già colpita dalla guerra dei dazi e dalle proteste contro il governo locale. Nel frattempo i viaggi verso la Cina sono sconsigliati pressoché ovunque, e molti paesi si stanno attrezzando per i rimpatri sanitari dei connazionali nelle aree sottoposte a quarantena.

Ieri il ministero degli Esteri di Pechino ha convocato i diplomatici stranieri e rinnovato la linea ufficiale, e cioè che il governo ha tutto sotto controllo, un modo per cercare di contenere anche il danno d’immagine inevitabile per una potenza che è ormai molto diversa dal 2003, l’anno dell’epidemia di Sars, e che vorrebbe imporsi come “alternativa” all’America. Ieri il premier cinese Li Keqiang ha visitato la città di Wuhan, segno che il governo centrale è coinvolto al cento per cento nell’emergenza, e il sindaco di Wuhan, Zhou Xianwang, che nei giorni scorsi era stato molto criticato, ha detto in un’intervista alla Cctv che è pronto a dimettersi se dovesse servire a fermare il contagio. Intanto le Borse mondiali risentono già del contagio: “Il coronavirus è uno choc economico e finanziario”, ha detto l’analista Marc Chandler a Reuters.