Il giorno più lungo. Negli Usa è giunto l’Election Day

La grande attesa è finita: oggi è l’Election Day negli Stati Uniti. Dopo la campagna elettorale più costosa di sempre, 14 miliardi di dollari spesi dalle due parti, domani si incomincerà a capire chi sarà il presidente degli Stati Uniti, che maggioranza avrà il Congresso e chi vincerà nelle elezioni di 11 Stati. Quasi certamente non lo sapremo domani. 

La grande attesa è finita: oggi è l’Election Day negli Stati Uniti. Dopo la campagna elettorale più costosa di sempre, 14 miliardi di dollari spesi dalle due parti, domani si incomincerà a capire chi sarà il presidente degli Stati Uniti, che maggioranza avrà il Congresso e chi vincerà nelle elezioni di 11 Stati. Quasi certamente non lo sapremo domani, in ogni caso, perché ci saranno ancora decine di milioni di schede spedite per posta il cui spoglio può richiedere fino a nove giorni. Oltre a possibili contestazioni e riconteggi.

Il sistema di voto americano è federalista, quindi non sarà possibile un exit poll, né una proiezione attendibile su scala nazionale. Ogni Stato esprime un certo numero di grandi elettori, proporzionale alla sua popolazione. Saranno poi questi grandi elettori ad eleggere materialmente il presidente, in gennaio. Vince chi ottiene 270 grandi elettori. La maggior parte degli Stati, 36 su 50, sono già schierati in modo netto e in essi non è stata fatta neppure campagna elettorale. Si gioca tutto in 14 Stati, ancora in bilico, che esprimono in totale 197 grandi elettori: Florida, Georgia, North Carolina, Pennsylvania, Ohio, Michigan, Wisconsin, Iowa, Minnesota, Nebraska, Maine, Texas, Arizona e Nevada. Sono questi gli Stati in bilico che determineranno la vittoria di Biden o la riconferma del presidente Trump. Lo sfidante democratico considera già “sicuri” 216 grandi elettori, per cui gli basta conquistare 54 punti per vincere. Trump parte molto più indietro, perché di sicuri ne ha appena 125 grandi elettori, dunque non può permettersi di perdere neppure uno Stato e deve conquistare la maggior parte di quelli in bilico per essere riconfermato. La battaglia sarà dura soprattutto in Pennsylvania, Ohio, Michigan e Wisconsin, che nel 2016 avevano dato la vittoria Trump, ma che in precedenza erano a maggioranza democratica ed ora sono tornati ad essere molto contendibili. Oltre alla Florida, che almeno dal 2000 (la lunga e sofferta elezione di Bush jr.) è uno Stato spaccato a metà e fondamentale per i suoi 29 grandi elettori.

Questa tornata elettorale è atipica proprio perché, svolgendosi nel bel mezzo di una pandemia, è iniziata da settembre con il voto anticipato e con quello postale. Per cui è anche più difficile del solito poter fare delle previsioni attendibili. L’abilità di un candidato, nelle elezioni fino al 2016, consisteva nel riuscire a mobilitare al voto il proprio elettorato. Questa volta, invece, si è votato nel corso della campagna elettorale. I dibattiti televisivi erano solitamente fondamentali per determinare il voto degli indecisi, ma in questo caso i sono svolti quando decine di milioni di voti erano già stati spediti nell’urna o nella casella postale. Nel corso del terzo dibattito, per esempio, avevano già votato 54 milioni di cittadini, quasi la metà del totale di elettori votanti nel 2016. Ad oggi hanno votato 93 milioni di americani. I Democratici pregustano la vittoria di Joe Biden e Kamala Harris proprio per questo motivo. Ritengono che il voto anticipato e quello postale sia “cosa loro”. Soprattutto in tempi di pandemia, gli elettori conservatori sono più propensi dei liberal a votare di persona, i democratici, che tendono a rispettare maggiormente le regole del distanziamento e il lockdown, preferiscono votare in anticipo, per evitare affollamenti, con metodi alternativi (come le urne drive-in, che permettono di non scendere dall’auto) o direttamente per posta. Anche la campagna elettorale di Trump, che ha denunciato a più riprese il rischio di brogli nel voto per posta (rischio reale, per altro), ha contribuito a creare una nuova polarizzazione: chi vota per posta è un Democratico, chi va al seggio è un Repubblicano. Nei 14 Stati che tracciano il voto postale in base all’appartenenza partitica, perché negli Usa gli elettori si registrano a un partito, i Democratici risultano maggioranza schiacciante. Non in Florida, dove conservano la maggioranza, ma non così schiacciante come pensavano.

A prevedere la vittoria di Biden, con ampio margine, sono anche i sondaggi. Con pochissime eccezioni, come i rilevamenti di Trafalgar e alcuni di Rasmussen, quasi tutti prevedono la vittoria del candidato democratico. Secondo la media dei sondaggi effettuata da Real Clear Politics, l’ultima prima del voto, Biden era in vantaggio di 6,7 punti su Trump (tendenza in calo) su scala nazionale e di 2,7 punti nella media degli Stati in bilico, quelli che possono determinare la vittoria o la sconfitta. Certo, non si vive tranquilli con soli 2,7 punti di vantaggio e infatti le dichiarazioni e i comportamenti dei Democratici rivelano un certo nervosismo. Come la strana dichiarazione di Nancy Pelosi, presidente della Camera, in conferenza stampa: “Sono molto sicura che Joe Biden verrà eletto presidente martedì. Qualsiasi sia il conteggio finale dei voti. Il 20 gennaio si insedierà come presidente degli Stati Uniti” (corsivo nostro). Lapsus o eversione?

