Il masochismo d’occidente

“L’Europa ha reso il mondo migliore, ma l’intellighenzia vuole costringerla a un mea culpa”. Parla Harouel

Secondo un noto proverbio, un albero può nascondere la foresta. L’albero è tutto ciò di cui l’occidente è accusato oggi. La foresta è tutto ciò che l’occidente ha fatto per l’umanità”. Jean-Louis Harouel, professore emerito di Storia del diritto all’Université Panthéon Paris II e autore dei “Diritti dell’uomo contro il popolo” (in Italia pubblicato da Liberilibri), con questo proverbio spiega il paradosso di un occidente accusato di ogni male e ovunque. Nell’ecologismo, nelle aule universitarie, nei musei, nelle piazze, nei libri. Nel suo di libro, Harouel sviluppa una analisi dell’ideologia dei diritti umani come un nuovo millenarismo che, mettendo in discussione la dissociazione operata dal cristianesimo tra spirituale e temporale, sovverte la democrazia. “L’Europa occidentale ha portato all’umanità lo sviluppo economico e la civiltà moderna, che ha saputo inventare soprattutto grazie alla religione cristiana”, spiega al Foglio Harouel, che ha scritto anche “Le vrai génie du Christianisme”.

“Con la sua distinzione tra ciò che è dovuto a Cesare e ciò che è dovuto a Dio, una separazione tra il politico e il religioso, l’Europa cristiana ci ha dato la chiave del successo della civiltà occidentale. E’ dalla disintegrazione dello spirituale e del temporale che deriva l’invenzione da parte dell’Europa occidentale – e non da parte di altre grandi civiltà – del progresso tecnico e dello sviluppo economico di cui gode oggi gran parte del mondo. Senza l’occidente, il mondo sarebbe rimasto sottosviluppato, formato quasi esclusivamente dal contadino che vive di duro e povero lavoro, che non ha quasi mai abbastanza da mangiare e che soffre di malattie impossibili da curare, con tassi di morte molto alti e una durata media della vita appena superiore a trenta anni. Senza l’occidente, il progresso scientifico e tecnologico non sarebbe mai avvenuto, non ci sarebbe stato lo sviluppo economico e intellettuale dell’umanità. Non ci sarebbero state libertà individuale o libertà della mente. Invece, l’Europa cristiana ha costruito una civiltà intellettuale e tecnica che ha migliorato infinitamente le condizioni di vita dell’umanità. E non solo la scienza nata dalla civiltà europea ha permesso uno sviluppo prodigioso del potere e della ricchezza materiale, ma ha anche saputo gettare sulla propria civiltà, così come su altre civiltà, uno sguardo curioso che ha permesso la costruzione di un immenso sapere universale. Alla luce di tutto ciò, sarebbe ingiusto non sentirsi orgoglioso dell’occidente”. I militanti accusano la Francia, che di quella cultura finora è stata un pilastro, di essere razzista. “Davvero la Francia, come l’Italia, è un paese estremamente razzista?”, dice Harouel.

“Basta pensare che i soldati americani di colore giunti in Francia nel 1917 per prendere parte alla Prima guerra mondiale rimasero profondamente sorpresi di poter ballare con donne bianche senza che ciò creasse loro problemi. Allo stesso modo, la Francia non ha aspettato la presenza sul suo territorio di grandi popolazioni di colore per annoverare statisti neri. Era già il caso di Sévériano de Hérédia (cugino del celebre poeta di origine cubana), nominato ministro nel 1887. E c’era Gaston Monnerville. Nominato ministro nel 1937, Monnerville scriveva: ‘Che orgoglio per un bambino della nostra razza far parte del governo della Repubblica, la prima volta nella nostra storia, un giorno di gloria!’. Dopo la guerra, Monnerville si stabilì nel dipartimento del Lot, dove fu rapidamente eletto senatore. Nel 1959 Monnerville diventa presidente del Senato e lo rimarrà fino al 1968. Il colore della pelle non impedì a Monnerville di essere costantemente rieletto da una popolazione interamente bianca e di tenere a lungo la presidenza della più importante assemblea politica francese. Tuttavia, Monnerville era consapevole del valore dell’alta civiltà di cui la Francia era portatrice, scrivendo che, grazie all’educazione di cui i suoi genitori, a costo dei più grandi sacrifici, insistevano che egli avesse al Lycée de Toulouse poi alla scuola di legge, ‘uno dei discendenti dei neri può diventare il più civile degli uomini’”. Voltaire, Colbert, Hugo… Solo alcuni dei grandi nomi della storia francese le cui statue sono state abbattute in questi due mesi. “Quando un paese smonta o lascia vandalizzare le statue di uomini eccezionali che l’hanno reso grande, e questo con il pretesto che questi uomini non avevano la posizione ‘giusta’ su un problema considerato grave oggi quando non lo era in quel momento, questo paese si sta negando a titolo definitivo. Simbolicamente, possiamo dire che si spara sui piedi. Compromette la sua capacità di continuare a vivere, la sua capacità di avere un futuro. Accettando questo, i nostri leader stanno tradendo il loro paese”.

