Il doppio omicidio a Lecce è un viaggio teologico nella letteratura dell’invidia

Da Bosch fino a Paolo Villaggio. Perché il posto dell'invidia nella condizione umana è così eminente e l'invidioso che è in noi se ne sta sempre nascosto

Chissà se è vero, tutto in giustizia è presunto, anche la veridicità di una confessione, certo che l’invidia, “li ho uccisi perché erano troppo felici”, è un movente forsennato e sadico per quanto ancestrale, biblico, eterno nella sua sottigliezza e violenza. Se vero, non sappiamo come si intrecci, il sentimento all’origine del duplice omicidio di Lecce, con la cosiddetta vita quotidiana, con un subaffitto d’agosto, con la frequentazione dell’amore altrui, con il posto all’Inps e la carriera dell’arbitraggio, con la serie A che si profila d’incontro, nome troppo specifico per una vita che è sempre e solo quotidiana, nonostante tutto.

Non lo sapremo mai, introversione estroversione, reputazione anonimato, e faremo supposizioni televisive, magari un plastico, dove dovremmo scrivere romanzi dell’Ottocento o racconti cannibaleschi dell’ultimo scorcio di questo secolo o dell’altro, magari trattati di morale che non usano più.  Il posto dell’invidia nella condizione umana è eminente, questo è noto, e sempre è in vista e sempre l’invidioso che è in noi se ne sta nascosto, dissimulato in false attestazioni di salute e immunità, falsi tamponi o screanzati e menzogneri come quelli del Genoa. Gore Vidal, Paolo Villaggio: pochi di successo hanno ammesso che l’invidia raggiunge vette teologiche, nasce con Caino, ti penetra tutto, ti pervade con rara intensità nello star system, mobilita la tua identità e la tua differenza, l’una nell’altra, inducendoti a sperare non già nel tuo bene ma nel male degli altri, non già nel tuo successo ma nell’insuccesso degli altri, botteghini disertati, libri invenduti, trombature elettorali, teatri vuoti, malattie, morte, ah! l’invidia che nel quadro di Bosch al Prado di Madrid è il peccato meno palpabile, meno raccontabile, il peccato più nostro, diffusissimo e aereo ma incisivo, inafferrabile che ci afferra, uno sguardo, mani sul viso, un atteggiamento scheletrico e maligno.

Il vero balsamo misericordioso del peccato di invidia è la distruzione dei prediletti di Dio, dell’intelligenza, della bellezza, del denaro, dell’amore, possibilmente con un soddisfacente effetto simbolico, a costo, nel caso di Lecce, di dover usare un coltello da caccia, uno zainetto giallo, un piano premeditato e barocco pieno di sangue, manette, progetto di tortura e chissà cos’altro. Per il Papa anche il pettegolezzo è parte di quel peccato, salvo che sono inimmaginabili conversazioni leggere senza pettegolezzo: why is it so pleasant to damn one’s friends?, perché mai è così piacevole sparlare degli amici? si domandava Virginia Woolf. Perché dà tanto gusto la polemica, la prevaricazione sofistica (qui è il firmatario invidioso dell’articolo che parla), la manipolazione anche gratuita, perché le abilità o l’intelligenza hanno tanto bisogno di mostrarsi, perfino quando non ci siano affatto, perché tanta superbia di vanagloria, il superboasting di un presidente americano il cui esame calligrafico è un poderoso campione dell’invidia, guardategli la firma tutta spigoli e devastazioni negli executive orders, guardategli il riporto, la vena crudele, la disposizione autoritaria.   Niente di tutto questo nel ventenne aspirante infermiere, dico infermiere, che forse ha fatto quel che dice di aver fatto ai danni di una coppia felice appena rintanatasi nell’appartamento. Uno può tirare in ballo i social, the social dilemma, i cervelli e i cuori mangiati dai telefonini, ma solo se sia ostile, chissà poi perché, a parlare di Satana, principe degli invidiosi, demonio ipocrita che ci possiede e ci lascia perfino giudicare la sua possessione.