Il jihad in Africa si espande verso il Sud del continente

Quasi la metà degli Stati africani sono in stato d'emergenza. Nella maggior parte dei casi la causa è il jihad, la guerra santa intrapresa da gruppi armati legati ad al Qaeda e all’Isis, che conquista territori sempre più vasti. Non solo operano nelle aree tradizionali del jihadismo, come il Sahel, il Nord Africa e il Corno d'Africa, ma si espandono nell'Africa centrale e meridionale

Dalla Guinea Conakry al Sudan, dalla Libia all’Angola, più di 20 stati africani su 54 attualmente sono in stato di emergenza, per vari motivi nessuno dei quali è la pandemia. Nel Sudan del Sud la causa sono le forti piogge stagionali e le inondazioni che hanno sommerso villaggi, pascoli e campi in quasi metà delle 86 contee, con almeno 800mila persone colpite. In Somalia lo stato d’emergenza, dichiarato una prima volta all’inizio di febbraio e di nuovo a fine agosto, è per l’invasione delle cavallette – sciami enormi formati da miliardi di insetti – che distruggono i raccolti. In Sierra Leone, per il loro numero crescente, sono stati proclamati emergenza nazionale stupri e violenze sessuali. In alcuni stati lo stato di emergenza è dovuto alle violenze scatenate a causa delle elezioni: concluse con una vittoria discussa in Guinea Conakry, imminenti in Costa d’Avorio, rimandate in Angola, in corso di scrutinio, ma già contestate in Tanzania.

Ma nella maggior parte dei casi la causa è il jihad, la guerra santa intrapresa da gruppi armati legati ad al Qaeda e all’Isis, che conquista territori sempre più vasti. Tutto il Sahel e il Corno d’Africa sono sotto minaccia. Più a sud, nella Repubblica democratica del Congo, le Forze democratiche alleate, Adf, un gruppo jihadista formato da combattenti ugandesi e insediatosi in Congo a metà degli anni 90 del secolo scorso, hanno intensificato attacchi e attentati. Il 20 ottobre hanno attaccato in forze la prigione centrale di Beni, città della provincia nord orientale del Nord Kivu, e sono riusciti a far fuggire più 900 detenuti appartenenti anche ad altri gruppi armati. Si ritiene che nel 2019 l’Adf si sia legato allo Stato Islamico nella provincia dell’Africa centrale. Lo proverebbe il fatto che da allora l’Isis ha rivendicato una serie di attacchi compiuti nella regione. Dall’inizio del 2019 secondo un rapporto delle Nazioni Unite elaborato con la collaborazione della Monusco, la missione di peacekeeping in Congo, l’Adf sarebbe responsabile dell’uccisione di oltre mille persone, tra cui 235 donne e 166 bambini.

Ancora più a sud, da più di tre anni la provincia di Cabo Delgado, nel Mozambico settentrionale, è nella morsa del gruppo jihadista al Shabaab, anch’esso affiliato all’Isis che ne ha rivendicato alcune operazioni. Dal 2018 si ritiene che abbia causato la morte almeno di 2mila civili e costretto più di 300mila persone a cercare rifugio lontano da casa. Nel 2020 dagli attacchi a villaggi e postazioni di polizia isolati il gruppo è passato a operazioni più clamorose. Molto ben armato e capace di tecniche di guerriglia avanzate, è riuscito addirittura ad attaccare alcuni grossi centri urbani, inclusa per due volte la strategica cittadina portuale di Mocimboa da Praia che ha messo a ferro e a fuoco per giorni prima che l’esercito intervenisse a liberarla. Ormai minacciano anche la provincia di Nampula, che confina a sud con Cabo Delgado, e quella di Niassa, a ovest. Inoltre a metà ottobre per la prima volta hanno oltrepassato la frontiera a nord con il Tanzania. Circa 300 combattenti hanno attaccato e razziato Kitaya, un villaggio sulle rive del fiume Rovuma che divide i due paesi. Si registrano danni ingenti ad abitazioni e automezzi dati alle fiamme e un pesante bilancio di oltre 20 morti.

Un ulteriore, serio motivo di allarme è il fatto che, secondo le forze di polizia, tra i jihadisti che hanno attaccato Kitaya c’erano anche dei cittadini tanzaniani, alcuni dei quali sono stati arrestati prima che rientrassero in Mozambico. Questo confermerebbe che non soltanto il gruppo sta ampliando il suo raggio di azione, ma anche di reclutamento di combattenti: che, come in tutto il continente, sono per lo più giovani reclutati nelle moschee locali, convinti di combattere secondo il volere di Allah, allettati dal salario e dalle occasioni di razzia, quindi di facili guadagni, persuasi all’idea di instaurare un governo islamico e affrancarsi dall’inetto e corrotto “governo di miscredenti”. Altri, soprattutto i più giovani, vengono brutalmente arruolati sotto la minaccia di essere uccisi o che per ritorsione lo siano i loro famigliari. Lo scorso aprile sono stati uccisi e decapitati in una volta sola 52 ragazzi perché hanno rifiutato di unirsi ai jihadisti.

Ma l’influenza del jihad in Africa può andare ben oltre. Il caso del Malawi lo fa temere. Il paese confina a est con il Mozambico  e a nord est con il Tanzania. È un paese a maggioranza cristiana (quasi l’80% della popolazione) con un minoranza di musulmani del 13,5%. La costituzione del paese garantisce libertà di religione. Non si sono mai registrati rilevanti problemi di convivenza tra comunità di fedi diverse e incidenti riguardanti la libertà religiosa.

Invece da qualche tempo il clima è cambiato. A partire da settembre, in meno di due mesi si sono verificati alcuni attacchi a strutture cattoliche: alla chiesa di St Patrick, nella arcidiocesi della capitale Lilongwe, a due chiese e a un convento di suore Canossiane, nella diocesi di Mangochi. Da oltre un anno inoltre sale la tensione tra cristiani e islamici in un distretto orientale a forte presenza musulmana e dove tuttavia la maggior parte delle scuole sono private, di proprietà della Chiesa anglicana e di quella cattolica. Entrambe ammettono allievi musulmani, ma le studentesse non possono indossare il velo islamico all’interno degli edifici scolastici. In passato questo non ha creato problemi. Invece dal 2019 dei genitori hanno incominciato a protestare sempre più agguerriti e minacciosi al punto che, in seguito a degli incidenti, i dirigenti scolastici sono stati costretti a chiudere per qualche settimana i loro istituti. La situazione è precipitata il 27 ottobre quando un incendio doloso ha ridotto in cenere l’ala di una scuola in cui si trovava l’ufficio del dirigente scolastico. Adesso anglicani e cattolici minacciano di chiudere definitivamente le scuole e questo non farebbe che peggiorare le cose. È possibile che al deterioramento dei rapporti tra cristiani e musulmani contribuisca la predicazione degli imam jihadisti del vicino Mozambico.