Il discorso di Conte: “Con Renzi ce l’ho messa tutta”. E sedurrà i parlamentari di Iv

Lunedì e martedì il premier alle Camere per la fiducia. In Senato punta a "157" quanto gli basta per andare avanti. Sarà un intervento ecumenico: per socialisti, cattolici e liberali

Sarà il suo discorso del re. Seducente, inclusivo, rassicurante. Ricco di riferimenti al mondo cattolico, ma anche socialista, liberal ed europeista. Il discorso del Recovey? Certo. Ma anche il discorso dell’abbraccio: seguitemi e vi porterò fuori da questa crisi. Nelle ore di questa lunga vigilia, Conte ha confessato di “non voler fare il furbo”: nessuna chiamata internazionale con le cancellerie europee per darsi forza o ricevere endorsement preziosi. E’ chiaro che l’avvocato del popolo sia sicuro di riuscire comunque a superare indenne questo doppio passaggio.

Raccontano che oggi Giuseppe Conte abbia lasciato le trattative alle spalle per occuparsi solo dell’intervento che farà domani alla Camera, parole  da replicare – rivedute e corrette  – anche il giorno dopo, martedì, in Senato, per la sfida più dura. Un discorso scritto e cancellato e poi di nuovo riscritto, modificato, limato “almeno sette volte”.

Un testo non chilometrico, “ma denso”. E senza inchiostro avvelenato, come fu nell’estate del 2019 per sancire l’addio a Matteo Salvini. No, questa volta il premier dirà che con l’altro di Matteo “ho fatto davvero tutto il possibile”. Per ricucire, per arrivare a questo punto. Insomma, non è colpa mia, cari parlamentari. Nella copisteria della crisi, piena di bozze e papiri, ecco l’orazione che tutto avvolgerà, che cercherà, senza bava alla bocca, di cancellare il renzismo salvando i parlamentari di Italia viva: bambini, venite parvulos.

Fino a questa sera, giurano da Palazzo Chigi, nessuno aveva letto il testo grezzo: non lo aveva fatto Rocco Casalino e nemmeno Ugo Magris, l’intellettuale con cui duettò Conte a Trieste. E Guido Alpa? E Goffredo Bettini, infaticabile  ghostwriter di Nicola Zingaretti? “Nemmeno loro: nessuno”.  Sarà tutta dunque farina del sacco contiano. Piena di cerchietti (per segnare la parole chiave) e linee per indicare i collegamenti. Che poi sarebbero quelli della nuova maggioranza che serve al premier per andare avanti: il socialista  Nencini, magari i centristi di Cesa, sicuramente gli ex renziani se tali diventeranno quando dovranno palesarsi nelle aule del Parlamento (per ora dicono ancora di essere serenissimi, nonostante le ultime due defezioni alla Camera).

Nelle ore di questa lunga vigilia, Conte ha confessato di “non voler fare il furbo”: nessuna chiamata internazionale con le cancellerie europee per darsi forza o ricevere endorsement preziosi. E’ chiaro che l’avvocato del popolo sia sicuro di riuscire comunque a superare indenne questo doppio passaggio.

Anche al di là dei contenuti del suo discorso. La maggioranza assoluta in Senato non dovrebbe esserci. Il premier lo sa e punta a “156-157 voti”. E poi? Intanto si andrà avanti. “Anche il Berlusconi IV fece così”, ricordano ora a Palazzo Chigi. Dove sono anche convinti di un altro aspetto: Pd e M5s non accetteranno mai di ritornare con Renzi. “Senza Conte c’è il voto”, dicono  di continuo Nicola Zingaretti. Oggi tanto toccherà a Giuseppi, al suo discorso del re.