Venerdì Emmanuel Macron ha annunciato un piano per fermare il separatismo, che si nutre di multiculturalismo. “Non esiste una società ‘multiculturale’ felice e non può essercene una. Il motivo è semplice: le frustrazioni sociali, inevitabili in qualsiasi società, diventano particolarmente insopportabili se associate all’appartenenza a una identità etnico-religioso. Nel suo libro ‘Bowling Alone’, il sociologo americano Robert Putnam ha dimostrato che in una società, la diversità etnica è un fattore importante per indebolire la fiducia tra gli individui. Tuttavia, la differenza tra ‘ceppi razziali’, per usare l’espressione dell’antropologo Claude Lévi-Strauss, non crea di per sé difficoltà quando riguarda solo un numero relativo di individui. Lo spirito di una nazione europea può abitare perfettamente in un corpo nero o marrone. Dumas per la Francia e Pushkin per la Russia, con la loro parte di sangue di colore, sono stati scrittori meravigliosamente nazionali che hanno appassionato le persone ad amare la storia dei propri paesi. Solo che non appartenevano a una grande comunità di identità.

Un’altra cosa è l’esistenza di grandi minoranze. In Francia, la stragrande maggioranza della popolazione derivante dall’immigrazione extraeuropea non si sente in alcun modo interessata dal ‘patrimonio indiviso’ che è il fondamento di una nazione, secondo la celebre frase usata 1882 da Ernest Renan. Perché una nazione continui a esistere, disse, ci deve essere la volontà di promuovere questo patrimonio e la ‘voglia di vivere insieme’, deve esserci un ‘plebiscito quotidiano’. Tuttavia, in gran parte provenienti dal Maghreb e dall’Africa nera, i figli degli immigrati odierni, ai quali la frenetica applicazione dello ius soli garantisce quasi automaticamente la nazionalità, generalmente non sentono il desiderio di vivere insieme. Se c’è un ‘plebiscito quotidiano’ da parte loro, è un plebiscito che segna la loro ostilità verso la nazione. Già dopo i grandi disordini suburbani dell’autunno 2005, lo storico René Rémond osservava che i discorsi dei rivoltosi riflettevano ‘un rifiuto all’integrazione e, in alcuni casi, persino l’odio per la Francia”’.

Il piano di Macron contro il “separatismo islamista”

L’antirazzismo militante è solo un aspetto di un fenomeno molto più ampio, che è la trasformazione dei diritti umani in una religione laica. “Il termine fu coniato nel 1944 dal famoso sociologo Raymond Aron per evidenziarne la dimensione religiosi dell’ideologia comunista che pretendeva di offrire all’umanità il paradiso in terra. Negli ultimi decenni del Ventesimo secolo, con la fine dell’Unione Sovietica, la religione laica dei diritti umani, che può anche essere chiamata religione umanitaria, è subentrata al comunismo come progetto universale di salvezza, come promessa del regno di Dio sulla terra. Nuovo avatar della religione dell’umanità, la religione dei diritti umani ha sostituito il comunismo nel suo ruolo di utopia che dovrebbe stabilire il regno del bene. La religione dei diritti umani ha quindi preso il posto di quella comunista, con la differenza che la promessa del bene assoluto non esige più la soppressione di ogni proprietà ma esige la negazione di qualsiasi tipo di differenza tra esseri umani dando vita a un mondo nuovo cosmopolita e basato esclusivamente sui diritti degli individui. Con la religione dei diritti umani, la lotta di classe è sostituita dalla lotta alla discriminazione, ma al servizio dello stesso obiettivo che è l’emancipazione dell’umanità attraverso l’instaurazione dell’uguaglianza. E’ sempre la stessa promessa di un futuro luminoso che ispira tutti i totalitarismi.

