Il Nord e il Sud troppo lontani

Non sembra esserci all’orizzonte un partito che sia in gradodi riunire sotto il suo ombrello sia il Nord che il Sud. Al momento, appare probabile che rappresentanze politiche fra loro distinte, separate, possano diventare egemoni in queste due parti del Paese. E, se così fosse, dovremmo aspettarci un aumento delle spinte centrifughe

Come capita spesso, anche nel corso di questa crisi di governo pochi commenti hanno dato sufficiente rilievo a un aspetto da cui in Italia non si dovrebbe mai prescindere: il peso della divisione fra il Nord e il Sud, la capacità che essa ha sempre avuto, ed ha tuttora, di condizionare le vicende politiche nazionali. Il passaggio dal Conte 2 a Draghi non implica solo cambiamenti nel personale di governo e un allargamento della maggioranza parlamentare. Comporta anche, almeno potenzialmente, uno slittamento geografico. Il Conte 2 (a differenza del Conte 1) era un governo con un baricentro fortemente spostato verso il Centro-Sud. La composizione della maggioranza che sosterrà Mario Draghi, con l’ingresso di Forza Italia ma soprattutto della Lega, nonché la stessa composizione dell’esecutivo, sono tali da indicare che un riequilibrio geografico è in atto.
Non sono affatto segnali insignificanti l’opposizione di Fratelli d’Italia e la scissione potenziale entro i 5 Stelle. Poiché il primo è un partito in crescita ma con insediamento e possibilità di espansione soprattutto nel Centro e nel Mezzogiorno, e il secondo è un gruppo in declino verosimilmente destinato a mantenere qualche residua posizione elettorale proprio nel Sud.
C’è un problema immediato, che riguarda le scelte del governo Draghi, e c’è un problema di più lungo termine che riguarda l’evoluzione della divisione Nord/Sud. Il governo Draghi dovrà fare, molto presto, scelte delicate (ad alta infiammabilità politica): come impiegare le risorse europee, quali progetti finanziare e con quali conseguenze per i diversi ambiti territoriali? Se si tratterà soprattutto di ridare slancio al sistema produttivo, fonte della ricchezza nazionale, buona parte di quelle risorse finirà per essere indirizzata verso le aree (produttive) del Nord. Ma difficilmente ciò potrà avvenire senza tensioni e resistenze. Anche perché, naturalmente, è tutto il Paese, da un capo all’altro della Penisola, ad avere sofferto i pesanti effetti economici della pandemia. Draghi e i suoi ministri dovranno cercare un equilibrio difficile da realizzare e ancor più da mantenere fra esigenze diverse e contrapposte. In queste condizioni, ancorchè titolare di un ministero senza portafoglio, la neo-ministra per il Sud, Mara Carfagna (Forza Italia), si trova ad occupare una posizione strategica, svolgerà, plausibilmente, un ruolo rilevante.
Ma c’è anche un problema più di fondo. Ci sono ombre che si proiettano ben al di là dell’orizzonte del governo Draghi. Da quali forze, e con quali idee, il Sud sarà politicamente rappresentato? Chi, quando ci saranno le elezioni nazionali, catturerà più consensi nell’Italia meridionale? Quali forze si imporranno (ammesso che ce ne sia qualcuna in grado di farlo) come elettoralmente egemoni nel Sud?
Bisogna soprattutto tenere a mente una circostanza: le spinte centrifughe, ossia la tendenza alla divaricazione e al reciproco allontanamento fra Nord e Sud, sono state tenute a bada solo quando un partito nazionale è riuscito a rappresentarli entrambi. È stata questa la chiave del lungo predominio democristiano dalla nascita della Repubblica fino ai primi anni Novanta dello scorso secolo. Così come del successo di Forza Italia e del berlusconismo. Proprio come la Dc, anche Forza Italia nella sua fase di maggior successo era in grado di rappresentare tanto la Lombardia e il Friuli-Venezia Giulia quanto la Sicilia e la Campania, ampie parti del Nord e ampie parti del Sud. Matteo Renzi quando diventò premier, a sua volta, immaginò di fare del Pd il «partito della nazione» (ugualmente forte nelle diverse aree del Paese). Ma senza riuscirci . Da ultimo, c’è stato il tentativo di Matteo Salvini di trasformare la Lega (già Lega Nord) in un movimento nazionale in grado di intercettare, con uguale capacità di attrazione, elettori settentrionali e meridionali. Tentativo almeno in parte riuscito come indica il fatto che la Lega resta stabilmente primo partito nei sondaggi. Ma è anche chiaro che, se non è soltanto tattica, la riconversione leghista di questi giorni (il neo-europeismo di Salvini) cambia di nuovo il quadro. Sembra proprio che il vecchio insediamento leghista, quello della Lega Nord, delle aree produttive settentrionali, abbia ripreso il sopravvento. Aggiungiamo infine che anche nel Pd potrebbero esserci fra un po’ di tempo cambiamenti rilevanti. Tra le ipotesi sul tavolo c’è quella di un uomo del Nord, il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, come segretario.
Tutto questo per dire che non sembra esserci all’orizzonte un partito che sia in grado di riunire sotto il suo ombrello sia il Nord che il Sud. Al momento, appare probabile che rappresentanze politiche fra loro distinte, separate, possano diventare egemoni in queste due parti del Paese. Se così fosse, dovremmo aspettarci un aumento delle spinte centrifughe. Con il consueto strascico di rancori e contrapposizioni ideologico-territoriali che l’Italia periodicamente conosce fin da tempi della sua unificazione.
Da ormai diversi anni il Mezzogiorno, dove pure esistono realtà produttive importanti e centri d’eccellenza, sembra essersi complessivamente rassegnato a convivere con i propri antichi vizi. È ormai esaurita la spinta propulsiva esercitata in vari momenti della storia d’Italia dal movimento meridionalista, ossia da quell’insieme di forze intellettuali e imprenditoriali, politiche (in senso lato), tese a fare del Sud una società compiutamente libera e aperta, non più soffocata da statalismi e clientelismi né aggredita da poteri criminali. I momenti in cui quelle forze erano vive sono stati anche i più felici della storia del Mezzogiorno: élite modernizzanti in conflitto con i poteri costituiti contribuivano a farne una società dinamica. Di tutto ciò sembra essere rimasto poco o nulla. Eppure, soltanto il Sud potrà aiutare se stesso. Ad esso serve la (ri) nascita di gruppi dirigenti capaci di scommettere sul futuro, dotati di risorse e di visione. Con il compito di stipulare alleanze virtuose con il Nord (con la parte migliore del Nord) e di tirarsi dietro la società meridionale