Il Natale “sobrio” non è quello di Conte

Conte, Speranza e media laici hanno inventato il Natale “sobrio”, un espediente per edulcorare le restrizioni. Ma la sobrietà cristiana è tutt’altro, cioè l’invito a rinnegare i desideri mondani, come ricorda da 1500 anni proprio la liturgia nella Messa natalizia della notte. Che è - come i sacerdoti dovrebbero sapere - uno dei quattro formulari del Natale, perciò non intercambiabile e con un senso preciso: la veglia.

  1. AMENITÀ CHE FORMANO UNA MENTALITÀ

L’attesa del Natale 2020 ci costringe a navigare tra amenità clericali – ometto di citarle – e laiche. Di queste ultime ne cito tre, esemplari in ordine alla formazione di una mentalità.

Walter Veltroni si è domandato: «È giusto autorizzare le messe e non i teatri e i cinema?», domanda legittima, ma che pone le celebrazioni liturgiche sullo stesso piano dei teatri e cinema e Dio volesse che ci si fermasse qui, dal momento che nel novembre scorso le motivazioni per sospendere le celebrazioni da parte del culto valdese e della diocesi in quel di Pinerolo mettevano sullo stesso piano la liturgia e l’apertura dei negozi.

Francesco Boccia, ministro per gli Affari regionali, “da cattolico”, ha spiegato che «far nascere Gesù Bambino due ore prima non è eresia. Eresia è non accorgersi dei malati». Qui il linguaggio giornalistico sotterra il linguaggio esatto perché: a) Gesù non rinasce a ogni Natale, tantomeno siamo noi che lo facciamo nascere; b) è quasi impossibile che il concetto cattolico di eresia possa riguardare uno spostamento di orario; c) “da cattolici” è doveroso preoccuparsi che la liturgia sia corretta e che i malati possano parteciparvi il più possibile.

Poi è saltato fuori il Natale “sobrio”. Lo scorso 19 novembre il presidente del Consiglio ha detto all’Anci che «a Natale dobbiamo già predisporci a passare le festività in modo più sobrio: veglioni, festeggiamenti, baci e abbracci non è possibile (…), anche se pensiamo ci si possa scambiare doni» per la crescita dell’economia. Dieci giorni dopo alla TV il ministro della Salute pubblica, Roberto Speranza, ha annunciato in arrivo «un Natale di sobrietà».

L’idea del Natale sta subendo una crisi e la criticità svela, tra l’altro, due dinamiche che vorrei evidenziare in quanto segue.

  1. IL RAPPORTO TRA UN PRODOTTO E I SUOI DERIVATI

«Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni» (Sap 7,11). “Lei” è la sapienza divina, Dio stesso, la sua grazia, restando nella quale si hanno tutti i beni. Infatti, restando nella grazia di Dio instauriamo un giusto rapporto con il mondo e il prossimo, non ci ammaliamo a causa di certi vizi – con l’osservanza della castità l’Hiv non si diffonderebbe! -, ci troviamo in una pace e in una serenità di vita che altri non possiedono, insomma ci guadagniamo anche in umanità. Ma per ottenere questi guadagni dobbiamo vivere in grazia: «Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33).

Lo stesso è capitato per il Natale. Ciò che è decisivo è la liturgia che fa memoria dell’avvenimento e comunica la grazia del mistero. Poi però negli anni è cresciuto il senso della festa d’inverno; il rinnovo delle relazioni familiari e della solidarietà attraverso l’incontrarsi e lo scambio dei doni; le manifestazioni artistiche nella musica, nella pittura e nell’arte povera del presepio; le leggende come Babbo Natale; le tradizioni culinarie con specialità gastronomiche una più gustosa dell’altra ecc. Sono tutte realtà fruibili anche da chi non ha fede.

Ma perché tutto questo ci sia, bisogna che resti vivo il Natale liturgico, l’anima che dà vita al corpo, il prodotto principale che permette di ottenere i prodotti derivati. Questi infatti non possono sussistere a lungo senza l’anima. Quando poi sono cercati e prodotti di per sé stessi, e artificialmente, tendono a deviare, come il Natale consumistico e commerciale o il Babbo Natale al femminile e in minigonna e in generosa scollatura per incrementare gli acquisti.

III. IL RAPPORTO TRA COME SI PENSA E COME SI VIVE

«Bisogna vivere come si pensa, altrimenti, prima o poi, si finisce col pensare come si è vissuto». La massima è dello scrittore francese Paul Bourget († 1935), anche se nell’antichità già Aristotele (Etica III, c. 7) aveva formulato il principio che ognuno sceglie ciò a cui tendere – cioè il senso della propria vita – a partire da quello che egli è. Sono considerazioni attuali perché la tendenza è di vivere senza un modello ispiratore alto o di costruirlo così come si vive e adattandolo indefinitamente (cfr. certe “liberalizzazioni” alla Comunione eucaristica).

È quel che sta accadendo quando si parla del Natale di quest’anno: siccome vi sono dei limiti, si teorizza che in fondo è una buona situazione che aiuta a riscoprire più autenticità e più valori. Invece per un cristiano la posizione corretta è di tenere di fronte agli occhi il modello vero del Natale e di come celebrarlo: Israele, «non dare a un altro la tua gloria (…) perché ciò che piace a Dio è da noi conosciuto» (Bar 4,3-4). Ecco a seguire due applicazioni pratiche.