La religione dei diritti umani è alla base di un’ideologia ferocemente antinazionale che ha cambiato radicalmente il contenuto della democrazia. In questa versione, ormai imposta come l’unica valida nei paesi dell’Europa occidentale, la democrazia è fondamentalmente il culto dell’universale, l’ossessione dell’apertura all’altro. Abbiamo così abbandonato, senza dirlo, il modello classico di democrazia liberale per scivolare verso una nuova democrazia che pretende di essere un modello postnazionale e multietnico. In questo sistema, la sovranità del popolo, che tradizionalmente fonda la democrazia, passa in secondo piano: è sostituita dal regno dei dogmi della religione dei diritti umani, con i giudici che agiscono come sacerdoti. La religione dei diritti umani è il fondamento del governo dei giudici. La religione laica dei diritti umani è più pericolosa per i paesi occidentali rispetto alla religione laica comunista, perché distrugge le nazioni. Non era il caso del comunismo, internazionalista in linea di principio, ma che doveva mantenere il quadro nazionale per poter controllare la popolazione, martirizzarla per costringerla a tornare all’utopia. Mentre la creazione di una società comunista voleva un quadro territoriale, il progetto dei diritti umani è di creare un ordine legale che stabilisca l’uguaglianza a livello cosmico e richiede invece l’eliminazione dei quadri territoriali”.

Ispirato dalla religione dei diritti umani, l’antirazzismo militante sostituisce la lotta di classe con la lotta razziale. “In entrambi i casi, l’individuo è annegato nella collettività e le identità sono destinate a scontrarsi. Il nemico di classe prende il posto del nemico razziale. In entrambi i casi troviamo la stessa certezza dell’infallibilità morale, la stessa ossessione per la purezza, lo stesso orrore per ciò che viene percepito come bestemmia, lo stesso gusto per i rituali di penitenza. Come il comunismo militante, l’antirazzismo militante si chiude a ogni discussione: rifiuta fatti che contraddicono le certezze. Si rifiuta ostinatamente di ammettere che la schiavitù e la tratta degli schiavi erano ampiamente praticate in Africa prima che le navi europee arrivassero sulle sue coste alla fine del XV secolo. Si rifiuta ostinatamente di ammettere che il mondo arabo-musulmano ha importato tanti e più schiavi neri degli europei. Come il comunismo, l’antirazzismo militante si basa su una fede che non può essere scossa dalla discussione, dal ragionamento. Il comunismo sognava una società senza classi e l’antirazzismo sogna una giustizia cosmica che obbedisca all’egualitarismo assoluto”. Sembra il perfetto monologo dell’intellighenzia occidentale. “Al contrario, assaporano i piaceri inconfessabili ma molto reali della libido dominandi, costringendo solo gli altri alla colpa, alla contrizione, al pentimento. E’ un fenomeno che Thomas Hobbes aveva mirabilmente identificato e descritto: il desiderio e il piacere di dominare che si dispiega sotto la maschera dell’idealismo religioso rivoluzionario. L’intellighenzia occidentale prova grandi piaceri nel costringere il mondo occidentale – e solo esso – al masochismo, con il pretesto di una presunta colpa presente e passata nei confronti di altre civiltà i cui membri sarebbero inevitabilmente le vittime”.

Diceva Emil Cioran che la Francia è l’unico paese che ha la consapevolezza, durevole, del proprio declino possibile e di quello d’Europa. Un presentimento che fu di tanti, da André Malraux ad Antoine de Saint-Exupéry. “Paul Valéry ci ha avvertito un secolo fa: la nostra civiltà può scomparire, perché le civiltà sono mortali e la storia è la loro tomba”, conclude Harouel al Foglio. “Spetta ai popoli occidentali decidere se rassegnarsi, in nome della religione dei diritti umani, e lasciarsi spingere nella tomba, o se, al contrario, sono pronti, per cercare di sopravvivere, a resistere”. Iniziando da una regola semplice: chi difende troppo le altre culture rischia di perdere la propria.