Il culto di Khamenei

Un documentario della tv iraniana dipinge la Guida suprema come l’ayatollah della porta accanto che parla con i giovani. Ma persino qui la propaganda non può prescindere dalla realtà

Il culto di Khamenei

I bicchieri di tè sbattono sui piattini, qualcuno addenta un biscotto e lo rimette giù, qualcuno si mordicchia nervosamente un labbro. Le tende color bronzo sono lucide e pesanti, ma gli altri elementi dell’arredo sono essenziali: un paio di sedie, un micro tavolino di quelli che al massimo possono tenere un portapenne e un telefono, un mucchietto di riviste e dei libri accatastati sopra a una moquette chiara, un quadro dentro una cornice dorata e una foto del padre della Rivoluzione, Ruhollah Khomeini. L’unica concessione alla comodità è rappresentata da una fila di cuscini rettangolari, posti a terra, lungo tutto il perimetro della stanza. I cuscini, dall’aria vissuta e a motivo floreale, sono per gli ospiti che ci appoggiano la schiena, alcuni restano rigidi, immoti come tanti piccoli Buddha, altri incurvano le spalle dondolando indietro o di lato, oppure s’accasciano scomposti, indifferenti alla presenza della telecamera. E, in fondo a questa sala gremita e disadorna, a volte su una sedia, ma più spesso a terra, davanti a un identico cuscino con i fiori stilizzati che ricordano vagamente gli stilemi Arts and Crafts, siede, a gambe incrociate, l’ayatollah Ali Khamenei. Siede e ascolta. Un giovane con un ciuffo alla Elvis, onorato della sua vicinanza, un regista altrettanto onorato epperò inquieto perché vorrebbe realizzare più progetti, ma nel suo settore, come negli altri, la crisi sta picchiando duro, un ragazzo, fintamente ingenuo o fintamente sfacciato che insinua che forse gli fa difetto il senso dell’umorismo. E, a tutti, un po’ Salomone, un po’ capo-tribù, Khamenei risponde. Partecipe, bonario, a tratti addirittura ilare.

“Non è che viviamo nel paradiso della Repubblica islamica che abbiamo creato nelle nostre menti. Noi abbiamo chiaramente dei problemi da affrontare”, concede pensoso, ma subito dopo affila lo sguardo e si rammarica che la gente non sappia che lui, questi problemi, li conosce fin troppo bene, perché ogni giorno che il buon Dio gli regala in terra, legge decine e decine di lettere che gli arrivano da ogni angolo del paese e, sebbene non abbia la bacchetta magica, sebbene ci siano dei limiti agli interventi che gli competono, ad ognuno di questi problemi, grandi o piccoli che siano, cerca di porre rimedio. Mentre parla la voce è venata di un’ironia dolce-amara, cosicché quando prende in giro il ragazzo con il ciuffo o quando rassicura il ragazzo sfrontato che anche a lui piace divertirsi, che è tutto tranne che un censore, che, anzi, apprezza la satira, certo nei limiti del buongusto e si offre addirittura di intercedere con chi di dovere, sempre che quelli lo stiano a sentire, la sala esplode in una risata fragorosa e il primo a ridere è proprio Khamenei.

E’ infarcito di momenti come questo il documentario sulla Guida Suprema che ha trasmesso in questi giorni la televisione pubblica iraniana e fa un po’ effetto, in tempi di pandemia, osservare Khamenei che dispensa baci e abbracci e si avvicina sussurrando in tono confidenziale cose tipo: “Ti sei canadizzato eh?” (al regista del documentario, di ritorno dal Canada). Non è che non compaiano pure le solite clip seriose – visite alle fabbriche, sermoni e incontri con i veterani e i mutilati di guerra – ma il cuore del racconto è tutto teso verso un’inedita leggerezza. Lo credevate solo duro, rigoroso e remoto? Sbagliavate, strillano le immagini che corrono sulle schermo. Khamenei è uno di noi, un uomo anziano che non ha dimenticato cosa significa essere giovane, un visionario che immagina un mondo in mano ai ragazzi (“se Dio vuole ci muoveremo per mettere i giovani al comando”, promette), un uomo che ama giocare sul detto e sul non detto, un uomo che, come gli altri soffre, e come gli altri si lamenta di classici dolori  tipo il mal di schiena.

