Il Cristo dissotterrato

Un missionario italiano ha ricostruito la diocesi di Siberia cancellata da Stalin. Ecco la rivoluzione un po’ russa e un po’ emiliana di don Ubaldo Orlandelli

“Lì la fa da padrone il vento. Non c’è niente che lo ferma, fino agli Urali. Solo qualche collina bassa qua e là”. Sedici anni di russo non hanno cancellato l’accento emiliano dalla voce di don Ubaldo Orlandelli. Ma quando parla della steppa siberiana sembra di vederla, di sentire il gelo di quel vento. Sedici anni di Siberia non hanno fiaccato la sua risata, profonda, bellissima.

Dopo settant’anni di persecuzione in Russia non ci sono più strutture. Don Ubaldo comincia allora, poco per volta, a ritessere una trama millenaria. Fonda la parrocchia nel suo villaggio, poi fonda quella della città universitaria e lì comincia a insegnare Canto gregoriano e Storia della musica: “Abbiamo dato corpo a una fede che la gente aveva nel cuore da tempo ma non poteva esprimere” dirà poi.

Quando un giorno di trentaquattro anni fa mise due magliette in una busta e uscì di casa di nascosto non immaginava di arrivare fino a Novosibirsk, a migliaia di chilometri dall’albergo di Tabiano Terme per cui suo padre e sua madre avevano lavorato una vita. Un cameriere lo aveva però visto uscire, avvertì la nonna e a poche centinaia di metri da casa Ubaldo venne fermato e riportato indietro. Ma ormai era partito. “Perché te ne sei andato? Non ti vogliamo bene?” gli chiese la mamma. Ubaldo voleva farsi prete e i suoi gli avevano detto di torglierselo dalla testa: c’era l’albergo da mandare avanti. “Perché?” gli domandavano. “Voglio aiutare gli altri” era la sua risposta. “Puoi farlo benissimo sposandoti e facendo soldi. E comunque fino a che non sei maggiorenne non ti muovi da qui”. Chissà se Ubaldo pensava alla busta con le due magliette quando vent’anni dopo scendeva carico di valigie nella stazione di Palavinnoje, a trecentocinquanta chilometri da Novosibirsk, e ad attenderlo non c’era nessuno, solo neve e steppa.

Nel mondo soltanto il Vaticano e Gerusalemme sono chiamate “sante”: la Santa Sede, la Terra Santa. Poi c’è la Russia. La Santa Russia. Mille anni di cristianesimo profondo, doloroso e misterioso le sono valsi questa medaglia. Mille anni che sono stati seppelliti nella terra gelata della taiga da settant’anni di comunismo. Preti, monaci e suore venivano fucilati. I cristiani presi e caricati su enormi barconi che risalivano il Volga, stipati sui treni merci della transiberiana, la ferrovia più lunga del mondo, e portati nella steppa. Ogni tanto i vagoni fermavano, i soldati aprivano le porte e scaricavano i morti. Poi ripartivano. I pochi sopravvissuti venivano abbandonati nella foresta in pieno inverno. Lì scavavano delle buche sotto la neve, le coprivano con rami di cedro e contro ogni speranza provavano a sperare. Una donna era riuscita a sopravvivere alla deportazione in treno, con lei c’erano il marito e i tre figli. Si erano rifugiati in una di queste buche e lì erano rimasti per mesi. Un giorno lui uscì per cercare da mangiare. Lo ritrovarono in primavera, morto congelato a poche decine di metri dalla tana. In poco tempo la donna guardò morire tra le sue braccia i figli e fu salvata dagli abitanti di una buca vicina. Cominciò ad attendere qualcuno. Non lo sapeva, ma attendeva quel bambino che a undici anni era uscito di casa con due magliette e una busta. Attendeva questo qualcuno per rivedere finalmente un prete, e per spiegargli che per cinquant’anni aveva ringraziato Dio ogni giorno: “Mi ha dato l’uomo che amo più nella mia vita – gli avrebbe detto – e me l’ha donato per il tempo che ha voluto Lui. Mi ha dato il frutto di questo amore, i miei figli, e me li ha donati per il tempo che ha voluto Lui. Non mi lamento perché mi sono stati tolti, ringrazio perché mi sono stati donati”.

