Il mondo questa settimana – LIMES

Il bluff del ritiro Usa dalla Germania, il fronte del Nilo, la tregua nel Donbas… Riassunto e colonna sonora degli ultimi 7 giorni.

IL BLUFF DEL RITIRO USA DALLA GERMANIA [di Dario Fabbri]

L’annuncio di un parziale ritiro dei militari americani dalla Germania è un bluff che non si avvererà mai nelle cifre comunicate. Ma serve il tattico proposito di indurre Berlino all’errore.
Al netto della propaganda, il piano presentato dal Pentagono prevedrebbe una riduzione nulla dei soldati americani presenti in Europa. Nello specifico: degli 11.900 militari che dovrebbero lasciare la Repubblica Federale, 5.600 resterebbero ufficialmente nel continente, spostati tra Polonia, Italia e Belgio. Dei restanti 6.300, soltanto 1.900 rimarrebbero negli Stati Uniti, mentre 4.500 comincerebbero incessanti rotazioni tra Mar Nero e Baltico, senza le famiglie. Tradotto: la superpotenza ridurrebbe definitivamente il proprio contingente europeo di appena 1.900 unità, ovvero della medesima cifra che ne ha ingrossato le file in questi anni, nell’inconsapevolezza di Trump (stanziamenti effettuati proprio in Germania).

 

Quanto Limes ha raccontato più volte e che in queste ore il Pentagono ha beffardamente dichiarato d’aver dimenticato, scoprendo improvvisamente che i militari statunitensi presenti nella Repubblica Federale sono 36 mila anziché 34 mila – perché aumentati alle spalle della Casa Bianca. In ogni caso, quanto non accadrà nella sua interezza, anche se Trump fosse rieletto. Nei prossimi anni Washington potrebbe trasferire alcuni soldati nei paesi che confinano con la Germania, ma non nelle cifre dichiarate. L’obiettivo è insinuare incertezza a Berlino, non abbandonarla a se stessa: sarebbe grammaticalmente irragionevole diminuire il controllo su di una potenza che si considera antagonistica.

 

Da tempo sospettosi di cosa la Germania vorrà essere da grande, in questa fase gli americani ne osservano con attenzione i movimenti. Giudicano assai negativamente la costruzione del secondo braccio del Nord Stream che la lega alla Russia e gli stretti rapporti commerciali coltivati con la Cina. Soprattutto, assistono con diffidenza al salvataggio tedesco dell’Eurozona attraverso il recovery fund, svolta che ne segnala la volontà di ergersi a perno del sistema continentale. Proprio la fumata bianca nel Consiglio europeo ha persuaso gli Stati Uniti di colpire immediatamente Berlino, come preannunciato su questo sitola scorsa settimana; un aspetto per nulla considerato nel nostro paese, tra il giubilo per i fondi che ci sono stati concessi.

 

La classe dirigente tedesca non può concedersi il lusso di interrogarsi su quanto si realizzerà del trasferimento dei militari americani: per mestiere gli apparati devono considerare soltanto il brutto tempo. Dunque nei prossimi mesi sarà costretta ad immaginare il proprio riarmo, giustificandolo con la (fittizia) partenza dei marines, a pensarsi oltre la dimensione mercantilistica. Ciò potrebbe determinare il deragliamento del paese: qualsiasi aumento della vena militarista di Berlino causerebbe grande allarme tra i satelliti (perfino nell’ignara Italia); provocherebbe un pericoloso incremento della spesa federale, con riduzione dei fondi per il welfare, strumento che garantisce coesione tra tedeschi occidentali e orientali; obbligherebbe la cancelleria a riscoprire la strategia, ambito nel quale il paese è altamente deficitario, con la possibilità nel medio periodo di commettere errori macroscopici.

Per la gioia degli americani, che hanno annunciato la loro (impossibile) dipartita proprio per porre la Germania davanti al proprio destino.

IL FRONTE DEL MEDITERRANEO [di Daniele Santoro]

Il confronto di prossimità tra Turchia ed Egitto sta divenendo il baricentro del Grande gioco mediterraneo centrato sulle Libie. Magnete degli altri conflitti incrociati, cui fa da cassa di risonanza. Lo conferma da ultimo l’invio di 150 soldati egiziani nell’intersezione autostradale di Saraqib, nell’alta Siria, al confine tra le aree di influenza turca e russo-iraniana. Mossa ininfluente sotto il profilo dei rapporti di forza militari, ma gravida di significati geopolitici.

