Il grande tonfo in Borsa, bruciati 420 miliardi

Poi Wall Street risale. Shanghai giù dell’8%. Il governo valuta il taglio delle stime sul Pil. Gli economisti statali: la crescita potrebbe fermarsi sotto il 5%

La linea critica del 6% di crescita annua per la Cina sembra ormai travolta dalla paura del virus. Non è cinismo occuparsi dei 420 miliardi di dollari persi in un giorno dalle Borse di Shanghai e Shenzhen, pur nel dolore per le perdite umane causate dal Coronavirus. Anche il crollo delle azioni può far male ai cittadini cinesi, oltre che al mondo globalizzato. Ci sono centinaia di milioni di lavoratori nella seconda economia del mondo che stanno soffrendo per la gigantesca quarantena.

Le Borse di Shanghai e Shenzhen hanno riaperto ieri dopo il Capodanno lunare prolungato per l’emergenza sanitaria. C’erano state anche polemiche: se uffici e industrie «non essenziali» restano chiusi, perché far rischiare i trader? Il ritorno è stato traumatico: il 7,72% lasciato sul campo ha segnato il peggior giorno dall’agosto 2015, quando era esplosa la bolla della fiducia «nell’immancabile crescita dei titoli cinesi». Quell’illusione nel 2015 era stata sostenuta dalla propaganda statale e pagata da un «parco buoi» di milioni di piccoli e medi risparmiatori. Nel 2015 il governo di Pechino organizzò, più o meno segretamente, una «squadra nazionale» di investitori con la missione di comperare massicciamente per stabilizzare il mercato, in caso di emergenze. La Banca centrale ieri ha cercato di bilanciare lo choc da virus, annunciando un’iniezione da 1,2 trilioni di yuan (156 miliardi) per sostenere la liquidità. Shanghai ha aperto crollando del 9,1%, circa 3 mila titoli sono stati sospesi al ribasso (-10%) e quando c’è stato un recupero di quasi due punti sull’indice, gli esperti hanno visto la mano della «squadra nazionale».

Il problema, ora che il primo trimestre 2020 è compromesso, è limitare i danni. Un problema di gestione economica e sanitaria insieme. Si fanno paragoni con la Sars, che nel 2003 cancellò il 2% di Pil cinese e lo 0,1% di quello mondiale. Ma allora la Cina era soprattutto fabbriche ed export: bastò riaprirle per tornare a correre e il 2003 finì al +9,9%. Nel 2003 i consumi interni contavano per il 37%, nel 2019 sono saliti oltre il 57%. Non sarà automatico il decollo post virus. I consumi interni nel Capodanno, il periodo migliore tra acquisti e viaggi (il virus ha già cancellato 25 mila voli), di solito crescono a doppia cifra, quest’anno sono negativi tra il 3 e il 5%, dice l’analista Tian Yun di Pechino.

Gli economisti statali prevedono che il Pil 2020, se tutto andrà bene e il virus scomparirà, finirà sotto il 5%. Fabbriche, servizi, trasporti ferroviari e aerei, anche i pullman che collegano Pechino con la sua immensa area da 100 milioni di abitanti tra provincia dello Hebei e porto di Tianjin sono in vacanza a oltranza. Il blocco anti contagio del business «non essenziale» è stato dichiarato in 24 tra province, regioni e grandi municipalità cinesi, su 34. Attività sospese da Shanghai a Chongqing, al Guangdong. Pechino ancora in stato di sonnambulismo. Si calcola che le aree bloccate almeno fino al 10 febbraio, nel 2019 abbiano rappresentato l’80% del Pil della Cina e il 90% dell’export.

I migranti interni. Milioni di lavoratori rientrano nelle città dopo le lunga pausa per il Capodanno e la crisi sanitaria.

Un altro gigantesco problema attende il governo: i lavoratori migranti che erano tornati a casa per il Capodanno e ora dovrebbero rientrare nelle catene di montaggio e negli uffici, nelle città che per trent’anni si sono allargate a dismisura. Sono 288 milioni, su una forza lavoro di 775 milioni: come farli muovere in sicurezza? Senza le loro braccia la Cina va alla paralisi.

Il virus è esploso al culmine del «Chunyun», la lunga vacanza che permette alla massa di operai e metalmeccanici che hanno costruito il boom statal-comunista di andare nelle province e nelle campagne dove hanno lasciato genitori anziani e figli piccoli. Ora i migranti interni sono ostaggi della paura che il «demone virus», come lo ha chiamato Xi Jinping, li insegua sulla via del ritorno. Però, il rientro dei migranti interni «dovrebbe essere consentito, con adeguate misure preventive», dice il governo. Wuhan è un grande polo automobilistico, la chiamano la Chicago dello Hubei, con fabbriche di Renault, Psa, Toyota, Honda, Hyundai. Ferme. «Supply chain» globalizzate in ansia, soprattutto in Europa. In un mercato dell’auto cinese già in recessione da due anni. E però, ora che su autobus e metropolitane affollate potrebbe salire il Coronavirus, gli analisti del settore prevedono una possibile spinta per le automobili private: «Acquisti da panico», li chiama Ivan Su di Morningstar.