E’ il ritratto di un leader che non ha paura di scendere dal piedistallo e, non a caso, è proprio il titolo del documentario che lo riguarda –  “Informale. Incontri dell’ayatollah Khamenei” – a porre l’accento su questa domesticità. Il che non è affatto scontato, considerato che finora, Khamenei, forse perché privo di un carisma evidente, forse perché in lotta con il fantasma del suo predecessore, ha fatto dell’assenza la sua cifra e l’informalità è un terreno in cui ha lasciato che a misurarsi fossero, con alterne fortune, ministri e  presidenti. Questa distinzione di ruoli, o meglio questa assunzione del rischio, aveva e ha una sua logica. In Iran, il governo (dowlat) è sempre stato soggetto a critiche  che, a seconda della convenienza, Khamenei ha avallato o respinto, ma senza esporsi, non a parole almeno. Nel 2015 gli è bastato apparire al funerale della madre del presidente Hassan Rohani per far intendere al paese che era a favore dell’accordo sul nucleare. Di converso, la circostanza che non si sia fatto vivo con Mohammed Khatami in occasione del medesimo lutto è stato interpretato come la riprova di un ostracismo senza ritorno nei confronti non solo di Khatami, ma dell’intera galassia riformista.

Il fatto è che la natura ambigua e indefinita che ha a lungo   caratterizzato l’esercizio del potere da parte di Khamenei lo ha sempre servito piuttosto bene. Chi comanda veramente a Teheran?, hanno chiesto per anni le redazioni ai loro corrispondenti in Iran, proprio perché lui, così schivo, così sprovvisto di guizzi, pareva troppo noioso, troppo grigio per contare davvero e anche se giganteggiava dai murales, tutti gli occhi correvano al più arrembante presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Intanto, con il suo stile improntato alla sottrazione, Khamenei estendeva il suo potere e la logica era che se la fiamma del consenso arde troppo intensamente, si corre il rischio di bruciare. Se ti riveli, ti rendi vulnerabile e a quel punto, ogni volta che cadi, insieme a te cade anche il sistema. D’altronde, com’è noto, da un piedistallo è facile scendere, ma non è altrettanto facile risalire.

E qui sta il problema di Khamenei, perché è dal giugno del 2009 (l’anno delle proteste contro la rielezione di Mahmud Ahmadinejad) che è caduto dal piedistallo e da quel momento la sua immagine non si è più risollevata. Di botto sono naufragati il mito dell’arbitro imparziale e quello dell’asceta distaccato, così di contro, per limitare il danno, la propaganda si è messa in moto. Senonché le strategie d’una volta non fanno più presa.

L’Iran non è solo un paese giovane (due terzi della popolazione è sotto i trent’anni) in mano a una leadership ottuagenaria, ma è anche un paese giovane a cui è stato imposto il culto della morte. Il calendario è tutta una litania di defunti. Sono morti gli imam e i martiri di guerra che incombono dai cartelloni, morti altri ayatollah e altri martiri che danno il nome ai ponti, alle strade, alle librerie. E d’ora in avanti sarà il turno di Qassem Soleimani. Il ministro della Salute ha registrato a suo nome tutti i progetti legati al Covid-19 e il ministero dell’Istruzione ha annunciato che non meno di cento scuole gli saranno intitolate. Morte e ancora morte.