Su queste parole i Repubblicani stanno riflettendo da giorni. La scelta, poi, di far parlare l’ex presidente Barack Obama in tutti i comizi di Biden, oltre che irrituale (un ex presidente, per tradizione, si ritira a vita privata), parrebbe proprio un mezzo per spingere un candidato debole con un predecessore carismatico. Non vi ricorrerebbero così a cuor leggero, se non avessero paura di una sconfitta.

Il punto di forza del candidato democratico è la lotta al Covid-19. I Democratici hanno puntato tutto sulla figura del “candidato che prende sul serio la scienza”. Anche Anthony Fauci, l’epidemiologo a capo della task force anti-coronavirus negli Usa, ha dato il suo implicito appoggio a Biden. Con una dichiarazione che ha comprensibilmente sollevato un vespaio di polemiche, ha dichiarato che lo sfidante, contrariamente al presidente, sta “prendendo seriamente la situazione dal punto di vista sanitario”, mentre Trump è più “attento all’economia, alla riapertura”. Pur essendo un tecnico, ha chiaramente fatto una scelta di campo. In ogni caso, secondo un sondaggio commissionato dal network Fox, più della metà degli americani ripone maggior fiducia in Biden che non in Trump sulla gestione dell’epidemia. E questo, in un periodo in cui il Covid è la preoccupazione numero uno per gli americani, può fare la differenza.

Strada molto in salita per Trump, dunque. Ma la sua è una missione veramente impossibile? Come nel 2016, i sondaggi possono sbagliare, il voto americano potrebbe rivelarsi ancora imprevedibile. Più che i pochi rilevamenti che lo danno in testa, Trump può sperare in una vittoria basandosi su alcuni piccoli segnali incoraggianti: le folle accorse ai suoi comizi contro i quattro gatti distanziati o chiusi in macchina nei comizi di Obama, Biden e Harris. I Democratici hanno puntato tutto su una campagna all’insegna della sicurezza, in gran parte virtuale o televisiva. Per questo hanno anche minor polso della piazza. Nella mobilitazione al voto di oggi si vedrà chi, alla fine, sarà riuscito a portare più elettori ai seggi. Un altro indicatore positivo per il presidente in carica, è l’aumento della registrazione di nuovi elettori repubblicani. Anche in uno Stato chiave come la Pennsylvania, sono 300mila cittadini in più che si sono registrati nel Gop. Considerando che nel 2016 Trump ha vinto negli Stati chiave del Midwest con un margine di circa 100mila voti, ogni elettore in più conta tanto. Infine c’è il segnale degli scommettitori che, come nel 2016, puntano su una riconferma di Trump: il 65% contro il 35% scommette i propri soldi sulla sua vittoria. I bookmakers, invece, questa volta dicono: Biden.

Se Biden punta tutto sulla sua promessa di combattere l’epidemia meglio di Trump, il presidente mira a farsi riconfermare sulla base della straordinaria crescita economica, sul più basso tasso di disoccupazione negli ultimi 50 anni, sui record della Borsa (+56% dell’indice S&P 500 da gennaio 2017 a febbraio 2020). Una tendenza che nemmeno l’epidemia è riuscita a invertire: sia su scala nazionale che negli Stati in bilico in cui si vota, la disoccupazione si sta rapidamente riassorbendo, ora è tornata ad essere 7,9%, dal 14,7% che era nell’aprile 2020. Alla domanda “state meglio oggi o 3 anni fa”, il 61% degli americani, prima dell’epidemia, rispondeva “oggi”, il dato più alto in assoluto rispetto alle precedenti quattro elezioni presidenziali.

Un altro dato che non può essere trascurato è l’ordine pubblico. I media hanno cercato in ogni modo di attribuire la colpa dei disordini al carattere “divisivo” del presidente e ai “suprematisti bianchi”. Ma intanto la gente comune, anche negli Stati e nelle città a maggioranza democratica, ha subito le violenze e i saccheggi di estremisti di sinistra, come Blm e Antifa. Lo scandalo per l’uccisione di George Floyd, avvenuta in una città democratica (Minneapolis) di uno Stato democratico (il Minnesota) ha dato il via ad un’escalation di violenze che ha letteralmente ammutolito la gente comune. Ma il fatto che il cittadino medio si senta insicuro anche in casa sua, non vuol dire che poi non voti di conseguenza. Anche la furia iconoclasta che ha portato alla distruzione di tanti monumenti e simboli della storia degli Usa, specialmente negli Stati del Sud, può aver impressionato una maggioranza silenziosa, fatta anche di molti indecisi, che non ha sentito neppure una sola condanna pronunciata da Biden e dalla sua campagna.

La partita non è affatto chiusa. I sostenitori di Biden aspettino a stappare lo champagne, quelli di Trump non si fascino già la testa prima di essersela rotta. La notte dello spoglio sarà lunga e quasi certamente non sarà l’ultima.