Il Natale in Cina è arresti e repressione

L'avvocatessa e attivista era stata arrestata a maggio scorso dopo aver raccontato Wuhan durante l'epidemia. È stata condannata a quattro anni di carcere. I processi più controversi Pechino preferisce celebrarli durante le festività, quando non tutti prestano attenzione. In questo modo spera che l’attenzione del resto del mondo sia minore – quest’anno la regola vale più che mai, con un accordo commerciale con l’Unione europea da chiudere entro la fine dell’anno e gli occhi del mondo puntati sulle sue responsabilità nella pandemia.

Natale in Cina

La trentasettenne Zhang Zhan, avvocatessa e attivista, era stata arrestata a maggio scorso nella casa dei suoi genitori a Shanghai. Il suo canale YouTube e il suo account Twitter erano diventati un punto di riferimento per chi voleva seguire la situazione da Wuhan sin da febbraio, quando aveva preso un treno verso la città più colpita dall’epidemia di coronavirus per verificare la narrazione del governo centrale. Ieri è stata condannata da un tribunale di Shanghai a quattro anni di carcere (uno in meno della massima pena prevista) con l’accusa di “provocare litigi e guai”. E’ un reato inserito all’articolo 293 del Codice penale cinese del 1997, fa parte delle offese contro la quiete pubblica ed così vago da essere utilizzato molto spesso per arrestare attivisti e tenere sotto controllo i difensori dei diritti umani. Secondo quanto raccontato ai media dal suo avvocato, Zhang Zhan è arrivata in tribunale sulla sedia a rotelle, debilitata anche dai “diversi scioperi della fame” compiuti in questo periodo per protesta nei confronti delle accuse mosse contro di lei. Durante i suoi tre mesi a Wuhan, Zhang ha parlato con i residenti, ha messo in discussione i numeri dei contagi ufficiali del governo, ha parlato esplicitamente – soprattutto nel suo ultimo video, datato 13 maggio – di “violazione dei diritti umani” da parte delle istituzioni. Zhang Zhan fa parte di quel gruppo di cosiddetti “citizen journalist” che i funzionari cinesi hanno cercato in tutti i modi di fermare per assicurarsi che il racconto della gestione dell’epidemia diffusa in Cina e nel mondo fosse solo una: quella del governo.

Domani sarà un anno esatto dalla convocazione della polizia di Wuhan del dottor Li Wenliang e dei sette medici che per primi avevano parlato di un’epidemia potenzialmente simile a quella della Sars. Chen Qiushi, Fang Bin e Li Zehua sono alcuni degli attivisti che hanno raccontato Wuhan durante l’epidemia, e che ne hanno pagato le conseguenze: Chen sarebbe ancora sotto la sorveglianza delle autorità, che avrebbero però deciso di far cadere le accuse contro di lui; ad aprile, dopo due mesi di assenza, è riapparso in un video online l’ex impiegato della tv di stato Cctv Li Zehua; di Fang Bin, commesso in un negozio d’abbigliamento di Wuhan trasformato in attivista durante l’epidemia, non si sa più nulla. Dieci giorni fa il New York Times e ProPublica hanno pubblicato una lunga inchiesta sul controllo delle informazioni sulla pandemia da parte di Pechino. I due media americani hanno visionato migliaia di documenti e direttive governative secretate trafugate dal gruppo hacker “Ccp Unmasked” (Ccp sta per Partito comunista cinese), verificandone l’autenticità. Analizzando i dati con il China digital times, un sito che traccia il controllo dell’internet da parte di Pechino, hanno raccontato il sistema di censura e “di manipolazione dell’opinione pubblica online” a partire dal 7 febbraio, il giorno della morte del dottor Li Wenliang,  che aveva scatenato la rabbia dei cittadini cinesi. “Non usare notifiche push, non pubblicare commenti, non suscitare speculazioni. Controllare l’intensità delle discussioni online, non creare hashtag, rimuovere gradualmente dagli argomenti di tendenza” sono alcune delle regole arrivate ai media dal governo dopo la morte del dottor Li. Secondo gli autori dell’inchiesta “le autorità cinesi hanno cercato di guidare la narrazione non solo per prevenire il panico e confutare le fake news. Volevano anche presentare il virus meno grave di quello che era mentre il resto del mondo li osservava”.

C’è poi un altro dato. Perché non è un caso se la condanna di Zhang Zhan (che era sotto controllo dal 2019 per via del supporto già dimostrato alla causa di Hong Kong) arrivi nel periodo delle festività natalizie. Nel 2009 il premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo fu condannato a 11 anni di prigione nel giorno di Natale. Il 23 e il 26 dicembre del 2011 furono condannati rispettivamente a nove e dieci anni gli scrittori dissidenti Chen Wei e Chen Xi. Due anni dopo, sempre il 26 dicembre, fu condannato a otto anni l’attivista per i diritti umani Wu Gan. Ogni anno, quando la maggior parte delle sedi diplomatiche si svuotano per le festività e gli osservatori e le organizzazioni non governative attive sul fronte dei diritti umani vanno in vacanza, la Cina celebra i processi contro i dissidenti. In questo modo spera che l’attenzione del resto del mondo sia minore – quest’anno la regola vale più che mai, con un accordo commerciale con l’Unione europea da chiudere entro la fine dell’anno e gli occhi del mondo puntati sulle sue responsabilità nella pandemia.

Sempre ieri, a Hong Kong, c’è stata la prima udienza del procedimento contro dieci dei dodici attivisti dell’ex colonia inglese che ad agosto, dopo l’introduzione della legge sulla sicurezza, avevano tentato la fuga via mare verso Taiwan. I due che non hanno affrontato l’udienza ieri sono minorenni, e subiranno un processo a parte. Gli altri sono accusati di aver organizzato e di aver tentato l’attraversamento illegale dei confini. L’udienza si è svolta a porte chiuse e ai diplomatici di diversi paesi, tra cui Regno Unito, America e Australia, è stato negato l’accesso in tribunale. Il segretario per gli Affari esteri del Regno Unito ha espresso “profonda preoccupazione” per la vicenda.