Secondo l’antropologo Shahram Khosravi la Repubblica islamica è una “società necropolitica”. Sempre ai primi posti per numero di esecuzioni capitali, ogni anno Teheran annovera  uno dei tassi più alti di morti per incidenti stradali e un’incidenza vertiginosa di suicidi. Intanto l’economia si inabissa. Molti ragazzi non trovano lavoro, non riescono a sposarsi, ad acquistare una casa. Ragazzi che non hanno fatto la Rivoluzione, e nemmeno la guerra. Ragazzi che vivono su Instagram e Telegram e non guardano la televisione. Entrano nei centri commerciali di lusso costruiti dai pasdaran solo per vedere l’effetto che fa. Secondo una ricerca del Parlamento, nel 2015 erano almeno 7 milioni. Il regime li chiama allaf, nullafacenti, persone improduttive.

L’alternativa alla Repubblica islamica è la Siria, è la minaccia che filtra dai palazzi del potere di Teheran, proprio come se a quella tragedia non avessero contribuito anche loro ed è il concetto intorno al quale si saldano la vecchia e nuova nomenklatura.  E intanto, nelle grandi città l’aria è avvelenata da combustibili a basso costo, si moltiplicano i divorzi e i quotidiani sono pieni di storie di ambulanti che per disperazione si danno fuoco, di ragazze e di ragazzi che uccidono padri violenti, di uomini che perdono il lavoro e ammazzano moglie e figli. Ogni anno da 150 a 180 mila iraniani emigrano, chi legalmente, chi illegalmente, e molti di quelli che restano, secondo Khosravi, conducono vite sospese. “C’è molta speranza, ma non per noi”, diceva Kafka ed è la citazione che ricorre più spesso nei diari di questa generazione perduta, scrive Kasravi nel suo “Precarious lives. Waiting and hope in Iran”. Agganciare questi ragazzi  è il compito della nuova propaganda , ma la propaganda ha una relazione stretta con la speranza e, di questi tempi, vendere la speranza è un po’ come cercare di  vendere il gelato agli eschimesi.

Ed è difficile fidarsi del regime se Khamenei chiude i confini ai vaccini inglesi, francesi e soprattutto americani, quando lui stesso si fa curare da un medico laureato negli Stati Uniti. L’Iran è arrivato al punto in cui anche la propaganda non può prescindere da un principio di realtà. “Aghazadeh”, la serie più seguita della stagione, trasmessa dalla Netflix persiana Namava, parla dei loschi traffici dei figli dell’establishment e lo sceneggiatore Hamed Angha non ha avuto remore a controbattere: “Se credete che io abbia calcato la mano sulla corruzione e l’immoralità siete fuori strada. Quella che racconto è solo la punta dell’iceberg!”.

Vale anche per Khamenei e vale, a maggior ragione, se ambisce a incarnare l’ayatollah della porta accanto. “Ci sono figure e gruppi cui è permesso di starle vicino più che ad altri – si lamenta il regista Abdolhassan Barzideh – e ho la sensazione che lei non sia sia solidale allo stesso modo con tutti, il che potrebbe far supporre che lei non nutra gli stessi sentimenti per alcuni iraniani (quelli meno devoti all’ortodossia rivoluzionaria ndr)”. La critica è timida, si nota che Barzideh, prima di pronunciarle soppesa le parole, ma una linea rossa è stata comunque attraversata e l’inquadratura stringe su Khamenei. “Che la gente lo sappia o no – insiste, sfoderando il solito tono amichevole e pacato –  io amo tutti e prego per ciascuno”. Ma è difficile immaginare che i nullafacenti d’Iran possano trarre una gran consolazione all’idea dell’amore di Khamenei. E forse è proprio lui ad ammettere di non essere all’altezza della sfida, almeno quella della propaganda, quando per rassicurare un ragazzo, gli tocca disegnare il ritratto di un giovane pieno d’energia e di devozione che ricorda da vicino non tanto i vecchi pasdaran da combattimento, quanto quelli nuovi da centro commerciale.