Dopo la scuola media Ubaldo era diventato cuoco e istruttore di atletica nel suo paese, aveva avuto diverse ragazze e tutti i giorni era in comune a chiedere che il sindaco concedesse un terreno per farci un campo sportivo. Voleva fondare una scuola di calcio: tanto insistette che dopo due anni anche Tabiano aveva la sua squadra. Intanto aveva conosciuto delle persone di Comunione e Liberazione, e iniziato a stare con loro. Un incontro decisivo: uno dei primi allievi di don Giussani, don Massimo Camisasca, sarà il rettore del suo seminario a Roma, quello della Fraternità San Carlo Borromeo, fondata dallo stesso don Massimo. Quando Ubaldo disse ai suoi che sarebbe entrato in seminario sua mamma pianse tre giorni (e lui la sentiva, la notte, dalla sua stanza). “Eh, comodo – gli aveva detto invece suo padre – mi sputi in faccia tutti i sacrifici della mia vita”. Smise di parlargli per molto tempo. Il giorno della sua ordinazione don Massimo, che aveva deciso di mandarlo assieme ad altri due preti della Fraternità a Novosibirsk, disse che per i sacrifici che fanno, anche i genitori dei missionari vanno in missione. Tornato a Tabiano per la prima messa, Ubaldo fu accolto da tutto il paese: un corteo di auto e moto lo accompagnava alla chiesa. In testa c’erano i ragazzi della squadra di calcio da lui fondata pochi anni prima. Era il 1992, Ubaldo era già stato a Novosibirsk per un anno come diacono, aiutando il vescovo. Ora sarebbe tornato là per raggiungere il villaggio di Palavinnoje come prete. Sua madre il giorno della festa in paese gli confidò: “Come il giorno più triste della mia vita è stato quando sei entrato in seminario, oggi è il più bello perché ti vedo contento”. Gli amici gli regalarono il tabellone del Risiko, quello col mondo, con le loro firme. Per ricordare le serate passate a giocare e discutere insieme. E perché avesse i loro nomi sempre con sè, come san Francesco Saverio cinque secoli prima.

La Santa Russia era un paese addormentato. Come se sotto a quelle buche nel terreno si fosse nascosto, insieme ai pochi cristiani sopravvissuti, anche lo stesso Gesù. Occorreva andare a dissotterrarlo. Chiese non ce n’erano quasi più: Stalin le aveva fatte abbattere, e al posto degli altari aveva fatto costruire latrine pubbliche. A Novosibirsk c’era l’unica parrocchia di tutta la diocesi. Una diocesi grande trentatré volte l’Italia, abbracciata da sette fusi orari e percossa dal vento. Una sola parrocchia e sei preti in tutto. Più fusi orari che preti. La missione dei sacerdoti della Fraternità San Carlo, portare il carisma di don Giussani nel mondo attraverso la loro vocazione, trovò così la prima casa estera della sua storia in Siberia, là dove il cristianesimo aveva subito la più terribile persecuzione, in quel grande Colosseo del mondo che è la steppa. Il giorno in cui Ubaldo dovette partire per il villaggio di Palavinnoje non sapeva chi e cosa avrebbe trovato. Giovanni Paolo II aveva detto di cercare i dissidenti sopravvissuti. Lui era lì per quello. Si presentò alla stazione con due valigie stracolme di abiti, paramenti sacri, ostie e vino per la messa. Una valigia era piena di vangeli. Sul treno non volevano farlo salire, a meno che non pagasse una multa per il bagaglio in più che aveva con sè. Ubaldo si rifiutò: “La parola di Dio ha già pagato troppo in questo paese”, disse al capotreno. Dopo una lunga trattativa lo misero nell’ultimo vagone, quello che fermava fuori dalla piattaforma della stazione, così quando arrivò e aprì la porta si trovò di fronte a un muro di neve. Nel frattempo i pochi cattolici che sapevano del suo arrivo lo attendevano sulla banchina. I loro vaghi ricordi li convinsero ad aspettarsi un vecchio con la barba bianca e quando, scesi i passeggeri dal treno videro solo più arrivare dall’ultimo vagone un giovane trentenne, alto e con due valigie, se ne tornarono a casa pensando che il prete non fosse venuto.

