Il “mestiere” del prete al tempo del Covid: la Messa su YouTube

«Adesso ti lascio, perché ho ancora da prendere Messa, ciao». Qualche volta si concludeva così una telefonata. Sapevo bene che “prendere Messa” voleva dire collegarsi a YouTube per seguire la registrazione. Avrei voluto dire “guarda che non è la stessa cosa di quando vieni in chiesa”, ma riconosco di non esserci mai riuscito, perché il discorso so che sarebbe stato molto lungo e per nulla facile. Allora, mi è capitato di allungarmi un po’ in qualche registrazione, per offrire una parola che illuminasse la differenza tra Messa “in persona” e Messa davanti al tablet.

Ebbene sì, sono uno dei parroci che sta usando questo strumento per “arrivare” nelle case con la celebrazione. Probabilmente mi è venuto utile un po’ di “mestiere”. Trent’anni fa, insieme ad un amico prete, matto come me, avevamo provato a creare una televisione diocesana. Dal nulla, ovviamente, ma con il sostegno di un coraggioso (non oserei mai dire “matto”, come noi) vescovo. Dopo dieci anni dovette finire l’esperienza, portata avanti con i denti fino all’ultimo. La provvidenza trovò un acquirente, che permise di portare a zero i conti, che in banca erano diventati insostenibili.

Racconto questo, perché sono e siamo stati sempre convinti delle potenzialità dello strumento. Alcuni dicevano che non bisognava entrarci, perché la televisione è del diavolo. La televisione è di chi la usa e di come la usa. Nel giro di pochissimi anni scoppiarono i social. Strumenti anch’essi. Sempre più fruibili e facili all’uso (e all’abuso) di tutti. Personalmente non ho mai voluto entrare nelle piattaforme più diffuse, mi parevano spesso (da quanto qualcuno mi mostrava) l’apoteosi della stupidità. Non sempre e non da tutti, ovviamente (…posso usare un’immagine di un parroco “di una volta”?: “anche sul letamaio può sbocciare un fiore” …chiedo scusa!!). Può trovarsi anche tra le pieghe della personale bruciatura, nell’esperienza televisiva, una radice dalla diffidenza? Poi, non so come o perché, ma improvvisa si è accesa la lampadina, all’inizio di questo periodo di emergenza, che con ingenuità mi credevo molto più breve. Apriamo un canale YouTube della parrocchia per trasmettere la Messa?

Vivo in una comunità molto vivace e partecipe, in cui abbondano esperti di ingegneria telematica. È bastato un accenno e: «Dai, bello, facciamolo. Ti apro un canale per la parrocchia». E in poche ore eravamo all’inizio di questa nuova esperienza. Vista la mia “passione” mai sopita per lo strumento televisivo, ho cominciato. Se volevamo andare in streaming, occorreva un numero minimo di mille iscritti al canale. Dopo un mese e mezzo abbiamo superato la soglia, ma per ora la diretta non l’abbiamo fatta ancora. Questi più di sessanta giorni hanno segnato anche per me una maturazione, oserei dire. Non mi riferisco alla tecnica, ma allo spirito. Tre o quattro giorni mi son serviti per rientrare, quasi spontaneamente, nel “mestiere” di stare davanti ad uno strumento di ripresa. Ciò che man mano è maturato, in me, è stato il significato e la modalità della celebrazione. Sentivo l’esigenza di preparare, anche per scritto, le introduzioni e le parole che credevo giusto lasciare, perché l’improvvisazione è sempre cattiva maestra. Ma, soprattutto, l’esigenza di mettere in luce la Parola, con la quale ognuno è chiamato a fare “la comunione”, e lo può fare sicuramente anche attraverso uno strumento che la porta fino a te. Dentro di me ho sentito crescere la consapevolezza della “potenza” della Parola. È Cristo Risorto vivente, oggi. Non importa la “diretta temporale” nei minuti o nelle ore terrene, perché Dio, il creatore anche del tempo, può realizzare Lui la “sua diretta” dove e quando trova un cuore che si apre. Proprio la Parola ha bisogno di trovare uno spazio più rilevante nella vita dei discepoli.

Trovo che questa “opportunità” stia aprendo, o riaprendo, una strada. Ecco perché ha cominciato a farmi riflettere, ascoltando anche grandi cristiani, l’ansia di riaprire le chiese per la Messa. Per di più si parlava (e come dare torto a chi non sa cosa sia, perché non la “frequenta”?) con dichiarazioni anche tonanti, di “rito”, “celebrazione”, “manifestazione”, “raduno”, con aggiunto l’aggettivo “religioso”. Quante parole, discussioni, proclami, in nome del “diritto costituzionale” della libertà di culto.