  1. La sobrietà dei media e il Natale sobrio cristiano.Adesso scopriamo il Natale sobrio perché ne parlano Conte, Speranza e qualche chierico intervistato da giornali laici? Viene quasi da ridere, perché la Messa natalizia della notte prevede come lettura Tt 2,11-14 con l’invito a rinnegare i desideri mondani e a «vivere in questo mondo con sobrietà» (v. 12). Con l’aggiunta del v. 15, la lettura era già presente nel Messale latino del 1962 – l’ultimo “prima del Concilio” -, nel Messale di san Pio V del 1570, in due Lezionari dei secoli VII e VIII (il Lezionario di Würzburg e il Comes di Alcuino): dunque è dall’anno 600 e forse da un poco prima che la sobrietà risuona nella notte di Natale e cioè quasi da 1500 anni!

La differenza è che la sobrietà laica e diffusa dai media è un espediente per dare un senso all’astensione forzata di baci, abbracci, regali, cenoni e pranzi ecc.; mentre la sobrietà cristiana è di usare questo mondo con saggezza e anche far festa ma con moderata eccedenza. Soprattutto la sobrietà cristiana ha un traguardo sconosciuto a chi ne parla oggi: «la fine di tutte le cose è vicina; siate dunque moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera» (1Pt 4,7). È qui che i cristiani devono ispirarsi, e non limitarsi all’orizzonte di Conte/Speranza.

  1. La veglia e la Messa nella notte.L’annuncio del Natale ai pastori avvenne mentre «vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge» (Lc 2,8), ma non è da qui che è nata la Messa di mezzanotte. È nata invece come la ripetizione, in certe solennità, del pregare come nella veglia pasquale, che «per antichissima tradizione è la notte di veglia in onore del Signore (Es 12,42)» (Messale italiano, p. 169, n. 1). Inoltre le prime testimonianze della liturgia papale a Roma prevedevano l’Ufficio divino (la nostra Liturgia delle Ore) e la Messa non tanto a mezzanotte, ma nell’ultima parte della notte.

Ad oggi per il Natale sono previsti quattro formulari di Messe che, per come appare dalla denominazione, non sono intercambiabili come orario: Messa vespertina nella vigilia, Messa nella notte, Messa dell’aurora, Messa del giorno (Messale italiano 2020, pp. 37-40). Per la Messa della notte una disposizione del Messale italiano raccomanda: «è opportuno che alla Messa nella notte si faccia precedere la celebrazione dell’Ufficio delle letture» (p. 36), avviando così verso una celebrazione che non si limiti alla “Messa di mezzanotte”, ma diventi una veglia di preghiera in piccolo sul modello della veglia pasquale.

Se così stanno le cose, sono semplicemente “stolte” – cioè prive di sapienza – le affermazioni: “Non stiamo a sottilizzare, tanto il Natale è sempre il Natale e la Messa è sempre la Messa e non bisogna formalizzarsi sugli orari!”. In realtà le cose non stanno così, perché la posta in gioco non è tanto l’orario delle ore 24, ma l’opportunità pastorale di educare il popolo – e i preti! – a vegliare di notte in preghiera, per cui, spostando la “Messa di mezzanotte” nel tardo pomeriggio, si perde questa opportunità, che è un traguardo e un modello. È comprensibile che sull’anticipazione dell’orario volteggino con leggerezza Boccia, Conte e Speranza, ma che anche preti e Vescovi volteggino insieme con loro…

  1. VENENDO AL PRATICO

Nessuna trasgressione: se i Vescovi italiani invitano a rispettare le normative, è opportuno ascoltarli e non mettere in piedi una disobbedienza civile o semplicemente esporre i fedeli al rischio di multe salate. Per cui niente Messa nella notte: non la si celebra o innaturalmente la si anticipa. Ma una simile obbedienza riguarda ciò che si deve fare e non ciò che si deve pensare, per cui è lecito e anzi opportuno affiancarla con altri due atteggiamenti.

Il primo è una riflessione sul fatto che troppe volte dal diffondersi dell’attuale contagio la liturgia è stata vista come una difficoltà e non, come veramente è, una risorsa, preso atto che le assemblee liturgiche non comportano strusciamenti come nelle discoteche.

Il secondo atteggiamento è di non teorizzare con argomenti positivi la prassi a cui siamo costretti, tipo: “Questo sì che è un Natale più vero e più autentico”. Adeguarsi alla situazione ma restare con il dolore di non poter vegliare la notte in preghiera per il Natale è un modo di vivere come si pensa e non di pensare come si vive. Chi ha coraggio potrà anche ipotizzare che il contagio e l’impossibilità della veglia in preghiera nella notte di Natale e il fatto che la decisione dipenda dalle autorità civili e non dai Vescovi (solo consultati e neppure troppo), sia qualcosa di storto, qualcosa che Dio permette a nostro castigo. A coltivare pensieri del genere – lo ripeto – ci vuole molto coraggio, ma alla fine «la verità vi farà liberi» (Gv 8,32).