Da solo e senza un indirizzo Ubaldo chiese alla gente se “c’è qualcuno che prega” in paese. “Ma è matto?” gli rispose un uomo, “Qua non prega nessuno. Siamo tutti atei”. Una vecchia signora lo sentì e, chiamatolo a sè, gli spiegò che sì, qualcuno che pregava c’era. Doveva camminare in quella direzione per un po’. Quel giorno imparò che in Siberia non ci sono vie e strade, soltanto direzioni. Dopo un’ora e mezza nella neve Ubaldo raggiunse una casa. Erano luterani. Stanco e quasi scoraggiato chiese se ci fossero dei cattolici. Sì, dall’altra parte del villaggio, a un’ora e mezza di cammino. Giunto all’altra casa gli aprì la porta una vecchina che, per vedere se fosse davvero un prete e non una spia, gli domandò notizie sulla salute della moglie, come si faceva per smascherare i membri del Kgb. Ubaldo sbottò: “Ma quale moglie? Io sono un prete cattolico, noi non ci sposiamo!”. Gli occhi della vecchina che lo aveva accolto si illuminarono; toccando col gomito la donna accanto a lei, sussurrò: “Questo è dei nostri”. E’ l’inizio del dissotterramento. Il paese si rianima, molti cattolici fanno ritorno, alla messa di Pasqua sono in duecento, quaranta dei quali chiedono il battesimo. La messa è celebrata in una piccola stanza, non ci stanno tutti. Molti entrano ed escono, si danno il cambio. Altri seguono il tutto dalla finestra, stando fuori a quindici gradi sotto zero. Ci sono persone che hanno fatto più di cento chilometri per potersi confessare dopo anni senza sacramenti.

In “Vita e destino” Vassilij Grossman scrisse che nella steppa “la terra e il cielo si sono guardati così a lungo reciprocamente, fino a rassomigliarsi come si somigliano marito e moglie che abbiano vissuto assieme una vita”. A Palavinnoje Ubaldo incontra un uomo e una donna così: la steppa e il cielo. Prima di lui, l’ultimo prete che avevano visto era stato cinquant’anni prima, a un matrimonio. Il loro. Il sacerdote li aveva confessati ma non aveva fatto in tempo a sposarli: gli uomini del Kgb lo avevano arrestato durante la messa e ucciso tre giorni dopo. Qualche anno prima anche don Ubaldo stava per sposarsi, ma quel desiderio che aveva spinto i suoi passi fuori di casa a undici anni, era tornato a farsi vivo proprio allora. La sua fidanzata aveva capito e tra le lacrime gli aveva detto: “Io ti amo, voglio la tua felicità. Se Dio vuole questo ti aiuterò”. Ora don Ubaldo era di fronte a quei due vecchi che chiedevano di essere finalmente uniti col sacramento dopo cinquant’anni. Sarà don Francesco (uno dei preti della Fraternità San Carlo in casa con lui) a sposarli. Dopo la cerimonia si offrirà di accompagnarli a casa col suo furgone. “No grazie – sorrideranno loro – torniamo a piedi, così il viaggio di nozze è più lungo”.

Dopo settant’anni di persecuzione in Russia non ci sono più strutture. Don Ubaldo comincia allora, poco per volta, a ritessere una trama millenaria. Fonda la parrocchia nel suo villaggio, poi fonda quella della città universitaria e lì comincia a insegnare Canto gregoriano e Storia della musica: le sue lezioni sono affollatissime e seguite anche da altri professori. Va ad insegnare all’Accademia per diplomatici, è nominato console onorario italiano. Diventa prima responsabile Costruzioni della diocesi poi responsabile dei rapporti tra chiesa e stato e infine direttore della Caritas. E’ a quel punto che comincia a girare la diocesi per cercare altri cristiani. Passa anni a spostarsi da un luogo all’altro della sconfinata Siberia in aereo e nave, atterrando in aereoporti con piste sterrate e risalendo fiumi ghiacciati. Comincia con cinque dipendenti e cinque volontari. In ogni posto in cui va cerca i cattolici. Li incontra, dice messa e nomina un responsabile. Dissotterra Gesù. In poco tempo sono duecento dipendenti e seicento volontari. Nel 1995 organizza la prima processione pubblica per le vie della città. E’ la festa del Corpus Domini. Partecipano una decina di persone in tutto, forse meno. Ma erano decenni che non succedeva una cosa del genere in Russia. “Abbiamo dato corpo a una fede che la gente aveva nel cuore da tempo ma non poteva esprimere” dirà poi.