Ho provato, nel mio piccolo, a fare qualche domanda del tipo: «Che cos’è che ti manca?». Risposte vere, di cuore: “andare a messa fa parte di me, non ho mai perso una messa festiva, la domenica senza andare in chiesa mi sembra più vuota, non ascoltare il parroco, non vedere la gente, non scambiare qualche parola sul sagrato, non sentire gli avvisi della settimana, non vedere i bambini che partecipano con la loro vivacità, i tanti chierichetti che vanno a servire…” Risposte autentiche. E non solo queste, ben inteso, anche altre più “nel merito”.

E la medesima domanda non ho potuto nasconderla a me, al mio cuore di credente, di cristiano cattolico, di parroco. Mi sono così ritrovato davanti alle motivazioni di fondo che hanno portato alla decisione di postare la Messa su YouTube.

Ho scelto di usare questo strumento, non per riunire la comunità in un unico appuntamento orario, ma “per dare la possibilità a Dio”, che è Padre e Signore anche del tempo, di unirci Lui in qualsiasi momento della giornata, di costruire Lui la sua comunità che prega e ascolta la sua Parola, di aiutarci Lui a fare quella comunione che in questi giorni di straordinaria emergenza non possiamo fare nel trovarci fisicamente insieme in uno stesso luogo. E sono certo che il Signore questo miracolo di presenza e di amore lo sta compiendo.

Devo e dobbiamo stare molto attenti, però. Tanti affermano: “va bene lo stesso (anzi è più comodo ancora) lo streaming o il canale YouTube; puoi pregare da casa, anche con più concentrazione”. Per me personalmente c’è una “grazia” straordinaria: la Messa ho la possibilità di viverla di persona, con l’intenzione di offrirla per tutta la comunità, la Chiesa e il mondo, perché così è, sempre, la morte e risurrezione di Gesù Cristo. Dopo il primo mese di Messe “da solo”, ho visto crescere il numero delle persone e famiglie che si collegano per ascoltare la Parola e unirsi all’Eucaristia, anche al fuori della cerchia geografica del territorio parrocchiale. Una realtà molto molto bella!

Ma poi, ho avuto paura per me di “rifugiarmi” nella celebrazione davanti ad una telecamera. Mi sono chiesto se non era un rischio troppo forte per me di perdere il senso autentico di “chiesa”, assemblea fisica di discepoli attorno al Cristo, e magari abituare chi è a casa che la Chiesa si può vivere anche da “separati” e privatamente.

No, non può e non deve essere così.

Forse questa “astinenza eucaristica” non è solo lesione della libertà di culto. Costituisce una ferita capace di trasformarsi in un’occasione preziosa: quella di uscire da una fede addomesticata, che ha perso la sua meraviglia e la sua durezza, per ritrovare il suo essere insieme stoltezza, scandalo, gioia e possibilità. Quella che ci permette di avere lo sguardo libero di chi non ha bisogno di arroccarsi o di difendersi, ma vive piuttosto ogni circostanza come una nuova opportunità: quella di partecipare giorno dopo giorno all’eterno creare di Dio. Proprio per questa fede, ho necessità dell’Eucaristia, del banchetto “ecclesiale” (comunitario) della Parola e del Pane che Cristo continua a donare, offrendo se stesso per la salvezza di tutti. Un po’ di colpa, se questo non emerge con verità, ce l’abbiamo anche noi, parroci, credenti che ci accontentiamo del culto e di buone opere individuali. Il “sensus ecclesiae” ha bisogno di essere maggiormente curato, come appartenenza non a una “garanzia” di salvezza, ma ad uno “stile” di vita, quello di Gesù Cristo. Ma tutto questo, possiamo pensarlo immediatamente traducibile (per me innanzitutto, per i parrocchiani, per i giovani, per i non più credenti…) dentro l’uragano di un’emergenza che ci ha impedito di vivere l’espressione visibile e concreta della comunità che solo attorno alla Parola e al Pane dell’eucaristia si esprime?

Vorrei davvero al più presto ritrovare la comunità “fisica” attorno alla Parola e al Pane, per poterci lasciare guidare e “ammaestrare” (dal Maestro) ad una vita che sappia coniugarsi nel quotidiano normale e, se capita, nello straordinario di una emergenza. Che cos’è per me l’eucaristia? Che cosa è stato finora? Come ha innervato la vita della mia persona, della famiglia, del lavoro, della società, di cui faccio parte?

Il cristiano non vive di simboli, ma di pane e parola che diventano cibo di vita nuova. Lo crediamo davvero? Ritornino le Messe, ne abbiamo bisogno! Ma non “come prima”, no, perché il Signore traccia sempre percorsi di futuro, per la novità di una salvezza più piena!