Il Conte dimezzato

La maggioranza traballante non ha più niente da offrire a questo paese. Ma il centrodestra non può eludere una “questione esistenziale”-   C’è un blocco sociale, tradizionalmente allineato con esso, che le politiche di contrasto al Covid hanno costretto a chiedere aiuto ma che non ha l’assistenzialismo come sua massima aspirazione. Desidera anzi tornare a lavorare e rischiare, perché è nel lavoro e nel rischio che trova la sua identità. Aiutarlo a riconquistare i suoi spazi sarebbe già un programma politico».

Esiste un dato certificato dai voti a Camera e Senato sul governo Conte: il suo futuro è nebuloso. Lo hanno scritto con diversi toni e sfumature, ma tutti evidenziando la medesima sostanza, osservatori politici di diversa estrazione. Basta andare a rileggere gli editoriali pubblicati ieri su Repubblica a firma di Concita De Gregorio e Stefano Folli.

«Concavo e convesso, Conte si porta su tutto – ha scritto De Gregorio -. È come il beige. Non stona, non lo noti. Può stare al fianco di Salvini o di Di Maio, di Trump, di Biden, di Mastella. Duttile, composto, sa usare le posate e non si offende se lo offendi. Autosufficiente, indifferente, è come i gatti che stanno con chi gli dà da mangiare ma non si affezionano davvero a nessuno».

«Può darsi – ha notato Folli – che più avanti riesca l’operazione impossibile oggi, ossia creare un gruppo vero e proprio, strutturato come un partito, di “responsabili per Conte”. Ma è più facile a dirsi che a farsi. Al momento il premier deve accontentarsi di qualche voto sparso. Troppo poco per governare con sicurezza».

La pandemia come miglior alleata

Al di là di quel che può accadere nelle prossime ore o giorni, è chiaro a tutti che quello in carica è un esecutivo malandato, alla sua terza richiesta di fiducia nel giro di due anni e mezzo. E non lo è a causa del Covid-19 – una situazione emergenziale con cui, oggettivamente, è difficile fare i conti –, ma esattamente per il motivo opposto: la pandemia è la principale alleata del governo. Se esso è ancora in carica, è proprio perché si teme che un voto ora renderebbe ancora più complicato gestire la crisi.

Il discorso va però rovesciato: un governo che finora si è dimostrato assolutamente inadeguato, può ora – ancor più indebolito e raccogliticcio – gestire la “fase 2”, cioè la ricostruzione del paese? Evidentemente, no. Come ha correttamente notato Francesco Verderami sul Corriere della Sera, è stato lo stesso Conte, indirettamente, a riconoscerlo nel suo discorso alla Camera.

«Rivendicando lo “storico accordo” in Europa sul Recovery fund, infatti, senza volerlo ha riconosciuto le criticità del progetto italiano, quando ha annunciato di voler avviare l’ennesimo confronto con le parti sociali. Il ritardo nella gestione dei dossier è stata finora la cifra di questo governo. Basta scorrere le riforme che Conte ha elencato di voler fare – dal welfare al fisco, alla pubblica amministrazione – e che secondo l’accordo di maggioranza di un anno fa avrebbero dovuto già essere incardinate».

Se va tutto bene

Nella sua dichiarazione di voto alla Camera Maurizio Lupi ha ben elencato le “non decisioni” o le decisioni sciagurate dell’esecutivo:

«So che un anno fa andava rassicurante in tv dicendo: “siamo prontissimi!”, ma che poi abbiamo scoperto che non avevano neanche un piano pandemico. So che hanno chiuso le scuole a marzo e che solo adesso si sono accorti che a rischio è il futuro di milioni di giovani. So che hanno rinchiuso in casa gli italiani, bloccando a lungo settori economici ai quali poi sono state fatte mirabolanti promesse e che hanno dato ristori che coprono appena il 7 per cento della perdita del fatturato (28 miliardi su 423 di perdita, e solo il 2 per cento nel settore ristorazione, 2,2 miliardi su 37,5 di perdita). So che si sono trincerati dietro la scienza e dietro gli algoritmi per sancire chiusure drastiche, salvo poi disattendere i dati che dicono, ad esempio, che la Lombardia (10 milioni di abitanti) non è zona rossa. Ci è stato detto che è stata una scelta politica, quale? Condannare alla chiusura centinaia di migliaia di imprenditori? Se tutto va così bene, com’è che l’Italia ha la previsione peggiore tra i Paesi europei con un Pil al -10 per cento?».

Un centrodestra davvero alternativo

Che ora Conte possa andare avanti grazie ai voti dei vari Tabacci e simili ci dice, infine, un’altra cosa. È tempo di ricostruire nell’area di centro una forza che sia davvero diversa da quella attuale, composta da moderati che lo sono per posizionamento, ma non per cultura e convinzioni. È questo quello che oggi manca nel panorama politico italiano: un partito forte che dia voce ai settori produttivi (le Pmi, mica solo la grande industria), ai garantisti, ai liberali non liberal, ai cattolici non adulti. Tutta gente che in questi ultimi anni è andata dispersa, un po’ troppo a destra e un po’ troppo al centro renziano-calendiano.

Chiedere le elezioni è giusto, ma non è sufficiente se non si sa indicare una vera alternativa allo “Stato soccorritore” propugnato da cinquestelle e piddini. Infatti in questi mesi il centrodestra, oltre a chiedere ristori per le categorie a lei più vicine ideologicamente, che ha fatto? Così non se ne esce. Alla logica di Conte&soci bisogna opporsi con una vera alternativa, come ha scritto qualche giorno fa sul Corsera Alberto Mingardi:

«Per quanto possa essere faticoso e difficile, dovremo provare a invertire la tendenza: a restituire campo al privato, a restaurare spazi di libertà, a evitare insomma che tutto ciò che è “emergenziale” diventi “regolare”. Pensando al futuro, il centrodestra non può eludere una questione “esistenziale”. C’è un blocco sociale, tradizionalmente allineato con esso, che le politiche di contrasto al Covid hanno costretto a chiedere aiuto ma che non ha l’assistenzialismo come sua massima aspirazione. Desidera anzi tornare a lavorare e rischiare, perché è nel lavoro e nel rischio che trova la sua identità. Aiutarlo a riconquistare i suoi spazi sarebbe già un programma politico».