Il mistero dell’esistenza secondo Mauro Bonazzi

Non siamo come gli dei. Ma siamo desiderio. Non solo forza bruta e violenta, ma slancio verso la bellezza

Il messaggio è chiaro: dentro di noi c’è una forza di cui non sempre siamo consapevoli che ci trascina verso direzioni inattese. Noi siamo questa forza, questo desiderio di conoscere, di vedere la bellezza, di riscoprire il senso della nostra esistenza e di quello che ci circonda. Questo è il desiderio che davvero ci contraddistingue: vedere il bene e la bellezza, conoscere, capire, scoprirci parte di un insieme più grande.

È il desiderio la forza che combatte contro la morte, che si oppone al potere distruttore della morte, ed è dalla morte (scandalosa, misteriosa, inaccettabile) che Mauro Bonazzi parte per individuare, attraverso un viaggio dentro la filosofia greca e gli eroi omerici, il senso dell’esistenza. Noi non siamo come gli dei, perché non siamo immortali. Gli dei ci considerano miseri per questo ma a volte sono costretti ad ammirare il nostro coraggio. “Siamo eroici proprio nella nostra fragilità ostinata, per questa capacità di non arrenderci, di continuare a porci domande, tentando di fare ordine nel mondo e in noi stessi, con le azioni e con i pensieri”. Nonostante questa vita a tempo determinato, non ci arrendiamo, andiamo avanti, accompagnati dal tempo che scorre inesorabile. E’ molto interessante, e anche straziante, questa indagine sulla forza degli uomini, sul tentativo di queste creature mortali di raggiungere, in vita, l’immortalità: attraverso la conoscenza, e attraverso l’amore.

Ma l’amore che cos’è? L’amore basta? Eros è sufficiente per placarci? Soprattutto: cosa si cerca nell’amore? Il desiderio che muove gli esseri tagliati in due di Aristofane è diretto verso altri esseri, al fine di ricomporre l’unità. Ma chi desidera, scrive Mauro Bonazzi, cerca per tutto il tempo di ritrovare qualcosa di suo in un altro, cerca la sua metà perduta, cerca qualcosa che gli appartiene: come ha detto Freud un po’ di tempo dopo, si cerca l’altro ma ancora di più noi stessi, la nostra proiezione ideale. Nel poco tempo che abbiamo, ma con un mezzo potentissimo, che nemmeno gli dei possiedono (perché non ne hanno bisogno) e che sprigiona una forza vitale complessa: il desiderio. Un desiderio che non è affatto semplice, che non si limita ai godimenti del corpo, che va oltre, che cerca l’assoluto e che per questo non può essere mai pienamente soddisfatto. Ma intanto ci spinge in avanti, ci fa cercare gloria, battaglia, ci fa cercare vendetta, ci fa uccidere Ettore e poi commuoverci davanti a suo padre, Priamo. Mauro Bonazzi ci offre il senso dell’esistenza anche attraverso i due magnifici saggi di Rachel Bespaloff e Simone Weil sull’Iliade (scritti quasi contemporaneamente, senza che le due filosofe, pensatrici, le due donne rese immortali dal loro cammino di conoscenza si fossero mai incontrate, e scritti al centro dello scatenarsi della catastrofe del Novecento). “Non ci sono che uomini in pena – guerrieri in lotta che trionfano o soccombono”. C’è Achille, che dice “niente, per me, vale la vita”, e che è disposto a morire per combattere la morte. Ma non è solo nell’azione, non è solo nell’affermazione o nella difesa della forza, che l’uomo risolve il problema della morte, e quindi della vita. Bisogna tornare a Platone per capirlo, bisogna tornare a Fedro: noi siamo desiderio, e il desiderio è una forza potentissima. Ma il desiderio non è solo la compulsione cieca a procurarci ciò che ci provoca piacere. Dentro di noi c’è anche questo, lo sappiamo, una forza bruta violenta, ma il desiderio, e il desiderio non è la ragione, è anche lo slancio verso la bellezza e la conoscenza. Conoscere, capire, sentirci parte di un insieme più grande. Ulisse compie questa impresa filosofica. Il premio è lo stesso di Dante: l’immortalità.