A Novosibirsk costruisce una casa d’accoglienza per bambini orfani di cui si occupa assieme a una suora, Barbara. I bambini lo chiamano papà, e quando sette anni dopo i suoi genitori vengono a trovarlo, lui li accompagna lì. “Quelli sono i tuoi genitori?” gli chiedono i bambini. “Sì”. “Allora sono i nostri nonni!” gridano abbracciandoli. Poi la festa al paese con le vecchine e quella con i suoi alunni al conservatorio. Partendo, sua madre gli dirà: “E’ proprio come nel vangelo: hai perso una mamma e ne hai trovate cento”. Dopo qualche tempo un prete ortodosso lo accusa di picchiare i bambini per convertirli al cattolicesimo. E’ un colpo durissimo, ma don Ubaldo non vuole rispondere alle sempre più pressanti provocazioni. Perdona in silenzio. Alcuni bambini vengono portati via dalla casa, l’accusa, dimostratasi poi infondata, si ingrandisce. Lui tace. Il suo silenzio incuriosisce il vescovo ortodosso che si interessa della faccenda e lo vuole conoscere. Poco tempo dopo gli consegna solennemente una lettera davanti agli amministratori comunali con cui lo ringrazia pubblicamente per l’opera da lui svolta. Comincia un’amicizia. Cinque anni dopo bussa alla sua porta un ragazzo appena maggiorenne. Con lui c’è una ragazza. E’ uno dei bambini che erano stati portati via dall’orfanotrofio al tempo delle accuse. Prima viveva in strada e si drogava con la colla. Era stato nella casa solo tre settimane. Ubaldo e suor Barbara sono sorpresi dalla visita, lo fanno entrare e lui, rivolto alla sua ragazza dice: “Vedi, volevo che tu conoscessi loro, perché se io non li avessi incontrati non avrei conosciuto l’amore e non ti avrei chiesto di sposarti per stare con te tutta la vita. Volevo che tu vedessi chi mi ha insegnato ad amare te in questo modo”. Don Ubaldo ha capito che “noi non siamo in grado di amare

. Possiamo farlo solo se abbiamo incontrato Dio attraverso degli amici, che poi sono la chiesa”. Bisogna essere semplici. “E’ l’unico modo per intravedere Gesù che nasce”, dice sicuro, “perché lui c’è, e aspetta”. Per farlo capire Ubaldo racconta che quando ha cominciato a girare la Siberia per la Caritas non riusciva più a tornare nei posti dove era stato all’inizio. Don Francesco, che continuava ad andare nei villaggi e a dire messa nelle case della gente anche con trenta gradi sotto zero, viene a sapere che una delle prime donne che Ubaldo aveva conosciuto a Palavinnoje era in fin di vita per un tumore. I medici le avevano dato un mese e poco più di vita. Lei aveva chiesto di rivedere un’ultima volta il primo prete che aveva incontrato dopo anni, Ubaldo. Ma lui era in viaggio, non poteva. Due mesi dopo don Francesco glielo ridice. Nonostante quanto detto dai medici è ancora viva. E lo aspetta. Ubaldo riesce ad andare da lei sette mesi dopo. Quando entra in casa la donna, inferma da tempo, balza dal letto e, abbracciandolo, gli dice commossa: “Quanto mi hai fatto aspettare”. Recitano il rosario e lui le dà la comunione e l’estrema unzione. La notte stessa la donna muore.

In tutti questi anni don Ubaldo con gli altri preti della Fraternità ricostruisce la chiesa in Russia. Poi, in modo inaspettato, don Paolo Pezzi, già capo della casa di Novosibirsk, diventa vescovo di Mosca. Don Camisasca richiama Ubaldo in Italia. Da ottobre del 2006 va in giro per raccontare la sua storia, e l’anno prossimo andrà a Mosca dal vescovo metropolita, il suo amico Paolo. Ai tempi delle deportazioni di Stalin il Kgb una volta arrestò insieme quasi cento monaci ortodossi. Arrivati in un bosco, nel silenzio malinconico che solo la steppa siberiana sa raccontare, i soldati li misero in fila indiana. Chiesero al primo: “Credi in Dio?”. “Sì”. A quel punto gli spararono in bocca in modo che il proiettile attraversasse il cranio e il sangue schizzasse sul volto di quello dietro, a cui fecero la stessa domanda. La stessa risposta. Lo stesso sparo. Così con tutti e cento. Cento sì. “Ogni martirio dissotterra Cristo”, dice don Ubaldo. Lo sa bene, lui: ha visto che per anni, sotto la terra gelata imbevuta di quel sangue, un popolo aveva atteso e attende con pazienza, quasi nascosto, di essere dissotterrato.