Il Covid fa fuori anche la libertà religiosa

Rapporto biennale di Aiuto alla Chiesa che Soffre, fondazione cattolica nata nel 1947. Il dato sconvolgente è che due terzi della popolazione mondiale vive in Paesi in cui la libertà di religione non viene rispettata dai governi o viene violata dalla società, nella maggior parte dei casi ai danni delle minoranze. Il continente in cui si registra il più rapido declino della libertà di religione è l'Africa, a causa del dilagare di movimenti jihadisti. Da non sottovalutare l'impatto della pandemia, a causa della quale i governi, anche nel mondo libero, hanno imposto limitazioni sproporzionate alla pratica religiosa. Nella presentazione del Rapporto, Asia Bibi, dal Canada, ha lanciato un appello per la difesa dei cristiani del Pakistan dalla legge nera sulla blasfemia.

Aiuto alla Chiesa che soffre (ACS), la fondazione cattolica nata nel 1947 per sostenere attraverso la preghiera, l’informazione e l’azione i fedeli perseguitati, ha pubblicato il 20 aprile il consueto rapporto biennale sulla libertà religiosa nel mondo. Questa nuova edizione, la XVesima, considera il periodo che va dall’agosto del 2018 al novembre del 2020 e contiene 196 schede, una per ogni Stato sovrano.

Dai dati raccolti risulta che 5,2 miliardi di persone, pari al 67% della popolazione mondiale, vivono in paesi in cui si verificano serie violazioni della libertà di religione, spesso a danno di minoranze religiose. Tra questi figurano tre dei Paesi più popolosi: Cina, India e Pakistan. A negare la libertà di religione sono dei governi autoritari in 43 Paesi (per un totale di quasi tre miliardi di persone), i gruppi e i movimenti jihadisti in 26 Paesi (oltre 1,2 miliardi di persone) e i nazionalismi etno-religiosi in quattro Paesi (1,6 miliardi di fedeli).

I Paesi in cui la libertà religiosa non è in qualche misura rispettata sono 62, il 31,6%. In 36 si registrano soprattutto discriminazioni e ingiustizie, in 26 si tratta di persecuzione vera e propria. In 30 Paesi sono state uccise delle persone in azioni armate di matrice religiosa. In 42 Stati (il 21% del totale) i fedeli in particolare che abbandonano o cambiano religione rischiano di incorrere nell’ostracismo famigliare e sociale e in sanzioni fino alla pena di morte.

Nel Rapporto 2021 nove Stati si sono aggiunti all’elenco di quelli che più violano la libertà di fede: sette africani (Burkina Faso, Camerun, Ciad, Comore, Repubblica Democratica del Congo, Mali e Mozambico) e due asiatici (Malesia e Sri Lanka). La situazione più preoccupante è in effetti quella del continente africano dove in 23 Stati su 54, il 42%, gruppi armati jihadisti minacciano la libertà religiosa e la vita dei fedeli. Soprattutto nelle regioni sub-sahariane nel periodo considerato si sono intensificati attacchi e attentati che hanno causato migliaia di morti, centinaia di migliaia di profughi e danni materiali incalcolabili. “Questa radicalizzazione – ha spiegato il direttore di ACS Italia Alessandro Monteduro durante la videoconferenza stampa indetta per la presentazione del Rapporto – non si limita tuttavia all’Africa. Il Rapporto descrive il consolidamento di un network islamista transnazionale che si estende dal Mali al Mozambico, dalle Comore nell’Oceano Indiano alle Filippine nel Mar Cinese Meridionale, il cui scopo è creare un sedicente califfato transcontinentale”.

In 47 dei 62 Stati in cui la libertà religiosa viene gravemente negata la situazione, spesso già critica, è peggiorata. In Burkina Faso i civili uccisi da gruppi estremisti islamici sono passati da 80 nel 2016 a circa 1.800 nel 2019. Nel nord del Mozambico i jihadisti al Shabaab occupano e mettono a ferro e fuoco città intere. Tra gli Stati che registrano qualche miglioramento, sono da evidenziare la Nigeria e l’Egitto, in Africa, l’Indonesia, in Asia, la Siria e l’Iraq, in Medio Oriente.

Il Rapporto 2021 ha introdotto una nuova categoria, quella dei Paesi “sotto osservazione” perché “vi sono stati osservati nuovi fattori allarmanti emergenti, con la possibilità di provocare un sostanziale deterioramento della libertà religiosa. Questi includono disposizioni legali contro aspetti della libertà religiosa, aumento dei casi di crimini d’odio e occasionali violenze motivate dalla religione”. I Paesi “sotto osservazione” sono in tutto 24, ben 11 dei quali si trovano nell’Africa sub-sahariana.

Al di là delle cifre, queste e tante altre, il Rapporto richiama l’attenzione sulle tendenze e i processi in atto, sui fattori che hanno contribuito a inasprire discriminazioni, persecuzioni e violenze. Il Covid-19, ad esempio, ha favorito i gruppi terroristici, soprattutto in Africa. È servito a reclutare nuovi combattenti tra i tanti giovani rimasti senza lavoro: va infatti ricordato che una parte delle persone che aderiscono a gruppi terroristici lo fa non per convinzione ideologica o religiosa, bensì attratto dal salario e dalla prospettiva del bottino frutto di razzia. I gruppi armati jihadisti per di più hanno ottenuto nuove adesioni tra i musulmani sostenendo che la pandemia è una punizione di Dio nei confronti degli infedeli occidentali e che militare nel jihad rende immuni al virus, oltre ad assicurare un posto in paradiso. Non ultimo, la già debole risposta dei governi africani al terrorismo si è ulteriormente rarefatta a causa della pandemia, lasciando ulteriore spazio di azione ai gruppi armati, consentendo loro di rafforzarsi e di consolidare alleanze anche transnazionali.

Il Rapporto inoltre evidenzia un fatto che sarebbe un errore sottovalutare. A causa del Covid-19 sono davvero molti i governi che hanno dolorosamente limitato se non la libertà religiosa, quella di culto, imponendo, tra le misure di distanziamento fisico e di isolamento, limitazioni sproporzionate alla pratica religiosa fino a proibire del tutto la celebrazione di messe e riti religiosi – cristiani, musulmani, ebraici – e, nei Paesi cattolici, l’accesso ai sacramenti.

Alla videoconferenza per la presentazione del Rapporto ha partecipato Asia Bibi dal Canada dove ha ottenuto asilo politico insieme a due figlie e al marito. Vittima della legge sulla blasfemia in Pakistan, scampata alla condanna a morte, liberata dopo dieci anni di carcere, Asia Bibi è intervenuta per chiedere alla comunità internazionale e al governo del suo paese di rispettare il diritto alla libertà religiosa, di emendare la legge sulla blasfemia da lei definita “una spada nelle mani della maggioranza del Pakistan”, costata la vita al governatore della provincia del Punjab Salmaan Taseer e al ministro per le minoranze Shahbaz Batti, entrambi vittime di attentanti per averla criticata. Asia Bibi ha voluto anche denunciare come estrema forma di violenza quella subita in Pakistan da tante giovani cristiane, minorenni, rapite da musulmani, che le costringono a convertirsi all’islam e a sposarli: crudelmente private della loro fede, della loro famiglia e della libertà