Il New York Times promuove la barbarie del poliamore

Il New York Times, uno dei maggiori quotidiani del mondo, sta promuovendo il modello di famiglia "poliamorosa", con più mogli e più mariti, auspicando che possa sostituire del tutto il modello di "famiglia tradizionale". Se realizzata, sarebbe una barbarie disumanizzante, sulle pelle dei figli .Nella "famiglia tradizionale" le famiglie sono unite sia in una realtà morale che in un'istituzione sociale, il matrimonio, che ha queste tre caratteristiche: l'unione è esclusiva, è permanente, e trova la sua realizzazione nella complementarietà dei genitori e nell'allevare, nell'educare e nell'amare i figli. Quale sarebbe l'impatto sui figli di avere genitori - tre o quattro - legati solo da legami affettivi temporanei, o forse anche solo da ragioni pragmatiche, privi di impegni di esclusività e permanenza, e legati ai propri figli in misura variabile dal punto di vista genetico e da accordi contrattuali

Il ‘politically correct’ è all’attacco della dignità umana e della famiglia naturale, non è una novità. Nuova invece è la costante insistenza di uno dei maggiori quotidiani mondiali, il New York Times nelle ultime settimane. La promozione delle relazioni “poli” nella società prosegue a ritmo serrato. Lo scorso 4 agosto si sono esplorate le difficoltà e la crescita della genitorialità poliamorosa, il 14 agosto la giornalista Debora Spar ha decritto i propri auspici per il successo delle teconologie che porteranno alla nascita di bimbi con tre/quattro genitori e la fine della famiglia ‘naturale’. La società poliamorosa pare sia il nuovo traguardo di ‘progresso civile’ e, nonostante le difficoltà e gli impicci legali, secondo il NY Times questa forma barbara ed irresponsabile di non-legami   pare sia pure in crescita, o quantomeno si desidera promuoverla.

The Poly-Parent Households are Coming, titolo dell’ultimo articolo, auspica che presto si possa consentire in tutto il mondo la nascita di bambini umani possano essere creati da gameti fabbricati (sperma e ovuli) attraverso un processo chiamato gametogenesi in vitro (IVG) anche con l’inclusione di materiale genetico di più di due “genitori”; e la destabilizzazione della “struttura familiare tradizionale”. Eliminato il “bisogno procreativo” delle famiglie naturali, formate da mamma e papà, “anche il nostro bisogno sociale di quella famiglia tradizionale svanisce”.

L’autrice Debora L. Spar, è certamente corretta nel collegare le due possibilità. Un disaccoppiamento così radicale della ‘produzione di figli dalla riproduzione sessuale’ porterà molto probabilmente al tramonto della genitorialità tra due genitori, marito e moglie, madre e padre, come forma della vita familiare, in misura ancora maggiore di quanto non sia già successo. Non serve ricordare qui le radici sessantottine della rivoluzione sessuale, sesso separato dal concepimento, né rammentare gli allarmi di bioeticisti ed istituzioni politiche internazionali sui pericoli eugenetici insiti nelle sperimentazioni.

L’IVG, che crea gameti maschili e femminili a partire da cellule staminali, indipendentemente dal sesso del donatore, attualmente funziona solo nei topi, ma anche se nel prossimo futuro fosse possibile trasferire le tecniche sugli uomini, come potrebbe un’impresa del genere essere rispettosa della realtà personale e della dignità degli esseri umani? L’artefice è sempre superiore al suo (o al loro) prodotto, poiché possiede una sovranità sia sulla sua natura che sulla sua esistenza, realizzando ciascuno secondo i propri (o altrui) desideri. Spetta cioè all’artefice decidere se la cosa deve nascere e come deve nascere. Non solo, questa follia che unisce desideri malsani e tecnologie prometeiche, porterebbero di fatto al ritorno di una nuova schiavitù, nella quale il bimbo nato sarebbe proprietà dei tre genitori. Il NYTimes e la sua autrice propongono che l’IVG sia un passo avanti, un passo da gigante nella distruzione della “famiglia tradizionale”. Ma le virtù della famiglia naturale, non riducibili al solo atto riproduttivo ma anche sociale, comunitario ed educativo, si possono vedere confrontandole con i probabili risultati della poligamia.

Nella “famiglia tradizionale” le famiglie sono unite sia in una realtà morale che in un’istituzione sociale, il matrimonio, che ha queste tre caratteristiche: l’unione è esclusiva, è permanente, e trova la sua realizzazione nella complementarietà dei genitori e nell’allevare, nell’educare e nell’amare i figli. Il matrimonio così inteso è anche una conquista culturale. Esso ha sostituito gli accordi familiari in cui gli uomini di mezzi potevano prendere più mogli o concubine – che si adattavano perfettamente all’uguaglianza delle persone – e in cui i figli erano trattati come proprietà dei loro padri. Quale sarebbe l’impatto sui figli di avere genitori – tre o quattro – legati solo da legami affettivi temporanei, o forse anche solo da ragioni pragmatiche, privi di impegni di esclusività e permanenza, e legati ai propri figli in misura variabile dal punto di vista genetico e da accordi contrattuali? Il fatto che queste specifiche tecnologie sarebbero disumanizzanti e irrispettose per i bambini che ne sarebbero soggetti e distruttivi della cellula fondamentale della società,  non fa che rendere il loro rifiuto ancora più urgente. La “nuova normalità” auspicata dal NYTimes e dalla sua autrice è distopica, fa e disfa il bene comune della società a piacimento, abolisce la società civile, implica una tirannia. La sinistra mondialista, che ovviamente riprenderà anche in Europa ed in Italia queste ragioni tra pochi mesi o anni, è proprio sicura di voler imporci un ritorno alla schiavitù e alla barbarie?