In primo luogo perché i militari egiziani (arrivati in Siria via aeroporto di Hama, dove il regime siriano intende erigere una copia di Ayasofya con il contributo della Russia) verranno dispiegati in un area controllata dai pasdaran e agiranno dunque agli ordini di comandanti iraniani. A conferma della tendenza che sta portando Il Cairo (schierata con Mosca anche in Libia) a gravitare nell’orbita russo-persiana. Diversivo tattico con il quale gli egiziani intendono segnalare la propria importanza strategica agli Stati Uniti, apparentemente orientati verso Ankara tra Tripolitania e Cirenaica.

 

Inoltre, l’Egitto non avrebbe potuto giocare tale mossa senza il consenso degli Emirati Arabi Uniti. Meglio, senza l’input di Abu Dhabi. Paese che grazie all’uso strategico dei petrodollari – arte di cui i sauditi non sono mai riusciti a impadronirsi – ha conquistato un’influenza dominante all’ombra delle Piramidi. La presenza dei soldati egiziani a Saraqib è dunque parte dell’offensiva emiratina sulla Siria. Già a inizio anno il principe ereditario Mohammed bin Zayed (MbZ) aveva offerto tre miliardi di dollari al presidente siriano Bashar al-Assad perché riprendesse l’offensiva su Idlib e violasse dunque la tregua negoziata da Turchia e Russia. Trama sventata all’ultimo secondo dal ministro della Difesa russo Sergej Šojgu, inviato d’urgenza a Damasco dal presidente Vladimir Putin.

 

Lo scontro Turchia-Emirati resta dunque l’incognita fondamentale dell’equazione mediterranea. Ankara intende scioglierla nel più breve tempo possibile. Nelle ultime settimane la retorica turca contro Abu Dhabi è salita sopra il livello di guardia, raggiungendo toni senza precedenti. Il ministro della Difesa Hulusi Akar ha avvertito MbZ che “al momento giusto e nella sede appropriata” la pagherà cara, ricordandogli contestualmente la “minutezza della sua taglia geopolitica e della sua influenza”.

 

Dinamiche che magnificano l’importanza della partita in corso a Sirte, dove Turchia da un lato e Russia ed Emirati dall’altro continuano ad ammassare assetti militari e milizie. La vicenda della città costiera della Libia rivela peraltro come la Turchia sia riuscita a conquistare un notevole vantaggio tattico sui suoi rivali regionali. A Sirte i turchi hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere, egiziani ed emiratini tutto da perdere e nulla da guadagnare. Se anche gli alleati del Governo di accordo nazionale (Gna) non entrassero nella città natale di Gheddafi nelle prossime settimane, la prima fase della campagna libica di Ankara si sarebbe comunque conclusa con un successo. Per Egitto ed Emirati l’eventuale ingresso del Gna a Sirte costituirebbe viceversa un’umiliazione geopolitica i cui effetti travalicherebbero i confini della Libia, esponendone l’incapacità di difendere le linee rosse da loro stessi tracciate.

 

Non sembrano esserci dubbi sulla volontà della Turchia di proseguire la marcia sulla Quarta Sponda. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ribadisce la “determinazione con la quale intendiamo portare a termine con successo la lotta condotta per noi e i nostri fratelli nello spazio esteso tra Iraq, Siria alla Libia”. Ankara si è autoassegnata la missione di difendere un’area imperiale i cui contorni sono delineati dalla collana dei conflitti in cui sono coinvolte le Forze armate turche. Quest’ultima si snoda da Kastellorizo (dove i turchi giocano al gatto col topo con i greci) a Cipro, poi verso la Libia, la Siria settentrionale, l’Alta Mesopotamia e il Caucaso (in Azerbaigian sono in corso imponenti esercitazioni militari turco-azere). Infine giù verso il Golfo (qui la Turchia nel 2017 ha difeso il Qatar dall’aggressione saudo-emiratina, installando una base militare a Doha), lo Yemen e la Somalia (protettorato turco insidiato dai jihadisti di al-Shaabab, secondo la narrazione turca finanziati da Abu Dhabi). Con Niger e Albania – paesi con i quali Ankara ha siglato di recente accordi di cooperazione militare – a chiudere la collana.

 

L’ampiezza dell’area da “difendere”, la profondità militare che caratterizza la proiezione militare turca in questo spazio e il livello d’intensità difficilmente reversibile raggiunto dalla rivalità con gli avversari regionali non rendono più possibili passi indietro. Si possono stringere tregue per radicare la propria presenza – soprattutto di carattere istituzionale – nei luoghi conquistati. Ma la ritirata, per quanto tattica, non è un’opzione. Il riferimento di Erdoğan alla determinazione con la quale la Turchia intende concludere vittoriosamente la lotta condotta nella sua sfera imperiale non è mero artificio retorico. Ankara si è messa consapevolmente nella posizione di non avere alternative.