Il neo premier: «Italiani, la Libia è casa vostra, con gli affari si ferma la guerra»

In vista dell’incontro con Draghi, Dbeibah spiega: esamineremo quali aziende facilitare, grandi e piccole

Il neopremier libico, Abdul Hamid Dbeibah, ha già visto due volte Luigi Di Maio e il 6 aprile riceverà Mario Draghi. Ieri ci ha parlato per oltre un’ora nel suo ufficio, la prima intervista alla stampa straniera dalla sua elezione il 10 marzo scorso.

Come unificare questo Paese lacerato dalla guerra, dall’offensiva militare di Khalifa Haftar, dalle milizie, dalla corruzione endemica?

«La Libia prima del 2011 era unita: sono convinto che tornerà ad esserlo. Il processo di cambio del potere è stato molto difficile e sanguinoso. Da allora ognuna delle nostre regioni, delle tribù, delle città ha pensato unicamente ai propri interessi. L’assenza dello Stato centrale ha favorito i tribalismi centrifughi. Abbiamo finito con l’avere tre governi paralleli, due parlamenti, due banche centrali, numerose micro-agenzie del petrolio e via dicendo per tutte le istituzioni nazionali».

Dunque, propone la centralizzazione?

«Non proprio, piuttosto guardo alla distribuzione delle risorse e del potere. Riunificheremo le istituzioni, cosa che in meno di un mese ho già fatto all’80%. Ho già unificato tra l’altro il governo, il parlamento, la Banca Centrale e l’agenzia dell’Energia, oltre a vari ministeri. Rimane la grande questione del creare un solo esercito nazionale».

E le milizie?

«Sono un tema a parte. L’esercito si unifica tramite i colloqui mediati dall’Onu a Ginevra, che hanno permesso il cessate il fuoco. Le milizie vanno dissolte con una soluzione globale, che le integri nelle nostre forze di sicurezza, nella polizia o nelle strutture civili statali. I ministeri, le aziende pubbliche devono assorbire i miliziani desiderosi di lasciare a casa i fucili».

Bengasi è nel caos violento. L’Italia vorrebbe riaprirvi presto il consolato. Non è troppo pericoloso?

«Bengasi è una città molto importante, che vive un periodo difficile. Il mio ministro degli Interni c’è appena stato per due giorni. Adesso la polizia locale dipende da noi. La sta visitando anche la nostra ministra degli Esteri, Najla Mangoush. Io ho insistito personalmente che fosse una donna per promuovere la nostra società civile e parlare al mondo. Sono particolarmente fiero di lei. Spero che il vostro consolato possa riaprire entro tre mesi. La sicurezza generale nel Paese oggi è meglio di cinque mesi fa».

Il premier Draghi ha una formazione economica molto forte. Ha piani precisi da proporgli?

«La lingua che si parla nelle relazioni internazionali di questi tempi si esprime in termini economici. Ciò vale in particolare nei rapporti italo-libici. Noi abbiamo l’urgente necessità di rafforzare la nostra industria energetica e le infrastrutture nazionali. Abbiamo immensi problemi con la rete elettrica, la sanità è devastata, così le strade e tanto altro. Roma si trova ad un’ora di volo da Tripoli. La nostra è una storia di cooperazione con tanto in comune, dal clima al cibo. Ho intenzione di riaprire al più presto agli investitori e alle ditte italiane. Vorrei considerassero la Libia come casa loro e non solo un business».

Quali progetti vorrebbe spingere?

«Con Draghi esamineremo quali aziende importanti italiane vorremo facilitare. Penso per esempio a grandi gruppi, come Salini Impregilo, con cui abbiamo in trattativa un contratto per oltre un miliardo di dollari. Io stesso quando ero un uomo d’affari, ai tempi degli accordi Gheddafi-Berlusconi nel 2008, lavorai come supervisore per quei progetti. Vorrei davvero vedere tante piccole aziende italiane tornare a lavorare e la vostra ambasciata in piena attività per favorirle. Alitalia dovrebbe presto riaprire con noi, come del resto le nostre linee aeree volare su Roma e Milano. Quanto all’Eni, è un partner fondamentale per petrolio e gas. Mi attendo che investa anche per la difesa del nostro ambiente e lo sviluppo. Si è cominciato già con il progetto di piccoli sistemi a pannelli solari, potranno aiutare a fornire energia pulita in vista del caldo estivo. Ma spero che Eni lavori anche per migliorare i nostri ospedali. I loro tecnici parteciperanno all’esplorazione di nuovi pozzi in Cirenaica».

Al suo meglio l’interscambio annuale italo-libico superò i 16 miliardi di dollari. Oggi è meno della metà.

«Sono certo che andremo presto ben oltre i 16 miliardi».

Ma la Turchia è intervenuta militarmente per evitare che Haftar prendesse la Tripolitania: oggi si è presa una fetta dei contratti italiani? E dove sarà la Libia nello scontro tra Egitto, Turchia, Emirati, Russia ed Europa per l’egemonia regionale?

«Dobbiamo guardare avanti, dimenticare ciò che è avvenuto ieri, pensare al domani dei nostri figli. Staremo con chiunque aiuti a ricostruire, senza distinzioni. Ecco perché l’Italia resta una pedina centrale. Non vogliamo più alcuna forma di guerra civile. Sono in favore di Libya first, per la vita».

Lei sta privilegiando l’Europa?

«L’Europa è vitale per noi. E ci sta aprendo le braccia. Ne siamo felici, se ci accolgono non ci fermeremo. Anche la Turchia è molto importante per la nostra economia e stabilità. Così l’Egitto che conosco bene, l’ho appena visitato, è centrale per il nostro futuro».

Come si pone di fronte alle tensioni aperte tra Europa e Turchia nel Mediterraneo?

«Credo che lo sviluppo economico sia la soluzione delle tensioni militari. Parleremo d’affari, non di armi».

Come risolvere la questione migranti?

«I libici sono tra le prime vittime dei migranti illegali. Non siamo diversi da Italia, Grecia, Francia, Turchia o altri Paesi investiti dal fenomeno. Credo che la soluzione possa solo venire dalla cooperazione tra noi e l’Europa per andare alle radici. L’Europa deve sedere al tavolo con noi per proteggere i nostri confini, ma anche alleviare le sofferenze di chi sfugge la fame, le guerre e la povertà. Il problema è umanitario, non solo geopolitico o di sicurezza. Si devono aiutare i Paesi da dove la gente scappa. Dalla Siria fuggono dalla guerra, se finisce torneranno indietro. Ma in Africa c’è la fame, la siccità. Ci vuole uno sforzo complessivo».

Il suo governo è nato per garantire la transizione alle elezioni previste il 24 dicembre prossimo. Si dice che lei non voglia lasciare. Cosa può dire?

«Intendo facilitare la transizione e sostenere i nuovi eletti. Potrei considerare di candidarmi. Ma vedremo a che punto saremo arrivati allora. Intanto si lavora per la nuova costituzione e la legge elettorale».